Una delle più grandi tragedie del mondo del calcio. Il 4 maggio 1949 il Grande Torino veniva vinto dal fato. L’incidente di Superga spazzò via la più grande squadra italiana di tutti i tempi, nonché una delle più forti al mondo. Costruita pian piano negli anni. Arrivarono giocatori immensi a comporre quella rosa. Ma torniamo al racconto di quel pomeriggio del 4 maggio 1949. Tutto iniziò con un Italia-Portogallo in cui Valentino Mazzola promise al capitano del Benfica Francisco Ferreira di andare a giocare in terra lusitana in occasione del suo addio per aiutare le Aquile, in difficoltà economiche. Quel dannato pomeriggio l’aereo stava riportando a casa i granata da Lisbona, dopo il 4-3 nell’amichevole contro il Benfica. Era stata una grande festa, piena di sorrisi. Resteranno solo le lacrime, che continuano a 71 anni di distanza. Alle ore 17:03, il Fiat G.212 della compagnia aerea ALI, siglato I-ELCE, con a bordo l’intera squadra del Grande Torino, si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, che sorge sulla collina torinese. Morirono tutte le 31 persone a bordo: la rosa del Torino, 18 giocatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, il massaggiatore, tre giornalisti e quattro membri dell’equipaggio. Quel Torino aveva vinto quattro campionati consecutivi ed era prossimo a vincere il quinto. La squadra, inoltre, componeva la stragrande maggioranza dell’ossatura della Nazionale, arrivata persino a schierare 10/11 di quel Torino. Non a caso il compito di identificare le salme fu affidato all’ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, che aveva trapiantato quasi tutto il Torino in Nazionale. Il primo ad accorrere sul posto fu il cappellano della Basilica, Don Tancredi Ricca, che lavorava nel suo studio. Trovò il velivolo avvolto dalle fiamme, dopo aver sentito un boato e un’esplosione. Qualcuno urlò: “E’ caduto un aereo!”. Tra i presenti una voce ruppe il silenzio assordante, inframezzato dalla pioggia battente: “L’è il Turin!”. E sì, era proprio il Grande Torino.

Il Torino fu proclamato vincitore del campionato a tavolino e gli avversari di turno, così come lo stesso Torino, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite. Il giorno dei funerali più di mezzo milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto ai giocatori. Lo shock fu tale che l’anno seguente la Nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave. E dire che Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, era terrorizzato dall’aereo. Agli amici diceva sempre: “morirò giovane”. Purtroppo aveva ragione. Il 26 maggio 1949 venne organizzata allo stadio Comunale una partita il cui incasso era destinato ai familiari delle vittime. Contro il grande River Plate si schierò il Torino Simbolo, un gruppo di undici fuoriclasse prestati da tutte le squadre, che indossarono la maglia granata. Per il Toro giocarono Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers, Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi, mentre stella degli argentini era Di Stefano. In un Comunale al limite della capienza la partita-spettacolo terminò 2-2.

L’incidente avvenne per un malfunzionamento della strumentazione di bordo. La pioggia e la fitta nebbia di certo non aiutarono. Il pilota credeva di trovarsi ad oltre duemila metri di altezza, mentre in realtà i metri erano meno di seicento. A proposito di stranezze e coincidenze, chi guidava quell’aereo di cognome faceva Meroni, come quel Gigi che incanterà i palcoscenici italiani qualche decennio più tardi, prima di un’altrettanto tragica fine. C’è anche chi quell’aereo doveva prenderlo ma, per un motivo o per l’altro, non salì su quel volo. Lo spezzino Sauro Tomà, infortunato al menisco; non presero quel volo neanche il portiere di riserva Renato Gandolfi (gli fu preferito il terzo portiere Dino Ballarin, fratello del terzino Aldo); il radiocronista Nicolò Carosio, una delle voci storiche di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ (bloccato dalla cresima del figlio); Luigi Giuliano (capitano della Primavera del Toro e da poco tempo in pianta stabile in prima squadra, fu bloccato da un’influenza); l’ex Ct della Nazionale nonché giornalista Vittorio Pozzo (il Torino preferì assegnare il posto a Cavallero); Tommaso Maestrelli, invitato ad aggregarsi alla squadra per l’amichevole da Valentino Mazzola pur giocando nella Roma, non prese il volo poiché non riuscì a rinnovare in tempo il passaporto; il presidente del Torino Ferruccio Novo non prese parte al viaggio perché influenzato. Loro si salvarono, ma quella leggenda finì lì, quel pomeriggio su quella Basilica, a Superga.
Questi i nomi delle vittime:
Giocatori: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Giulio Schubert.
Dirigenti: Arnaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri
Allenatori: Egri Erbstein e Leslie Levesley
Giornalisti: Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero
Equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D’Inca, Celeste Biancardi, Antonio Pangrazi.
Ancora oggi si ricordano quei grandi giocatori, quella squadra capace di record inenarrabili, di quelli del ‘quarto d’ora granata’ (e lì sì che erano dolori per tutti). Il 10 aprile del 2018 è morto Sauro Tomà, l’ultimo superstite del Grande Torino, all’età di 92 anni. Ma il ricordo di quella compagine è ancora vivo nella mente di chi ha rivisto quelle gesta, di chi si è innamorato di quella squadra (anche chi sta scrivendo). E anche in questo 4 maggio il pensiero va a Valentino Mazzola e compagni.