Juan Sebastian Veron, il coro dei tifosi e i problemi con l’antifurto. Oggi è presidente dell’Estudiantes

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Juan Sebastian Veron, ex centrocampista argentino

In pochi sanno che Juan Sebastian Veron è un figlio d’arte. Il padre, Juan Ramon, fu il numero 11 dell’Estudianted che vinse tre Copa Libertadores consecutive tra il 1968 e il 1970 e nel primo anno riuscì nell’impresa titanica di battere il Manchester United campione d’Europa e di conquistare la Coppa Intercontinentale. I Red Devils avevano in squadra il trio Best-Charlton-Law. Juan Sebastian non poteva che iniziare con l’Estudiantes di La Plata, nel 1994. Poi Boca Juniors, Sampdoria, Parma, Lazio, Manchester United, Chelsea, Inter, Estudiantes, Coronel, Estrella de Berisso e nuovamente Pincha. E’ diventato anche presidente dei “Los Pincharratas”, i Pugnalatori di topi. Varie sono le teorie del perché di questo epiteto: alcuni dicono che derivi dalla specializzazione di alcuni dei fondatori del club, studenti che frequentavano all’Università la Facoltà di Medicina e che erano soliti vivisezionare piccoli roditori. Altri, più romantici, e questa sembra essere anche la versione adottata ufficialmente dal club. giurano che derivi dal soprannome di uno storico tifoso di inizio ‘900, tale Felipe Montedónica, un senzatetto che quando non assisteva alle partite del “León”, altro soprannome dell’Estudiantes. aveva il vizio di pungere i topi.

Juan Sebastián Verón è stato un centrocampista leader di ogni squadra in cui ha giocato, un idolo di ogni tifoso che con i suoi gol e la sua classe è stato uno degli emblema del calcio argentino. Era un centrocampista che poteva giocare sia davanti alla difesa che da trequartista dietro alle punte. Molto pericoloso sui calci piazzati e con i tiri dalla distanza. A Genova, dove esordì in Italia ad appena 21 anni con la maglia della Sampdoria, venne accostato al grande Toninho Cerezo, ma anche a Seedorf per la capacità di ricoprire più ruoli. Al Parma formò un centrocampo fortissimo e conquistò Coppa Italia e Coppa Uefa. La Lazio spese una cifra record per assicurarselo: 60 miliardi di lire. Triplete nazionale nel 2000 con la vittoria di scudetto, Coppa Italia e Supercoppa nazionale, oltre alla vittoria della Supercoppa europea. Nel 2006 riportà all’Estudiantes un titolo che mancava da tempo. In panchina c’era il Cholo Simeone.

Qualche curiosità

Il soprannome di Veron è la “Brujita”, la streghetta. Anche questo ereditato dal padre Ramon, detto la Bruja. Il pubblico della Sampdoria lo incitava con un coro dedicato, parafrasando il celebre ritornello “Go West” dei Pet Shop Boys – “Verooon, Juan Sebaaaastian gol…”. Ha vinto due Palloni d’Oro sudamericani. Ha Che Guevara tatuato sull’avambraccio. Si è ritirato nel 2014, annunciandolo nello stesso giorno in cui calò il sipario su un altro grande giocatore argentino: Javiér Zanetti. Ha segnato una decina di gol direttamente da calcio d’angolo. Una delle sue celebri frasi è: “Io lo so dal primo tocco se quel giorno il pallone in campo mi è amico o no. Se lo è, so che posso fare qualunque cosa, rischiare qualunque tipo di giocata. Ma se è nemico, posso anche alzare la mano e chiedere il cambio dopo dieci minuti”. E di serate storte ne ha avute poche Veron, almeno in campo. I suoi lanci cantavano. Aperture liftate d’esterno, passaggi di decine di metri, sempre precisi. Qualche problema, invece, con le automobili. Qualche incidente di troppo e distrazioni varie: più di una volta si è dimenticato attivato l’antifurto satellitare della sua Ferrari, trovandosi poi di fronte poliziotti che lo hanno scambiato per un ladro. Tutto questo è la “Brujita”, una leggenda.