Edy Reja (Atalanta) 6,5: ha saputo fare di necessità virtù e, pur a fronte di un Denis ormai arrugginito e poi ritornato in Argentina nel mercato di gennaio, è riuscito a condurre in porto una salvezza tutto sommato tranquilla. E’ anche vero che la mollezza di alcune dirette rivali ha agevolato il suo compito, ma l’esperienza di Reja anche quest’anno si è rivelata nettamente un valore aggiunto. Tra i suoi meriti più grandi, non aver risentito delle cessioni di Zappacosta e Benalouane e, soprattutto, aver rinvigorito Borriello, utilissimo nel finale di stagione.
Delio Rossi (Bologna) 4: difficile fare peggio di lui. E’ rimasto in sella per dieci giornate, accumulando la miseria di 6 punti, frutto di due vittorie contro Frosinone e Carpi. Il Bologna, sotto la sua gestione, è parsa un’accozzaglia di giocatori incapaci di dare un senso compiuto, anche minimo, al gioco del calcio. Al punto che i felsinei parevano destinati ad una retrocessione molto precoce. Il lavoro egregio fatto dal suo successore, alias Donadoni, ha messo in evidenza ulteriore le sue responsabilità.
Roberto Donadoni (Bologna) 7: avrebbe meritato ben di più se non fosse stato per un finale di stagione orribile. Ma la differenza l’hanno fatta, a quel punto, anche le scarse motivazioni. A salvezza ormai raggiunta il Bologna ha tirato un po’ il freno, privo di quelle tensioni che ti impongono di rimanere sempre sul pezzo. Nel momento in cui ha preso la squadra, Donadoni è stato considerato dai più uno scellerato per la scelta di accollarsi una simile patata bollente. Ma l’ex Ct della nazionale ha saputo rivoltare il Bologna come un calzino, dandogli un’identità ben precisa e portandolo a risultati straordinari. Degna di nota la valorizzazione di talenti come Donsah e Diawara.
Fabrizio Castori (Carpi) 6: chissà, forse senza il suo esonero, durato il breve intermezzo di cinque giornate, il Carpi sarebbe riuscito a salvarsi. Già, perché Castori fu cacciato a fine settembre per poi essere richiamato dopo un solo mese. Ed è soprattutto grazie a lui che i biancorossi, pur non avendo certo un organico all’altezza di tante altre rivali, hanno potuto giocarsi la permanenza in Serie A fino all’ultima giornata. Amatissimo dai suoi tifosi, grande conoscitore dell’ambiente carpigiano, la grinta e la sagacia non gli sono bastate per compiere l’ennesimo miracolo. Merita comunque la stima generale e, conseguentemente, la conferma.
Giuseppe Sannino (Carpi) 4,5: dispiace anche essere così severi con Sannino, la cui colpa, se tale vogliamo considerarla, è stata quella di accettare un compito così improbo, avendo contro anche l’ambiente, legatissimo a Castori. Chiamato a subentrare a quest’ultimo il 29 settembre, dopo aver battuto all’esordio il Torino, ha collezionato quattro sconfitte in altrettante gare. Al punto da essere rimandato molto presto a casa. Rimane un buon tecnico ma a Carpi non ha saputo mettere in evidenza le proprie doti, non certo per colpe solo sue.
Rolando Maran (Chievo) 7,5: fantastico è un aggettivo, per nulla esagerato, che qualifica bene il lavoro svolto da Maran alla guida dei clivensi. Per meglio inquadrare tutto ciò, basti pensare che i gialloblu hanno chiuso il campionato andando ad occupare la parte sinistra della classifica: nono posto finale e 50 punti all’attivo. Non succedeva da quattro anni: allora il Chievo si classificò decimo. Pur senza grandi interpreti, nonostante la cessione a gennaio di Paloschi, autore sino a quel momento di 9 segnature, il Chievo è riuscito a disputare un campionato di grande spessore. Grande merito è di Maran, Campedelli se lo tenga stretto.
Marco Giampaolo (Empoli) 7,5: dato dai bookmakers, ad inizio anno, come il primo candidato all’esonero tra i venti allenatori di Serie A, Giampaolo ha risposto come meglio lui sa fare: in silenzio e badando al sodo che, nel suo caso, significa unire risultati e bel gioco. Ad inizio anno la squadra toscana fu privata di elementi fondamentali come Sepe, Hysaj, Valdifiori e Vecino. Lui non si è certo scoraggiato ma, anzi, nelle difficoltà si è esaltato. Ad esaltarlo soprattutto la presenza in rosa di numerosi giovani che lui ha saputo forgiare e attorno a cui ha costruito la squadra: impossibile non pensare, ad esempio, a Zielinski e Paredes. Una bella riscoperta per il calcio italiano, visto che questo allenatore pareva essersi perso nei meandri delle categorie inferiori.
Paulo Sousa (Fiorentina) 7,5: il finale di stagione dei viola è stato un po’ sottotono. Questo non deve però inficiare il giudizio su un allenatore che è stato una piacevolissima scoperta sotto ogni punto di vista. La Fiorentina, anche se il dato è soggettivo, ha giocato per gran parte del tempo il miglior calcio del campionato: fluidità, tecnica, solidità ed anche spettacolo. Valori aggiunti venuti un po’ meno in queste ultime settimane, il che ha impedito ai toscani di poter concorrere fino alla fine per un posto in Champions League. Va anche sottolineato lo spessore morale di Sousa, mai sopra le righe e sempre aperto ad accettare ogni tipo di confronto, anche con la proprietà. Proprio per dissidi con i Della Valle, tra qualche giorno, la sua storia con la Fiorentina potrebbe finire.
Roberto Stellone (Frosinone) 6,5: il voto assegnatogli può sembrare un paradosso, visto che il Frosinone ha conosciuto la retrocessione matematica ad un turno dalla fine del campionato. Ma sono tante le misure da prendere in considerazione nel valutare l’operato di un tecnico. E Stellone, sotto vari aspetti, si è dimostrato un allenatore degnissimo. Bisogna partire dal valore davvero basso, dal punto di vista tecnico, della squadra messagli a disposizione. Dove non sono arrivati i valori tecnici ha potuto lo spessore caratteriale di un Frosinone forgiato a sua immagine e somiglianza da Stellone, capace e cui è facile pronosticare un futuro importante. Se i frusinati hanno vissuto una sorta di miracolo sportivo il merito è, prima di tutto, suo.
Gian Piero Gasperini (Genoa) 6,5: le cose non sono andata bene come un anno fa, quando il Genoa si classificò al sesto posto, conquistando sul campo una qualificazione in Europa League poi persa per motivi legati ai regolamenti. Si può però parlare comunque di annata tutto sommato positiva, considerata la consueta mezza rivoluzione del mese di gennaio, con Preziosi ed i suoi dirigenti che hanno fatto e disfatto. E’ la tradizione di casa rossoblu. Si è chiuso in bellezza, con la netta vittoria nel derby di ritorno contro la Sampdoria: un netto 3-0 con protagonisti Pavoletti e Suso, i due calciatori che maggiormente hanno ben sfruttato l’impostazione tattica tanto cara a Gasperini. Che, probabilmente, a breve salperà vero altri lidi.
Roberto Mancini (Inter) 5,5: la partenza eccezionale dell’Inter aveva fatto illudere che questa potesse essere la stagione della rinascita, sia per il club che per lui. Dopo il rodaggio dell’anno passato, quando Mancini era subentrato a Mazzarri, il tecnico jesino aveva il dovere di portare la sua squadra in Champions League. Anche e soprattutto in virtù del fatto che la società, in sede di campagna acquisti, lo ha accontentato, praticamente, in tutto e per tutto. Anche nel mercato invernale, quando Mancini ha preteso ed ottenuto Eder, poi rivelatosi inutile alla causa. Un piazzamento in Europa League non può essere considerato abbastanza. Ha sprecato una chance importante. Futuro in bilico.
Massimiliano Allegri (Juventus) 9,5: una partenza al rallentatore, con numerose critiche ricevute da ogni dove. Non pochi invocavano il suo esonero, con vari capi d’accusa: dall’incapacità di valorizzare Rugani e Dybala all’aver esaurito i benefici dell’effetto Conte, gliene sono state dette di cotte e di crude. Lui non ha mai perso la calma, è sempre rimasto lucido, ha compattato la squadra con l’aiuto dei senatori ed ha rimesso le cose a posto. Al punto da guidare la Juventus ad una rimonta pazzesca, culminata nella vittoria dello storico quinto scudetto consecutivo. Superiore a tutti sotto ogni punto di vista: basti pensare che, quando le cose non andavano, non si è mai lasciato andare a piagnistei di alcun tipo. Eccezionale.
Stefano Pioli (Lazio) 6: è vero, quest’anno la sua Lazio ha fatto molto meno rispetto alla stagione passata. Ma guai a non considerare le carenze, evidenti, di una rosa non rinforzata a dovere ad inizio anno. I veri guai sono iniziati da subito, con il grave infortunio che ha messo fuori dai giochi De Vrij, unico difensore di spessore della squadra laziale, e con i ripetuti guai fisici di Biglia e Djordjevic. Insomma, la spina dorsale si è frantumata e Pioli non ha saputo dare un sostegno adeguato alla sua formazione, soprattutto per cause da riscontrare altrove, come già detto. Il derby casalingo perso per 4-1 contro la Roma gli è costato l’esonero: macchia pesante da cancellare.
Simone Inzaghi (Lazio) 6,5: ha avuto a disposizione otto partite per mostrare le sue capacità. Aveva due opzioni: fallire clamorosamente oppure risollevare una squadra con il morale a pezzi. E’ riuscito a scegliere la seconda, adoperandosi con grande acume e scegliendo al contempo il basso profilo. L’ideale per una piazza molto facile agli eccessi caratteriali come quella biancoceleste. Il suo destino è ancora da decidere: non è certo che rimanga alla Lazio, voci di corridoio lo vogliono prossimo alla panchina della Salernitana, altro club di proprietà di Lotito e neopromosso in Serie B.
Sinisa Mihajlovic (Milan) 6: il suo esonero è l’ennesimo capo d’accusa esibito dalla tifoseria rossonera e da molti addetti ai lavori nei confronti di una proprietà non più amata come un tempo, e ci teniamo bassi. Berlusconi ha deciso di dare il benservito al tecnico serbo che, pur senza strafare, aveva portato il Milan a viaggiare tra alti e bassi che, rispetto all’anno passato, parevano rappresentare un leggero passo in avanti. Tra i suoi meriti, quello di aver rigenerato Alex e di aver fatto sembrare utile alla causa persino Honda. Più bravo sul profilo psicologico che su quello meramente tattico, è stato anche sfortunato nell’aver perso Niang, con lui diventato più maturo sul campo da gioco, al punto da essere considerato inamovibile. La sua cacciata è stata, effettivamente, poco comprensibile, anche perché venuta dopo una partita persa sì contro la quasi imbattibile Juve ma giocata in maniera encomiabile.
Christian Brocchi (Milan) 5: meriterebbe un voto ancora più severo ma bisogna essere anche teneri con lui, catapultato in una situazione evidentemente troppo difficile da gestire. Aver dato l’anima nel suo passato rossonero da calciatore ed essersi ben comportato alla guida delle giovanili non erano certo un elemento che avrebbe potuto assicurare una altrettanto positiva gestione della prima squadra: del resto, il precedente di Pippo Inzaghi parlava e parla chiaro. Dopo la vittoria poco convincente all’esordio contro la Sampdoria, il suo Milan è stato di gran lunga inferiore a quello guidato da Mihajlovic. Nessuna identità tattica e neppure grinta per potere sopperire a lacune evidenti. Difficile che venga confermato, rischia di essere l’ennesimo allenatore bruciato sulla via di San Silvio.
Maurizio Sarri (Napoli) 8,5: il suo è un piccolo capolavoro, impossibilitato ad essere grande solo per quella macchina da guerra che è stata la Juventus. L’uomo di provincia, accomodatosi sulla panchina di un grande club, ha saputo ripetere quanto di buono fatto ad Empoli, rimarcando il concetto dell’incidenza di un allenatore nei successi e nei fallimenti di una squadra. Ha restituito fiducia ed entusiasmo ad un ambiente che era stato afflosciato dalla superbia di Benitez, ha rigenerato Higuain e trasformato Koulibaly, lo scorso anno disastroso, in uno dei migliori difensori d’Europa. Qualche battuta a vuoto davanti ai microfoni, dove ha ecceduto nel cercare attenuanti per qualche sconfitta non certo all’altezza del suo grande lavoro.
Giuseppe Iachini (Palermo) 5,5: la convinzione che, tra tutti i tecnici succedutisi sulla panchina rosanero quest’anno, fosse il più adatto alla realtà palermitana rimane tale anche dopo le rocambolesche vicende a tutti note. Ha iniziato con dei risultati non certo lusinghieri, è stato richiamato dopo altri cinque cambi in panchina ma, dopo poco tempo, si è dimesso per insanabili contrasti con Zamparini. Se fosse stato lasciato tranquillo, probabilmente, avrebbe condotto la squadra ad una salvezza meno ardua di quella raggiunta al fotofinish da Ballardini. C’è molto di suo nel fatto che i rosanero siano rimasti nella massima serie ma, conoscendo Zamparini, avrebbe forse potuto tollerarne di più gli eccessi.
Davide Ballardini (Palermo) 6: la sufficienza la becca perché è riuscito ad ottenere la permanenza in Serie A del Palermo nonostante i mille problemi. Tuttavia, nel primo dei suoi due brevi interregni sulla panchina dei siciliani, non ha brillato per vari motivi, ivi compreso l’assurdo tentativo di esautorare un portiere ed un leader del calibro di Sorrentino. E’ vero che la non eccelsa qualità dei diretti rivali nella corsa alla salvezza ha agevolato il suo compito ma è anche giusto sottolinearne l’intelligenza nel puntare sugli uomini giusti nel rush finale. Per lui, ovviamente, il futuro è una totale incognita.
Walter Novellino (Palermo) 4,5: riesumato da non si sa bene dove, gli si è chiesto un miracolo per il quale, evidentemente, non era attrezzato. In quattro partite ha racimolato la miseria di un punto, prima di sentirsi dare, quasi, del bollito da Zamparini. Di certo era l’uomo sbagliato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Protagonista anonimo, insomma, di una storia tutt’altro che esaltante.
Rudi Garcia (Roma) 5: dopo l’eccellente primo anno e gli scricchiolii della seconda stagione, l’annata appena conclusasi ha conosciuto la fine del soggiorno romano del tecnico francese. Che ha palesemente perso il polso della situazione, al punto da risultare indigesto a parte della tifoseria. Ha resistito un solo girone e la sensazione è che, se fosse stato cacciato prima, la Roma avrebbe potuto avere ben altra voce in capitolo non solo nella corsa al secondo posto ma anche in quella al tricolore. Non che abbia fatto male ma i risultati sono stati sin troppo isterici per una squadra che, con un certo tipo di gestione, avrebbe potuto fare qualcosa di davvero importante. Un’illusione svanita amaramente.
Luciano Spalletti (Roma) 7: dopo il breve balbettio iniziale, Spalletti ha preso possesso della Roma e l’ha portata a disputare un girone di ritorno straordinario. Prima che tattica la sua mini rivoluzione è stata psicologica: il tecnico toscano ha dato uno scossone importante, ha messo i giocatori di fronte alle proprie responsabilità ed ha cacciato ogni alibi possibile ed immaginabile. Ha avuto il merito di prendere ogni scelta senza alcun timore reverenziale, litigando anche con Totti ma, grazie alla sua opera, tornando a farlo sentire un giocatore utile ed importante. Nel girone di ritorno la Roma ha collezionato, con lui alla guida, ha messo assieme 46 punti, appena 6 in meno della Juve Campione d’Italia. Se fosse arrivato prima…
Walter Zenga (Sampdoria) 5,5: esonerato dopo dodici giornate, la sua cacciata non è stata appieno compresa. La Sampdoria, con lui, ha alternato risultati importanti, come la vittoria contro la Roma, ad altri meno egregi, vedi sconfitta con il Frosinone, seppure in trasferta. La squadra forse non ha digerito alcuni suoi metodi ma, di certo, i blucerchiati avrebbero tranquillamente potuto continuare sotto la guida dell’ex portiere dell’Inter. Ha pagato, tra le altre cose, anche il suo carattere spigoloso.
Vincenzo Montella (Sampdoria) 5,5: probabilmente pensava di potere fare meglio del suo predecessore ma molto, nella sua scelta, ha pesato la voglia di ritornare subito in pista. La Samp di Montella non ha mai brillato andando a corrente alternata, tra pochi alti e molti bassi. L’ultima debacle, la sonora sconfitta rimediata nel derby casalingo contro il Genoa, cui hanno fatto seguito le polemiche roventi tra il tecnico ed il ds Carlo Osti. E’ anche vero che, nel mese di gennaio, gli è stato tolto Eder, capocannoniere e leader della formazione ligure, sostituito da un Quagliarella quasi mai all’altezza. Andrà probabilmente via, dopo aver condotto la squadra ad una salvezza non certo esaltante.
Eusebio Di Francesco (Sassuolo) 8: ha perso Zaza, mica bruscolini, ed al suo posto sono arrivati tre attaccanti che, pur fornendo un onesto contributo, non hanno fatto quanto il centravanti lucano. Parliamo, ovviamente, di Defrel, Falcinelli e Trotta. E neppure ha potuto fare affidamento sul solito Berardi, quest’anno opaco come mai prima. Ma Di Francesco è un ottimo allenatore che può diventare grande, abile a fare di necessità virtù. Il tutto senza mai snaturare il suo sistema di gioco preferito, con il tridente in avanti e grande spinta sulle fasce. Rispetto al passato, è riuscito a tenere alta la tensione della sua squadra fino all’ultima giornata, con il risultato che è stata conquistato un sesto posto che potrebbe valere una storica qualificazione in Europa League: tutto dipenderà dalla finale di Coppa Italia tra Juventus e Milan, con il Sassuolo che farà il tifo per i bianconeri.
Giampiero Ventura (Torino) 6: più di un passo indietro rispetto allo scorso anno ma il campionato è trascorso comunque senza patemi, con una salvezza che non è mai stata in dubbio. Qualche battuta a vuoto nel segno di una discontinuità che potrebbe essere un segnale di come il ciclo Ventura, a Torino, stia per esaurirsi. Grande merito aver valorizzato Baselli, che con lui ha conosciuto una nuova e più proficua collocazione in campo, e Belotti, autore di un girone di ritorno eccezionale. Da incubo le tappe finali del campionato, con sei sconfitte nelle ultime sei partite.
Stefano Colantuono (Udinese) 5: non ha mai convinto il modo in cui ha fatto giocare l’Udinese. Lui per primo, probabilmente, sperava di bissare l’ottimo lavoro fatto a Bergamo con l’Atalanta. Missione fallita, al punto che la società friulana, non avvezza a questo genere di cose, ha deciso di esonerarlo a metà marzo, quando i bianconeri si trovavano a quattro punti di vantaggio sulla zona retrocessione. L’impressione è che non abbia saputo ben sfruttare le capacità di alcuni suoi giocatori. L’infortunio grave occorso a Duvan Zapata e il declino naturale di Di Natale non lo hanno aiutato. L’illusoria vittoria nella prima giornata in casa della Juventus non ha avuto degno seguito.
Luigi De Canio (Udinese) 6: vero è che, a campionato concluso, l’Udinese ha tenuto lontana la zona retrocessione di 4 punti, gli stessi della gestione Colantuono. Ma va puntualizzato che De Canio, assente dalle panchine da più di due anni, ha saputo calarsi degnamente nella realtà bianconera, riuscendo a trarre qualcosa di buono dal materiale tecnico a disposizione, evitando un tracollo che avrebbe significato Serie B. Piccoli capolavori i successi contro Napoli e Fiorentina, ma rimane l’onta della terribile sconfitta casalinga contro il Torino: 1-5 il risultato finale. Rimane da vedere se i Pozzo gli confermeranno o meno la fiducia.
Andrea Mandorlini (Verona) 4: un disastro, dopo il bel campionato dello scorso. Un disastro ben quantificabile negli appena sei punti collezionati in quattordici partite, con nessuna vittoria a carico. Molto ha fatto la crisi inevitabile che, tra infortuni ed età più che avanzata, ha coinvolto Luca Toni. Se si pensa che Pazzini, suo erede designato, ha avuto anch’egli le sue problematiche, si capisce, in parte, il perché di un’involuzione così netta rispetto ad un anno fa. Dopo avergli dato fiducia ad oltranza, la proprietà non ha potuto far altro che cacciarlo. E, da come sono andate le cose dopo, è palese quanto grandi siano state le sue responsabilità.
Luigi Delneri (Verona) 6,5: tornato a Verona, sponda Hellas, dopo i magici anni al Chievo, Delneri, accolto da scetticismo, non è riuscito nel miracolo di salvare i gialloblu, nonostante i suoi risultati siano stati di gran lunga superiori a quelli del predecessore. Il Verona, con Delneri alla guida, ha saputo giocarsela a visto aperto contro ogni avversario, dimostrando di avere qualcosa da dire anche sul piano tecnico. Le perle sono le vittorie contro il Milan e contro la Juventus, nel finale di stagione. La retrocessione era cosa quasi inevitabile e, difatti, si è materializzata. Il tecnico friulano può però essere l’uomo giusto per far partire un nuovo ciclo dell’Hellas, magari più forte di quello allenato da Mandorlini.