E’ scoppiato un focolaio al Genoa, sono aumentati i casi positivi al Coronavirus. La decisione, inevitabile, è stata quella di rinviare la partita contro il Torino, valida per la terza giornata del campionato di Serie A. ‘La Stampa’ ha intervistato il centrocampista Radovanovic, ecco quanto rivelato.
“Ci siamo allenati, Perin non c’era e poi abbiamo saputo che era positivo. Dovevamo partire nel pomeriggio e invece la partenza è stata rimandata alla mattina dopo. Prima abbiamo fatto due cicli di tamponi. A pranzo ero seduto vicino a Schone, abbiamo parlato a lungo in inglese. Poi il giorno dopo è venuto fuori che anche lui era positivo. Siamo partiti per Napoli, siamo rientrati alla sera. E quando sono arrivato a casa ho iniziato a non sentirmi bene. Ma pensavo fosse solo una mia idea, in fondo sapevo che c’erano stati un paio di positivi e allora poteva essere solo un fatto mentale. Invece…”.
“Lunedì mattina abbiamo fatto i tamponi e i test sierologici, poi la febbre ha iniziato a salire. Avevo tutti i sintomi: mal di testa, tosse, mal di gola. I test non hanno evidenziato nulla, alla sera mi ha chiamato il dottore e mi ha detto che ero positivo. Che lo erano anche altri miei compagni e lui stesso. Ero un po’ preoccupato. Si tratta di un virus nuovo e non sai come potrà reagire il tuo corpo. Ho avuto l’influenza ma questo non è paragonabile, è cinque volte più pesante. Sono un atleta ma mi sono trovato a pezzi”.
“Il virus colpisce tutti, siamo uomini come tutti gli altri e non dei privilegiati. I soldi o la fama non c’entrano. Quando ci cambiamo nello spogliatoio siamo in trenta, viviamo insieme buona parte della giornata e quindi rischiamo come in qualunque luogo di lavoro. Siamo molto controllati, è vero. Ma il rischio esiste e noi siamo stati sfortunati. Probabilmente abbiamo pagato il viaggio per Napoli, tra pullman, aereo e hotel. A Napoli il crollo nella ripresa può essere stato un crollo fisico, con il virus che iniziava a entrare in circolo: nessuno lo sa. È stato giusto rinviare Genoa-Torino, c’era poco da discutere. È prima di tutto un problema di salute, nostro e degli avversari”.