E’ stato tra i migliori centrocampisti dell’ultima decade, ha girato l’Europa, e l’ultima esperienza prima della rescissione del contratto è stata in Grecia, con la maglia dell’Olympiacos. Ma Yaya Tourè è ancora una figura importante per il mondo del calcio. Trentasei anni a maggio, l’ex Barcellona e Manchester City è molto attivo nella lotta al razzismo e in un’intervista al Mirror ha raccontato le difficoltà vissute su questo fronte nei primi anni della sua carriera.
A 20 anni, giocava nel Metalurg Donetsk, in Ucraina e non era affatto semplice: “C’erano cori razzisti, imitavano i versi delle scimmie e per me era umiliante, a volte anche i miei stessi tifosi si comportavano così, i primi tempi mi sentivo umiliato, poi l’umiliazione si trasformò in rabbia, ma dovevo abituarmi a offese e insulti. Sono stati momenti difficili, in ogni partita succedevano queste cose“.
“Ricordo che chiamai mio padre, gli raccontai tutto e lui mi rispose di non pensarci, che dovevo continuare a giocare, ma non capiva quanto male mi facevano. Un giorno venne a trovarmi – continua il racconto dell’ivoriano – e tutti i bianchi si allontanarono da lui, ne rimase stupito, mi chiese se faceva una cattivo odore e io gli risposi come fece lui quando gli raccontai dei cori razzisti, gli dissi di non pensarci e che doveva accettarlo“.
Yaya Tourè parla di razzismo per commentare quanto accaduto durante Macedonia-Inghilterra, dove il suo amico Sterling è stato bersaglio, insieme ad altri, di cori razzisti. “Mi ha sorpreso la sua tranquillità, perchè anche se sai che queste cose possono succedere, non è facile farsi scivolare tutto addosso. Lo considero un fratello e per come si è comportato meriterebbe il premio di calciatore dell’anno“.
“Se qualche calciatore viene offeso per il colore della pelle o viene discriminato – conclude – tutta la squadra deve lasciare il campo, dovrebbero farlo anche tifosi e dirigenti. Bisogna fare qualcosa e bisogna intervenire dall’alto, la Fifa deve prendere provvedimenti“.
