Che fortuna poter giocare quasi l’intera carriera nella squadra della città in cui si è nati e per cui si tifava da bambini. Già, che fortuna. Fortuna di pochi, pochissimi. C’è invece chi si è avvicinato. Ha ‘acquisito’ come sua, quella squadra, pur essendo nato da altra parte. Restando al calcio, li chiamano ‘figli adottivi’. Uno di loro è Giancarlo Antognoni, colonna portante della Fiorentina del passato e del presente. Proprio il 15 ottobre del 1972, ben 47 anni fa, esordiva in Serie A con la maglia viola. Un colore che porterà fedelmente addosso per quindici anni. Lui che, perugino di nascita (di Marsciano), da piccolo tifava Milan e stravedeva per Rivera. Un ‘figlio adottivo’ di Firenze, praticamente.
E fu anche paragonato all’asso del Milan il giorno dopo il suo debutto nel massimo campionato italiano. La Fiorentina vinse in casa dell’Hellas Verona, Antognoni giocò un gran primo tempo, il giorno dopo il Corriere dello Sport lo descrisse – nel resoconto della gara – “un piccolo Rivera“. Chissà cosa si prova ad essere paragonati al proprio idolo. Ma il calciatore non si montò la testa e piano piano diventò un idolo ed una bandiera viola. Nell’81-82, lo scudetto sfiorato e perso, con un solo punto dalla Juve capolista al termine del torneo. Furono dolori per il capitano della Fiorentina, che però qualche settimana dopo si riscattò alzando al cielo la Coppa del Mondo in Spagna con l’Italia (non scese in campo in finale per squalifica). Due brutti infortuni negli ultimi anni in Toscana, poi le due stagioni finali a Losanna. Nel giorno del suo ritiro, un Franchi stracolmo ad accoglierlo.
Ma come ogni rapporto che lega una bandiera alla propria squadra (adottiva o meno), anche questo è fatto di ritorni. Dirigente, allenatore, adesso club manager. Antognoni e la Fiorentina una cosa sola. Sempre.