Nicolò Fagioli, centrocampista della Juventus, ha deciso di condividere apertamente la sua battaglia contro la ludopatia in un documentario intitolato “Fragile”. La realizzazione di questo documentario coincide con il periodo della sua squalifica di sette mesi, una punizione che gli è stata inflitta per il coinvolgimento in scommesse illegali.
Nel documentario, Fagioli ha raccontato come tutto sia iniziato quando aveva appena 16 anni. “Ho iniziato a scommettere per gioco, insieme agli amici,” ha rivelato. “All’inizio sembrava una cosa innocua, ma ben presto ho perso il controllo della situazione. Le scommesse sono diventate una dipendenza.
Continuavo a sfuggire dai problemi ma le somme diventavano sempre più grosse. Non volevo ammetterlo a me stesso, quando vincevo ripagavo quanto perso prima. Sono andato avanti così dei mesi e nel momento più brutto stavo anche 12-13 ore al telefono, mi sembravano molte meno.
Ci sono stati periodi in cui stavo sveglio la notte per giocare – ha continuato – e il giorno stavo in stanza da solo per non farlo vedere. La puntata più alta che ho fatto è stata di 10mila euro in una volta: non è però tanto le puntate in sé, quanto la frequenza. Si sommavano soldi e diventavano sempre di più fino a centinaia di migliaia di euro.
Ho capito che se andavo avanti si parlava di tutti i soldi che guadagnavo, praticamente dovevo giocare a calcio per pagare queste cose qua. E venendo da una famiglia normale, mi dispiaceva aver buttato via tutti questi soldi. Più che altro però era il problema nei rapporti, mi accorgevo che ero molto nervoso.
Mi avevano scritto che mi avrebbero spezzato le gambe prima di una partita. E nemmeno sapevo chi erano, è veramente brutto. Ero consapevole di dover risolvere un problema. All’inizio non lo ammettevo a me stesso perché volevo nasconderlo agli altri. Ero nulla, la domenica mi sfogavo ma mi allenavo poco e mi tenevo male fisicamente. Davo poca importanza, era come se il centro fosse il gioco.
Ci pensavo anche in campo, inconsciamente: magari sbagliavo un passaggio o un assist facile e dicevo di essere distratto perché facevo altre cagate fuori. In quel momento il gioco mi dava adrenalina, mi faceva sentire un’emozione simile a quella quando sei in campo.
So di aver sbagliato, ho buttato via 2-3 anni di vita e il mio tempo, quello da trascorrere con la mia famiglia. Che loro lo sapessero mi dava fastidio. Mi vogliono bene come io lo voglio a loro, mi sono stati sempre vicino. Brutto dire che sono in debito con loro, però gli devo tanto e mi dispiace che si siano subiti un bel po’ di problemi.
A tutti vorrei dire che quando sei bambino vanno ascoltate le persone più grandi. Ricordo che uno mi disse che se ogni tanto facevo una scommessa, poi poteva diventare una malattia. Io ci ridevo e invece aveva ragione. Parlatene prima possibile con i genitori, già alla prima volta, questo è il consiglio che do“.