Bufera arbitri in Italia: tra umanità e robotica

Il dibattito calcistico italiano, in questi giorni, è una vera e propria polveriera. Juventus-Roma ha lasciato dietro di sé una scia di polemiche che non accenna a placarsi: dichiarazioni pepate degli allenatori, prese di posizione da parte di giornalisti e opinionisti, duelli rusticani tra capitani e Palloni d’Oro. Il comune denominatore di questa tempesta mediatica ha un solo nome: Gianluca Rocchi, arbitro della sezione di Firenze. A distanza di tre giorni dalla gara “incriminata”, c’è chi chiede la sua testa, chi sostiene che abbia diretto bene la partita, chi lo cerca per estorcere addirittura una confessione, chi minimizza perché “errare -in fondo- humanum est”.
Appunto, sbagliare è umano. E’ su quest’ultima parola che bisogna riflettere attentamente. “Umani” sono gli errori di arbitri e calciatori, ma “umani” sono anche i gol e le giocate spettacolari che ci fanno costantemente innamorare di questo sport. “Umano” è questo sport. E come qualsiasi cosa che è di pertinenza dell’uomo, comprese la storia, la politica e la guerra, anche il calcio vive di “umanità” nel senso sostanziale del termine e, se è vero che sbagliare è umano, esso vive anche di errori. Se gli eventi vanno in una direzione piuttosto che in un’altra è a causa degli errori, è a causa di quel 50% che poteva essere scelto oppure no nell’arco di un’ora, di un minuto, di un millesimo di secondo, è a causa di quel “testa” scelto quando poi è caduto “croce”, di quel rigore giudicato in area quando (forse) era fuori.

In Italia abbiamo probabilmente perso la percezione dell’umanità di quel signore che corre in mezzo al campo con un fischietto in bocca. Pretendiamo da lui e da chi lo assiste che le decisioni prese siano sempre quelle giuste, così come, se potessimo, pretenderemmo da loro la visione ai raggi X e l’installazione nei loro cervelli di una di quelle app che permettono di scattare foto panoramiche a 360°, “perché ovviamente deve essere una visuale completa, la loro”.
Gli arbitri sono ormai considerati a metà tra l’uomo e la macchina, una specie di cyborg in grado di stabilire automaticamente se la palla ha varcato la linea, se era rigore, se era fuorigioco attivo oppure no. Il tutto nel giro di mezzo secondo.
E se la parte umana ha la meglio su quella “robotica”? Detto in altri termini: quando l’arbitro sbaglia, si invoca a gran voce l’intervento massiccio proprio della componente automatica, robotica, unica salvezza possibile per far fronte alla fallibilità umana del Gianluca Rocchi di turno, che a causa degli errori commessi diventa più importante dei 22 umani che giocano la partita. E allora spazio alle solite omelie sull’importanza della tecnologia, sul fatto che “dobbiamo stare al passo con i tempi”, che “un arbitro e 4 o 5 collaboratori non bastano”.

Facciamo così: riempiamoci di macchine, di telecamere, di schermi, di replay, di raggi infrarossi, di segnali sonori, ecc. Però, poi, che nessuno abbia il coraggio di lamentarsi perché i tempi e i modi delle partite di calcio che saranno disputate con questi aiuti tecnologici sono “dis-umani”.