Con l’avvicinarsi della fine del campionato, inizia il conto alla rovescia per l’apertura della finestra estiva del calciomercato. Uno dei temi più interessanti sarà quello dei portieri. Per anni rimasto un mercato quasi marginale se paragonato ad attaccanti e fantasisti, oggi l’evoluzione del ruolo del goalkeeper rende la scelta dell’undicesimo giocatore fondamentale nella strategia a lungo termine dei top club. Per l’Inter Campione d’Italia si attende l’ufficializzazione dell’addio a Yann Sommer, il cui contratto scade a giugno. A sostituirlo potrebbe essere Josep Martínez, finora secondo nelle gerarchie nerazzurre. David De Gea, le cui indiscrezioni lo volevano alla Juventus, ha invece espresso la volontà di rimanere alla Fiorentina. Le previsioni, in queste settimane, fioccano, e non a caso. È proprio nella figura del portiere che il calcio moderno, tra data analysis, costruzione dal basso e valutazioni record, vede uno dei suoi attori centrali. Le valutazioni di mercato lo dimostrano, con i grandi club disposti a investire sempre di più in profili completi che non si limitano a difendere la porta ma partecipano attivamente alla costruzione del gioco e all’organizzazione tattica dell’intera squadra. I “portieri registi”, appartenenti a una vera e propria élite tecnica, sono diventati asset strategici all’interno di un mercato sempre più competitivo.
Come cambia il ruolo del portiere: da ultimo difensore a primo regista
La trasformazione economica che sta vivendo il ruolo dei portieri si deve, prima di tutto, a una trasformazione di natura tecnica avvenuta sul campo. Da semplice “estremo difensore” incaricato di evitare il gol dell’avversario, il portiere è infatti diventato l’undicesimo giocatore di movimento, coinvolto in prima persona nella costruzione dell’azione offensiva. L’inizio di questa trasformazione si può far risalire, grosso modo, agli anni ‘90, precisamente al 1992 con l’introduzione del divieto di retropassaggio con i piedi (secondo la regola, il portiere non può prendere il pallone con le mani se un compagno di squadra glielo passa volontariamente con i piedi) che che ha spinto il portiere verso un ruolo più attivo e meno statico. Il pressing alto e le marcature aggressive hanno, poi, costretto le squadre a sviluppare nuove modalità di costruzione dal basso che vedono proprio nel portiere il regista dell’azione, senza contare la maggiore libertà che permette al giocatore di estremità di coprire lo spazio tra la linea difensiva e la porta, intervenendo in anticipo sulle palle lunghe. Per farla breve, al portiere non basta più solo saper parare: nel calcio moderno sono richieste le stesse qualità tecniche coi piedi di un difensore o un centrocampista, a cui si aggiungono la capacità di attirare la pressione avversaria e di creare superiorità numerica. Non solo evitare errori, dunque, ma contribuire attivamente al funzionamento complessivo del sistema di gioco messo in campo. A partire dagli anni ‘90, alcuni dei nomi che più hanno rappresentato questa evoluzione del gioco di piede del portiere sono stati quello dell’olandese Edwin van der Sar, considerato uno dei migliori portieri di sempre, il colombiano René Higuita, celebre per la parata a “scorpione” e l’interpretazione estremamente offensiva del ruolo, e Claudio Garella, il “portiere che parava con i piedi”, simbolo di un approccio anticonvenzionale tra i pali. Nel XXI secolo, invece, tra i nomi che più si distinguono nella trasformazione del portiere a primo playmaker della squadra ci sono quello del tedesco Manuel Neuer in forze al Bayern Monaco (vincitore tra le altre cose di due Champions League e il Mondiale Brasile 2014), il brasiliano Ederson Moraes diventato il prototipo del regista aggiunto con il Manchester City di Pep Guardiola, il brasiliano Alisson Becker del Liverpool e il francese Mike Maignan, capitano del Milan, che si distingue con statistiche da centrocampista. Questi atleti hanno contribuito alla ridefinizione di un ruolo del portiere ibrido, capace di combinare letture difensive, tecnica individuale e partecipazione attiva. Non è un caso che, nel panorama dello scouting algoritmico, molte società hanno rivisto i parametri di valutazione dei goalkeeper, aggiungendo statistiche prima riservate ad altri ruoli.
Perché i portieri costano sempre di più nel calciomercato
L’evoluzione tattica vissuta dal ruolo del portiere ha, inevitabilmente, influenzato il mercato. Man mano che aumentano le abilità richieste, qualità tecniche, affidabilità mentale, leadership e abilità con i piedi, infatti, il numero dei profili completi si riduce. In ottica di domanda e offerta, dunque, il valore economico di un portiere considerato “completo” aumenta. A questo si aggiunge che, a differenza di altri giocatori, i portieri tendono ad avere carriere più lunghe, meno infortuni (se si parla di infortuni muscolari, più tipici dei giocatori di movimento, mentre vanno esclusi gli infortuni da trauma o da impatto) e a subire meno svalutazioni improvvise. Poiché un top goalkeeper può restare competitivo più a lungo, i club percepiscono l’investimento più stabile sia sul piano tecnico che finanziario, e per questo sono disposti a spendere cifre più elevate per blindare i migliori interpreti del ruolo. Così, negli ultimi anni il calciomercato dei portieri ha visto trasferimenti e ingaggi da cifre record e rinnovi pluriennali non dissimili da quelli dei top player offensivi. Il già citato Neuer, ad esempio, vanta uno stipendio annuo lordo di 21 milioni di euro, dietro di lui il portiere dell’Atletico Madrid Jan Oblak si ferma a 20,83 milioni, il belga Thibaut Courtois del Real Madrid arriva a 15 milioni, al pari dell’italiano Gianluigi Donnarumma dopo il passaggio dal PSG al Manchester City. In Serie A il portiere con l’ingaggio più alto è il rossonero Maignan (passato da 3,6 a 6,6 milioni dopo il rinnovo al 2031), seguito da David De Gea legato alla Fiorentina fino al 2028 (5,6 milioni) e da Mile Svilar della Roma e Alex Meret del Napoli (entrambi a 4,6 milioni). Certo, siamo ben lontani dagli ingaggi degli attaccanti (basti pensare che il calciatore più pagato della Serie A nell’ultima stagione è stato il bianconero Dusan Vlahovic con 22,2 milioni), ma l’aumento di valore è innegabile, come dimostra il rinnovo di Maignan.
Data analysis e portieri: la rivoluzione del goalkeeper “misurabile”
Alla crescita del valore dei goalkeeper è legata anche la diffusione della data analysis nel calcio moderno. Parate, clean sheet (partite senza subire gol) ed errori evidenti non sono più il metro di giudizio dei portieri, al contrario i club utilizzano sempre di più statistiche avanzate come gli “expected goals prevented” (xGP), la percentuale di passaggi riusciti sotto pressione, l’efficacia nelle uscite alte o il numero di azioni avviate. Man mano che questo approccio rende il portiere “leggibile”, le società sono più incentivate a investire su atleti che garantiscono, statisticamente parlando, una maggiore compatibilità con il sistema tattico utilizzato e una maggiore sostenibilità nel lungo periodo. La data analysis, così, contribuisce ad aumentare la pressione economica attorno al mercato dei portieri poiché più il ruolo diventa specialistico e misurabile, più la percezione di rarità dei profili d’élite cresce.
Esiste una bolla del mercato portieri?
Al contrario del ruolo di attaccante, per cui come abbiamo visto le cifre da capogiro sono quasi la normalità, quello di portiere, quando si parla di ingaggi multimilionari, suscita ancora forti dubbi. Se da un lato è ormai convinzione diffusa che il goalkeeper rappresenti una garanzia tecnica fondamentale per la squadra, infatti, dall’altro lato si teme che le valutazioni crescano più velocemente dell’impatto reale che il giocatore può avere sul rendimento della squadra. Ci si chiede, dunque, se quello del mercato dei portieri in questa nuova evoluzione non sia più una bolla che uno scenario destinato a durare. A differenza di altri ruoli, infatti, quello del portiere resta fortemente influenzato dall’errore, anche il più piccolo, che può cambiare le sorti di una partita se non di un’intera stagione o di una competizione. In alcuni casi, una singola mancata parata può mettere in discussione un investimento multimilionario, sia agli occhi della società sia a quelli del pubblico. Se avere un portiere affidabile aiuta a ridurre l’imprevedibilità, non bisogna dimenticarsi che il calcio è uno sport altamente imprevedibile. Proprio nella distanza tra il valore attribuito al portiere e la difficoltà di eliminare del tutto l’imprevedibilità del calcio si nasconde la “bolla” del mercato. Ergo, un ingaggio stellare non sempre si tradurrà in un rendimento eccezionale.
Perché formare un portiere è sempre più difficile
A questa naturale instabilità bisogna aggiungere la difficoltà che oggi richiede la formazione dei portieri. Man mano che le competenze richieste aumentano, infatti, riflessi e posizionamento non bastano: un portiere a tutto tondo, per come lo pensa il calcio di oggi, deve sviluppare molteplici aree di capacità in un contesto che garantisca continuità ed esperienza. Per questo, per l’investimento richiesto nella formazione dei giovani goalkeeper, viste anche le lunghe carriere dei top player del ruolo, le società preferiscono in molti casi investire su profili già formati che meglio si adattano ai campionati e ai tornei più competitivi. Questa dinamica restringe ulteriormente il numero dei portieri d’élite, influenzandone il valore di mercato. Il ruolo del portiere moderno è una perfetta fotografia del calcio contemporaneo: un sistema che mira a misurare, controllare e ottimizzare ogni fase del gioco. Sempre più tecnico e specializzato, il calcio prova così a rendere prevedibile uno sport che continua invece a trovare nell’imprevedibilità la sua natura più profonda.



