Ultras e criminalità, quando il controllo della curva diventa potere

Dalle accuse di tortura nella torcida del Bahia alle inchieste italiane fino al caso dei “Principi” in Serbia: come il controllo dei gruppi di tifosi può intrecciarsi con interessi economici e reti criminali

Il mondo della tifoseria organizzata torna al centro delle cronache. Dieci membri della Torcida Organizada Bamor, una delle principali tifoserie organizzate del club brasiliano Esporte Clube Bahia, sono stati arrestati con l’accusa di torture fisiche e psicologiche ed estorsione nei confronti di altri membri associati. Il caso riporta l’attenzione su una dinamica che in diversi contesti calcistici è già finita sotto la lente degli investigatori: il potere che può concentrarsi nelle mani dei gruppi ultras e intrecciarsi con interessi economici e attività criminali.

Il caso Bamor: le accuse di tortura nella torcida del Bahia

La Bamor è una delle principali tifoserie organizzate dell’Esporte Clube Bahia, società di Salvador che milita nel Campeonato Brasileiro Série A, la massima serie brasiliana. Tra i dieci arrestati del gruppo ultras figurerebbero il presidente Matheus Pires Castro, il vicepresidente Luciano Silva Venanci e i direttori di vari settori del gruppo; un agente della Polizia Militare sarebbe inoltre formalmente indagato per essere parte integrante della struttura criminale della torcida. Le accuse avanzate comprendono, tra gli altri reati, tortura, rapina, estorsione e minacce. Le contestazioni al centro dell’inchiesta riguardano due presunti episodi avvenuti nel luglio 2026 nella sede del gruppo, dove alcuni associati sarebbero stati aggrediti per ottenere confessioni su presunte irregolarità nella gestione dei fondi della tifoseria e per costringerli a consegnare denaro. Secondo le ricostruzioni dai media brasiliani, le vittime avrebbero subito pestaggi e minacce prolungati. Una di loro, che si occupava del settore degli abbonamenti, avrebbe raccontato di essere stata intimidita anche attraverso minacce rivolte alla propria famiglia. Un altro associato, che forniva servizi informatici alla tifoseria, avrebbe denunciato di essere stato costretto a consegnare le credenziali bancarie, con conseguenti prelievi di denaro dal proprio conto. Nella sede del gruppo gli investigatori avrebbero sequestrato mazze da baseball, martelli e pinze, oggetti ritenuti compatibili con le testimonianze raccolte. Adesso l’inchiesta punta a chiarire le responsabilità individuali e a verificare se vi siano stati altri episodi analoghi. L’ipotesi è che una controversia interna sulla gestione del denaro si sia trasformata in un sistema di coercizione, nel quale la forza sarebbe stata utilizzata per ottenere confessioni e risorse economiche. La vicenda brasiliana si distingue per la natura delle presunte violenze: le vittime non sarebbero state tifosi rivali, ma persone appartenenti allo stesso ambiente. Un caso che solleva interrogativi sul funzionamento interno di alcune organizzazioni del tifo e sul confine tra appartenenza, controllo del gruppo e imposizione violenta di interessi.

Inter e Milan, l’inchiesta Doppia Curva e gli affari attorno a San Siro

Non è certo la prima volta che si ipotizzano atti criminosi all’interno delle tifoserie organizzate e anche l’Italia annovera diverse inchieste. Uno dei casi più significativi degli ultimi anni è quello che ha coinvolto i vertici delle curve di Inter e Milan. L’inchiesta denominata Doppia Curva, avviata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ha portato nel settembre 2024 a una serie di arresti e ha fatto emergere un quadro di interessi economici legati alla gestione delle attività attorno allo stadio milanese di San Siro. Al centro dell’indagine sono finiti esponenti delle due tifoserie, accusati a vario titolo di reati legati alla criminalità organizzata e alla gestione illecita di attività connesse allo stadio. Secondo l’ipotesi investigativa, tra i due gruppi sarebbe esistito un accordo per spartirsi gli affari legati allo stadio ed evitare conflitti nella gestione di parcheggi, biglietti e altri servizi. L’inchiesta aveva poi svelato rapporti tra alcuni esponenti ultras e ambienti della criminalità organizzata. Per la Curva Nord interista, e in particolare l’ex capo ultrà Andrea Beretta, le indagini hanno approfondito i legami con la ‘Ndrangheta calabrese, mentre Luca Lucci, figura di spicco della tifoseria rossonera, avrebbe invece sfruttato i canali ultras per gestire un maxi-traffico di droga. La vicenda ha mostrato come il potere di alcuni gruppi possa estendersi oltre la gestione del tifo e degli spalti, sfruttando una posizione di influenza nella curva per controllare risorse, imporre condizioni e consolidare relazioni criminali. Rispetto all’inchiesta sulla Bamor, dove i reati contestati sono di altra natura, il filo comune è il possibile uso del potere interno al gruppo per perseguire interessi che vanno oltre il sostegno alla squadra. Le inchieste milanesi non sono un caso isolato nel panorama italiano. Un altro caso riguarda Fabrizio Piscitelli, detto “Diabolik”, storico capo degli Irriducibili della Lazio, ucciso a Roma nel 2019 e successivamente al centro di indagini legate al narcotraffico. In precedenza, l’inchiesta Alto Piemonte aveva invece fatto emergere tentativi di infiltrazione della ‘Ndrangheta nella curva della Juventus, attraverso il controllo dei biglietti e il bagarinaggio. Due vicende diverse, che contribuiscono a delineare la varietà dei rapporti tra gruppi di tifosi, interessi economici e criminalità.

Serbia e Argentina, dalle reti criminali ai business delle tifoserie

Fuori dall’Italia, uno dei casi più estremi di legame tra tifoseria e criminalità è quello di Veljko Belivuk e i Principi, una violenta fazione ultras del gruppo Grobari, legato al Partizan Belgrado. Belivuk, il suo braccio destro Marko Miljković e decine di altri esponenti della fazione sono finiti al centro di una maxi-inchiesta aperta nel 2021 secondo la quale il gruppo operava come una vera e propria organizzazione paramilitare e mafiosa legata al clan di Kavač, gruppo criminale montenegrino impegnato in una sanguinosa faida balcanica contro il rivale clan di Škaljari. Le accuse rivolte al gruppo comprendono omicidi, traffico di droga e altre attività criminali violente: secondo le ricostruzioni, i rivali venivano attirati in una villa bunker in un sobborgo di Belgrado dove venivano sequestrati, torturati e uccisi. La rete avrebbe utilizzato anche relazioni e strutture riconducibili all’ambiente ultras per consolidare il proprio potere. Come emerso durante il processo, ancora in corso, il gruppo avrebbe avuto dei legami anche con l’ex presidente serbo Aleksandar Vučić e di alti funzionari del Partito Progressista Serbo (SNS). Fuori dall’Europa, invece, alcuni dei casi più famosi hanno coinvolto le barras bravas argentine come i Los Borrachos del Tablón, tifosi del club River Plate, e i La Doce, legati invece al Boca Juniors. Le barras bravas sono gruppi di tifoseria organizzata tipici dell’America Latina, nati proprio in Argentina. Oggi, molti di questi gruppi sono riconosciuti come vere e proprie organizzazioni criminali impegnate in attività illecite come racket, bagarinaggio, traffico di droga ed estorsioni, in alcuni casi sfruttando legami con la politica locale o i sindacati. Una delle indagini più recenti ha portato alla luce un sistema in cui i leader del gruppo Los Borrachos del Tablón avrebbe controllato anche le percentuali sulle cessioni dei calciatori verso l’Europa. 

Quando il controllo della curva diventa uno strumento di potere

Le relazioni tra tifoserie, club, criminalità e politica variano da caso a caso e richiedono di distinguere le responsabilità accertate dalle accuse e dalle interpretazioni più generali sul fenomeno. Le vicende brasiliana, italiana e serba mostrano però un possibile elemento comune: in alcuni gruppi, le gerarchie interne e il controllo delle risorse possono trasformarsi in strumenti di potere. La violenza, in questi contesti, non si esaurisce negli scontri tra tifoserie rivali, ma può essere utilizzata per intimidire, imporre decisioni e proteggere interessi economici. Questo non significa che il tifo organizzato coincida con la criminalità. Le curve sono realtà eterogenee, con funzioni sociali e identitarie che non possono essere ridotte alle condotte di singoli esponenti o singoli gruppi. La distinzione decisiva riguarda il modo in cui viene esercitata l’influenza: se resta una forma di rappresentanza e appartenenza oppure diventa uno strumento di coercizione. È proprio il caso Bamor a rendere evidente questa seconda possibilità. Le accuse, ancora da accertare nelle sedi giudiziarie, descrivono presunte violenze contro membri della stessa tifoseria per ottenere denaro e informazioni. Non uno scontro con un gruppo rivale, dunque, ma un conflitto interno nel quale il controllo del gruppo sarebbe stato usato per intimidire i suoi stessi appartenenti. È in questo passaggio che il potere della curva può cambiare natura: quando non serve più a rappresentare una comunità, ma a imporre interessi attraverso la paura.