Emozioni, tensione, gioia e sconforto: il calcio da sempre è una metafora perfetta della vita di tutti i giorni, un piacere immenso per chi lotta in campo e per chi assiste, tifa e soffre tutti i 90 minuti.
Alcune storie però raccontano l’immensa tristezza e i problemi di gente malata, che utilizza lo sport più bello del mondo solo per sfogare con la violenza delusioni o che approfitta del gioco per loschi fini.
La disavventura di Faustino Asprilla, ex stella colombiana del Parma rientra in questa categoria: in seguito a forti minacce di gente losca nei confronti della sua famiglia, Asprilla ha dovuto abbandonare il suo paese natale, per stare al sicuro.
Le sue parole non nascondono sconforto e amarezza: “Oggi è uno dei giorni più tristi della mia vita. Devo lasciare la mia terra perché sono vittima di un’estorsione. La mia famiglia è stata minacciata di fronte a me, mio padre e le mie sorelle. Con tutta l’impotenza e il dolore prendo questa decisione di lasciare Tuluà per la sicurezza dei miei cari.
Ho dedicato la mia vita a rappresentare il mio paese all’estero, a dare gioia al mio popolo colombiano, e quando finalmente posso recuperare il tempo perso con i miei cari sono costretto a scappare dal mio popolo da una porta sul retro. Ma non sono il tipo di persona che resta in silenzio di fronte all’ingiustizia. Voglio denunciare davanti ai media e al paese ciò che è successo”
In Sud America però, anche altri calciatori sono stati vittima di aggressioni: a Roberto Carlos venne puntata una pistola nel parcheggio di un supermercato, Javier Zanetti fu aggredito e derubato mentre era in macchina col padre a Banfield, sua città natale.
Carlos Tevez invece ha vissuto uno degli incubi peggiori, il giorno in cui il padre adottivo venne rapito e poi rilasciato dopo 8 ore in seguito al pagamento di una riscatto di 36.000 euro.
La malavita però si intreccia anche col gioco, e sono numerosi i casi di intimidazioni per risultati sportivi non graditi: durante la finale di Coppa Sudamericana del 2012, giocata dagli argentini del Tigre e i brasiliani del San Paolo, gli argentini, in svantaggio per 2-0 dopo la prima frazione si rifiutarono di scendere in campo dopo aver subito minacce durante l’intervallo del match.
Sempre in Sud America, più precisamente in Uruguay, il mese scorso tre calciatori del Nacional Carlos De Pena, Gastón Pereiro e Nicolás Prieto hanno ricevuto minacce di morte, a tre giorni dal superclassico contro il Peñarol dai ‘supporters’ avversari. I giocatori hanno denunciato di aver ricevuto lettere contenenti messaggi intimidatori mentre sulle pareti delle loro abitazioni sono comparse scritte minatorie. Il ministero dell’Interno ha acquisito tutta la documentazione necessaria a istruire il caso. “Non si possono ignorare episodi come questi, soprattutto oggi che si cerca in ogni modo di ridurre la violenza nel calcio”, ha detto il direttore nazionale del Ministero dello Sport, Ernesto Irurueta.
Tutto il mondo è paese però, e l’Italia ne è la dimostrazione: lo scorso anno in Salernitana-Nocerina, gli ultras rossoneri non hanno permesso di fatto che il derby si giocasse, minacciando di morte i propri beniamini qualora questi fossero scesi in campo. Il derby dell’Arechi è sì cominciato (con 40 minuti di ritardo), ma dopo ventuno l’arbitro Sacchi di Macerata è stato costretto a decretarne la fine. Terrorizzata, la Nocerina aveva deciso di non giocare, piegandosi alle minacce e lo ha confermato dopo appena 50 secondi consumando subito le tre sostituzioni. Poi gli infortuni a raffica: al 21′ erano già sei i calciatori della Nocerina usciti dal campo con problemi muscolari.
Il direttore di gara ha dovuto sospendere la gara, visto che il regolamento vieta di giocare una gara se la squadra ha meno di 7 effettivi.
Ad Ascoli poi si è passati quasi alla macabra ritualità: un lunedì al ritorno al campo di allenamento, i giocatori dell’Ascoli hanno trovato piantate al centro del rettangolo di gioco tre grosse croci e sul muro all’ingresso del centro sportivo è apparso lo striscione con la scritta: “E’ finita la pazienza, o salvezza o violenza”.
La squadra bianconera veniva da una sconfitta e questo doveva essere un avvertimento.
Alla Sampdoria invece tre anni fa venne sfiorata la guerra: infuriati per la situazione della squadra, gli ultras doriani tirarono sassi e bastoni contro il pullman della squadra e poi ebbero un’accesa discussione con l’allenatore di allora, Alberto Cavasin, che venne anche minacciato da un tifoso.
Si spera che in futuro determinati episodi non avvengano più e che i criminali stiano al loro posto: lontano da un campo di calcio.