Adriano è stato uno dei calciatori più forti che hanno vestito la maglia dell’Inter, il calciatore adesso si racconta tra retroscena e importanti indicazioni. L’imperatore ha deciso di scrivere una lettera sul sito ufficiale del club. “Giocavo già nella squadra di calcetto del Flamengo, ma quello era il periodo in cui sarei dovuto passare alle giovanili vere e proprie. Ricordo giorni lunghissimi e difficili, con mamma Rosilda in ospedale e io a casa con nonna Wanda. Mi ingegnavo, per cercare di rendermi utile: ogni tanto mi mettevo all’angolo della strada a lustrare le scarpe per qualche soldo. Scuola, allenamenti, i pomeriggi ad aspettare. Il giorno in cui papà Almir è tornato a casa è stato uno dei più felici di tutta la mia vita. Avete presente il mio sinistro, potentissimo? Ecco, l’ho allenato e coltivato fin da bambino. Distruggevo le porte e diversi oggetti in casa, mamma era disperata”.
L’INTER – “La chiamata dall’Europa, dall’Italia, è arrivata presto. Non ero né nervoso né preoccupato: ho preso l’aereo per Milano pieno di felicità ed entusiasmo. Iniziava il mio viaggio più grande, quello sperato e sognato. Il ricordo più bello, quello a cui tengo di più. Ero arrivato da pochi giorni, mi aggregano alla trasferta di Madrid. Il 14 agosto 2001 entro al Bernabeu. Ho la maglia dell’Inter, di fronte c’è il Real. Già così, poteva bastare. E invece entro in campo. Non penso a nulla, gioco come se mi fossi trovato sul campo di terra battuta a Vila Cruzeiro. Dribbling, tunnel. Mi riesce tutto. Mi procuro una punizione, dalla panchina mi invitano a tirarla. Ricordate quel sinistro che allenavo in casa e per strada, quello che faceva impazzire mia mamma? Ecco, l’ho presentato al mondo con quella punizione, dicono andasse a 170 all’ora!”.
“Poi però, le notizie sanno far male, come un proiettile. Arrivano all’improvviso e ti cambiano la vita. Agosto 2004, Bari. Sono in pullman con i compagni, squilla il cellulare: “Papà Almir è morto”. Ho pensato fosse un incubo. Ho sperato lo fosse. Non riesco a raccontarla, la disperazione di quel momento. Non ho mai provato in vita mia un dolore così grande, così insopportabile. Sono tornato a Milano di corsa, alla ricerca di un volo. Angoscia soffocante, mista alla coincidenza per Rio de Janeiro persa. E allora via, a Roma, e poi in Brasile. L’Inter mi è stata molto vicina in uno dei momenti più difficili della mia vita. Moratti è stato come un padre per me. Non solo lui, ma anche Zanetti e le altre persone attorno a me. Sono molto grato a tutti, perché sono cose che mi porterò dentro per sempre”.