Ma Antonio Giua può davvero arbitrare in Serie A? Così male è ridotto il calcio italiano?

Errori macroscopici in Parma-Napoli per il giovane arbitro Antonio Giua, finito nel mirino della critica. Ma può davvero arbitrare in Serie A?

Sapevate che c’è un premio (chiamiamolo così, ma c’è ben poco da vantarsi) per il peggior arbitro della stagione di Serie A? Beh, indubbiamente il riconoscimento va ad Antonio Giua da Olbia. Il fischietto sardo è finito nel mirino della critica per le decisioni prese in Parma-Napoli. Un rigore palesemente inventato, uno che a termini di regolamento (per una norma sui falli di mano che a definirla assurda saremmo fin troppo buoni) ci sta, il terzo ancor più inventato del primo. Già veder fischiare tre penalty nella stessa partita è un caso più unico che raro, ma se poi due non ci sono capite bene che la gara viene nettamente condizionata. E di gare fortemente “indirizzate” dai calci di rigore in questa stagione ne abbiamo viste tante, troppe. Frutto delle regole molto più rigide, ma anche per la “pigrizia” degli arbitri che non amano andare a rivedere le immagini al VAR. Certo, c’è anche la questione del chiaro ed evidente errore (altra incredibile idiozia), ma la verità è che molti fischietti italiani non sono all’altezza. Una volta si parlava di malafede degli arbitri, oggi dobbiamo parlare di incompetenza.

E dire che il VAR è stato introdotto per essere “amico” degli arbitri ed evitare le solite polemiche post-partita. Ma possiamo tranquillamente affermare, senza timore di essere smentiti, che si è rivelato un “nemico” e le decisione controverse sono aumentate. Anzi, potremmo dire che piccoli simulatori crescono. Ai tanti che abbiamo visto accentuare i contatti nel corso di questo campionato sono andati ad aggiungersi Grassi e Kulusevski. E badate bene che questi ultimi due potrebbero essere candidati all’Oscar per le loro performance, perché sono riusciti a cadere senza essere nemmeno toccati. Qui siamo a livelli altissimi. Mentre con Giua tocchiamo gli abissi. L’arbitro promosso in Can A dall’inizio della stagione, ha diretto 18 partite sin qui nel massimo campionato (13 nella Serie A 2019-2020). Fischietto con una media di ammonizioni relativamente bassa (3,93 a partita), ma molto permaloso. Non ama le proteste e tira facilmente fuori il rosso (1 espulsione ogni 2,59 gare dirette). Di questo anche nella gara tra Parma e Napoli ne abbiamo avuto conferma. Koulibaly prova a chiedergli spiegazioni e si sente rispondere: “Non urlare, portami rispetto”. Insigne, invece, è stato intercettato mentre commenta: “Fa sempre il fenomeno contro di noi”. E già perché Giua sembra avere un conto aperto con i partenopei.

Era il 9 febbraio scorso quando in Napoli-Lecce Giua ebbe la brillante idea di ammonire Milik per simulazione. L’arbitro fu smentito nettamente dalle immagini, ma cosa ancor più clamorosa si rifiutò di andare al VAR perché, a detta sua, aveva visto bene il contatto. Il Napoli perse quella partita 2-3 e l’errore di Giua pesò e non poco. Ma riuscire a sbagliare anche in una gara in cui le due squadre si giocavano poco o nulla dal punto di vista dei rispettivi obiettivi, beh signori, ci vuole una certa bravura. Arbitro generoso nel fischiare i rigori (e ce n’eravamo accorti): 1 ogni 2,28 partite. Un po’ troppo sicuro di sé e tendente a snobbare il VAR. Anche quella volta che Cristiano Ronaldo imitò Tania Cagnotto al 92′ di Juve-Genoa del 2019. E sì, perché anche in quel caso c’era lui a dirigere il match: Antonio Giua da Calangianus (Sassari), ma della sezione di Olbia.

Per fare l’arbitro ci vuole personalità, questo è indubbio. E di personalità Giua ne ha fin troppa, tanta da voler essere attore protagonista a tutti costi. Torniamo velocemente sugli episodi di Parma-Napoli. Il primo rigore: Mario Rui non può certo smaterializzarsi ma il contatto con Grassi non sembra esserci. In questo caso il VAR non può intervenire, perché l’intensità va valutata dall’arbitro di campo (ahi noi!). Secondo rigore: Giua non fischia nulla in presa diretta. Il VAR lo richiama e, incredibilmente (visti i precedenti), lui si fionda a vedere le immagini. Le braccia sono protese e dentro l’area: potremmo discuterne all’infinito perché ognuno la vede come vuole, ma la regola è questa e il rigore ci sta. Terzo rigore: Kulusevski allarga la gamba ed è già in caduta, un minimo tocco di Koulibaly c’è anche ma l’esterno del Parma è malizioso e abile nell’accentuare. Risultato? Tre rigori dei quali ce n’è uno e un quarto, diciamo così. E in tutto questo c’è anche chi promuove l’arbitro Giua. Per ‘La Gazzetta dello Sport’, infatti, la prestazione del direttore di gara è da 6,5: “Legge bene tre rigori, uno grazie al VAR, il resto, qualche giallo di troppo e qualcuno non dato, passa in secondo piano”. Oddio, in secondo piano dovrebbe passare questo giudizio.

Polemiche accese, errori che restano. Ora ci sono due correnti di pensiero: da una parte coloro che si chiedono come Antonio Giua, candidato al “premio” come peggior fischietto dell’anno e primo sardo a dirigere nel massimo campionato italiano, possa continuare ad arbitrare in Serie A o se sia meglio che ritorni a fare l’ingegnere; dall’altra parte c’è chi pensa che sono errori di gioventù, insomma quelli che tutti facciamo e che una volta maturati cerchiamo di evitare. Tanti in passato hanno sbagliato anche palesemente. Tra questi possiamo citare Marco Guida e Fabio Maresca, oggi cresciuti notevolmente e tra i fischietti più apprezzati in Italia. Ora sta a Giua decidere quale strada prendere (prima che qualcuno lo faccia per lui): imitare il percorso di Guida e Maresca o restare negli annali del calcio come il peggior arbitro italiano.