Il grande bluff Garcia: un’illusione costata alla Roma lacrime e sangue

Il primo anno di Garcia fece innamorare un po' tutti a Roma e non solo, poi il declino totale con il francese vittima, prima di tutto di sé stesso

Era l’estate del 2013 quando la Roma, dopo la disastrosa annata sotto l’egida di Zeman (poi conclusa da Andreazzoli), decise di affidare il nuovo corso a Rudi Garcia, francese di Nemours, conosciuto a dovere solo dagli appassionati di calcio transalpino e pochi altri. Il suo nome risuonò particolarmente quando, nel quinquennio alla guida del Lille, decorò la stagione 2010/2011 portando a casa il titolo di campione di Ligue 1 e la Coppa di Francia. Mica poco. A volerlo fortemente fu il ds Walter Sabatini, visto anche il rifiuto opposto dall’altro candidato eccellente, Marcelo Bielsa. Si presentò in punta di piedi, grande aplomb, suscitò persino simpatia, non proprio tipica degli uomini d’Oltralpe. Parlò di chiesa da rimettere al centro del villaggio ma fu perentorio nel bollare come laziali i tifosi romanisti che, quando ancora la squadra era in ritiro, facevano grosso esercizio di critica dura e preventiva.

Garcia fu un ciclone che investì positivamente il calcio italiano. Una ventata d’aria fresca, ben lontana dalle abitudini nostrane dove il piatto calcistico era sempre condito a suon di polemica e cattivi pensieri. Ne beneficiò in primis la Roma, restituita ad un gioco spettacolare e tremendamente concreto, con il secondo posto finale conquistato alle spalle della Juventus dei record, dei 102 punti, l’ultima di Conte. Juventus peraltro eliminata ai quarti di finale di Coppa Italia, prima che il Napoli avesse la meglio in semifinale. A conti fatti, a prevalere era comunque l’impressione che Garcia fosse l’uomo giusto al posto giusto. L’eroe venuto dalle terre transalpine a miracol mostrare, a restituire lustro e gloria ad una Roma affamata di successi. E poi? Poi venne l’annata seguente, che iniziò a smontare l’ideale un po’ da chiunque costruito di Garcia.

Arrivò la sconfitta ad ottobre contro la Juventus, con i due rigori concessi ai bianconeri che fecero imbestialire il tecnico francese. Forse è proprio quel giorno che il castello di carta iniziò a crollare. Imprimere la data in mente, guai a dimenticare: 5 ottobre 2014. Il gesto del violino, le accuse esplicite nel post gara, la contemporanea consapevolezza di arrivare primi in classifica, professata dal diretto interessato con parole che gli si sarebbero ritorte contro come il più beffardo dei boomerang: “Dopo questa partita sono certo che vinceremo lo scudetto“. Lì più di qualcuno inizio a storcere il naso, seppure velatamente. Un paio di settimane dopo sarebbe arrivata la tremenda batosta in Champions League contro il Bayern Monaco, capace di segnare ben 7 goal all’Olimpico.

La stagione si chiuse tra mille veleni, senza successo alcuno: secondo posto in Serie A, stavolta visto come il primo tra i perdenti, ed eliminazione non solo dal girone della Champions League ma anche dagli ottavi di finale di Europa League, per mano della Fiorentina. Fiorentina che aveva fatto fuori i capitolini anche dai quarti di Coppa Italia. Garcia, quel Garcia che appena un anno prima era sembrato il rivoluzionario giunto da fuori per stravolgere il campionato italiano, si era assuefatto al modus operandi di nostrana usanza. Un processo involutivo accentuatosi ancora di più nella stagione in corso, dove la Roma è presto apparsa impaurita da sè stessa, incapace di tenere psicologicamente le partite, nonostante un organico di assoluto livello.

E, come non bastasse tutto il resto, ci si è aggiunta un’altra debacle in Champions League, stavolta per mano del Barcellona (6-1 al Camp Nou), con il passaggio del turno però conquistato, nonostante tutto. Ad oggi la Roma è attesa da un ottavo di finale in terra europea contro il Real Madrid e in classifica occupa il quinto posto. Dagli ottavi di finale di Coppa Italia, invece, è stata estromessa dallo Spezia. Un mezzo disastro, aggravato dall’evidente stato confusionale in cui vige la squadra: sguardi smarriti dei giocatori e la costante impressione di poter mandare in fumo ogni partita, a prescindere dal risultato. Basti vedere all’ultimo incontro pareggiato contro il Milan.

L’epilogo dell’esperienza romana

Inevitabile l’esonero, che probabilmente non risolverà granché con effetto immediato ma che, quantomeno, ha liberato la squadra da quella che era diventata una palese zavorra. Una zavorra costata, peraltro, lacrime e sangue alla Roma, dove Pallotta di dollaroni sonanti, per fare contento il suo allenatore, ne ha scuciti un’enormità. Basti pensare che sono stati sborsati ben 220 milioni di euro in tre anni, mentre il monte stipendi è stato innalzato di addirittura 20 milioni. Cifre abnormi, di fronte alle quali non è stata portata a casa neppure una Coppa Italia, con rispetto massimo che possiamo nutrire verso questa competizione. E adesso? Adesso è l’ora, per Garcia, di fare i bagagli ed andare via, di fare autocritica per essere stato il primo artefice del suo fallimento, di non aver saputo tenere in mano le redini del gioco. Un gioco bellissimo, quello del calcio, ma a volte tremendamente crudele. Peccato, il finale avrebbe potuto essere ben diverso. Au revoir Rudi.