Se è vero, come proclama il quotidiano El Observador, che “Dio è celeste”, come la maglia della nazionale uruguaiana che ha sconfitto ieri l’Inghilterra, allora non vi è dubbio che il suo profeta non può che essere Luis Suarez, il fuoriclasse del Liverpoll che “è tornato per uccidere”, come urla la prima pagina di El Pais. All’indomani dalla partita che ha visto la risurrezione dell’Uruguay dopo l’imbarazzante sconfitta 3 a 1 contro il Costa Rica, la stampa di Montevideo stenta a trovare aggettivi sufficienti per inneggiare al nuovo eroe nazionale: in Sudafrica Suarez aveva salvato la “celeste” con la mano, nei leggendari ultimi minuti della partita contro il Ghana, ora la salva ancora una volta, anche con le gambe indurite dallo sforzo 28 giorni dopo l’intervento subito al ginocchio sinistro. C’è Suarez per tutti e di tutti i colori: Luis che ridacchia dopo la triangolazione perfetta del suo secondo gol, Luis che piange abbracciato ai compagni negli ultimi secondi della partita, Luis che confessa che “tutto questo l’avevo vissuto nei miei sogni”, Luis che dedica la sua performance a Hodgson (“diceva che ero al livello della Premier ma non del Mondiale: ecco la mia risposta”), Luis che loda i suoi compagni (“per noi era l’ultima partita del Mondiale: ce l’abbiamo messa tutta”). L’editoriale di Ovacion riassume meglio di qualsiasi altro il sentimento di ammirazione, orgoglio, rivincita e semplice gioia con il quale gli uruguaiani seguono il loro eroe: “In piedi, signori, e salutate sua maestà Luis IX, re del calcio ‘celeste’, che rende felice al suo popolo con i suoi gol e che lo fa sognare, lottando fino all’estremo”.