In Italia, di opere incompiute, ne sappiamo qualcosa. Ma nel calcio non eravamo mai arrivati. Eppure c’è sempre una prima volta, e di nome fa Inter. La squadra di Antonio Conte, che in campionato sta tenendo un passo da scudetto, in Champions è… bella a metà. Bella soltanto nel primo tempo, diciamo. E’ successo a Barcellona, e magari è un caso, si è ripetuta a Dortmund. Ancora un caso? Forse no, a questo punto. Forse qualcosa di più. Da campanello d’allarme? Ci sembra esagerato, anche perché l’Inter c’è. E, ricordiamolo, non ha obiettivi di vittoria né in Italia né in Europa.
Cosa hanno detto le trasferte di Champions: la realtà sotto gli occhi di tutti
E così, come detto su, l’Inter gioca solo un tempo. Lo ha fatto a Barcellona e lo ha ripetuto a Dortmund. E’ accaduto solo nelle trasferte di Champions. E quindi? Che vuol dire? Vuol dire (anzi potrebbe) che Conte, in sfide del genere, non sa gestire le energie, fisiche e mentali. Perché sì, ok gli sfoghi del tecnico nerazzurro a fine gara, ma il crollo di ieri sera sembra più psicologico che atletico. Inter perfetta, ordinata e concentrata nel primo tempo, slegata e distratta nel secondo. Cosa sarebbe accaduto se l’1-2 del Borussia fosse arrivato al 70′ non lo sappiamo, ma è arrivato al 50′ e De Vrij e compagni da quel momento in poi hanno perso la testa. Quella stessa pressione dei tedeschi, che nella prima frazione era rimasta tale, nella ripresa è diventata concreta. E non di certo per merito degli uomini di Favre… Pressione, possesso e nulla più, nei primi quarantacinque minuti. Solo due nitide occasioni, a fronte di una compattezza difensiva e di squadra ed una fantastica capacità di ribaltare l’azione in contropiede. Come a Barcellona. Ma se al Camp Nou il cambio di Vidal ha rovinato i piani, a Dortmund l’Inter diventa autolesionista e si suicida. La testa fa il resto, in un senso e nell’altro. E la squadra di Conte resta un’incompiuta, un’opera incompiuta, come tante cose in Italia…