E’ stata un’intervista in cui ha affrontato alcuni dei più delicati temi al centro dell’agenda della politica calcistica nazionale quella che Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio, ha rilasciato a “Tuttosport”. Un botta e risposta con il quotidiano torinese nel corso del quale il numero 1 di Viale Allegri si è anche lasciato andare ad una rivelazione. Affrontando la questione legata al numero degli scudetti vinti dalla Juventus, il capo della Figc ha sottolineato: “Ogni ruolo comporta possibilità e vincoli: io non posso criticare la giustizia sportiva e quindi mi rimetto alle sue decisioni. Io necessariamente devo rappresentare la contabilità ufficiale, poi ognuno può avere le sue opinioni. Se il tifoso della Juventus vuole contare 31 scudetti è libero di farlo, così come quello del Torino può contarne 8. Bisogna che la faziosità trovi un punto di equilibrio con la razionalità. Io non ho revocato lo scudetto assegnato nel 2006 all’Inter perché la Figc come organo politico non aveva e non ha la titolarità per farlo. La revoca di un titolo deve essere operata in sede di giustizia sportiva e la giustizia sportiva non può più intervenire perché in quel caso è sopraggiunta la prescrizione. Quanto all’assegnazione, quella non fu opera mia, ma del professor Rossi . Poi ognuno può avere le sue opinioni come ricordo l’ex presidente Carraro che disse: “Io non avrei proceduto con la riassegnazione”. Però il mio ruolo non mi consente di esprimere opinioni su quell’assegnazione”. Sulla Juve e sui rapporti con Agnelli: “I rapporti sono sempre stati buoni. Bisogna sempre distinguere la qualità dei rapporti personali dai contenuti di certe situazioni in cui ci si può trovare in ruoli e posizione diverse. E’ a questo punto che Abete ha confessato: “Il mio tifo juventino, tuttavia, non è un mistero. Quando mi intervistarono all’inaugurazione dello Stadium, dissi: con il club possono esserci su certi argomenti posizioni diverse, ma è certo che io ho visto, da tifoso, più finali di Champions della maggior parte dei presenti. Ne ho persa solo una: nel 1985 ero all’Heysel, due anni prima ero ad Atene. E all’epoca non avevo nessun ruolo federale, ero semplice tifoso: sono entrato in Federazione nel 1988. Forse posso essere tacciato di un ruolo interpretato male, ma non di mancanza di passione nei confronti dei colori bianconeri”. Un paio di considerazioni anche su Erik Thohir, il magnate indonesiano in procinto di acquisire il pacchetto di maggioranza dell’Inter, e sulla Lega Calcio: “L’interesse degli stranieri nei confronti del nostro calcio è sicuramente positivo, non dobbiamo rimanere chiusi. Poi la situazione ha dei pro e dei contro. Un investitore estero può prendere delle decisioni a prescindere dalla passione e dal rapporto con il territorio, ma possono portare la capacità di fare il salto di qualità che ancora non riesce: penso agli stadi e al merchandising. La separazione della serie A dalla B è stato un errore politico dei grandi club, che li ha indeboliti. In una A a 20 squadre e con sole 3 retrocessioni si consolida uno zoccolo duro di società che non devono temere la retrocessione. Questa situazione ha rafforzato il potere politico dei club medio-piccoli e ha indebolito i grandi club: anche perché la legge della democrazia è che la leadership è importante, ma i voti si contano. Soprattutto se sono a scrutinio segreto, non so se rendo l’idea. In questa situazione anche il cambio di format per tornare a 18 squadre, auspicato dai grandi club per avere più respiro a livello internazionale, diventa quasi impossibile. O si dà la titolarità a terzi soggetti, tipo la Figc, a cambiare, oppure il cambiamento non può avvenire all’interno della Lega”.
Il presidente Figc Abete confessa: “Mai in discussione la mia passione per la Juventus”