La Roma non vince più, striscia negativa infinita: fischi e cori di protesta

Adesso anche la Champions è a rischio

Se uno come Seydou Keita, dopo anni e anni di onorata carriera internazionale e trofei a non finire, si fa espellere ingenuamente applaudendo ironicamente l’arbitro e si abbandona a una vera e propria crisi di nervi, significa solo una cosa: che la Roma non c’è più. Il k.o. interno contro la Sampdoria ha certificato, qualora ce ne fosse ulteriormente bisogno, il periodo di crisi della squadra di Garcia. Il pari a Firenze nell’andata degli ottavi di Europa League è stato solo un lampo in una notte che dura ormai da troppo tempo. I giallorossi, infatti, non vincono dall’8 febbraio (2-1 contro il Cagliari) e nelle ultime 5 partite hanno totalizzato soltanto 4 punti, finendo non solo per abbandonare ogni speranza di vincere lo Scudetto, che ora dista 14 punti, ma addirittura per far avvicinare pericolosamente Lazio (-1), Napoli (-4), Fiorentina e Sampdoria (-5). La lotta per la qualificazione alla Champions League adesso è totalmente riaperta: uno scenario che fino a qualche settimana fa nemmeno il più rischiatutto degli scommettitori avrebbe mai immaginato.

E’ difficile indicare una singola causa che può aver portato a questo declino. Sicuramente l’1-7 contro il Bayern ha rappresentato una batosta troppo grande per una squadra che partiva con ambizioni importanti, ma ridurre tutto a una partita è alquanto superficiale. Senza dubbio, le troppe pressioni e la convinzione, assolutamente campata per aria e colpevolmente alimentata da Garcia, di poter tenere testa alla Juve, hanno condizionato negativamente i giocatori, che non sono mai riusciti a fare quadrato dopo un momento di flessione, finendo addirittura per farlo peggiorare.

Dal punto di vista tecnico, Garcia ha manifestato, al limite del ridicolo, tutta la sua grand heure, rimanendo cieco rispetto a un gioco che ormai non sorprende più: mai un cambio di modulo, mai uno stile di gioco vagamente differente rispetto allo scorso anno, un’evidente non volontà (cerchiamo di non essere troppo caustici e non scomodiamo il termine “incapacità”) di far fronte alle difficoltà tramite accorgimenti tattici.

Il mercato, pessimo, condotto da Sabatini non ha certo aiutato: è andato via Destro, uno che nonostante un rendimento non da superstar, il gol lo trovava, specialmente contro le piccole, con cui la Roma ultimamente ha arrancato parecchio, ed è arrivato Doumbia, che dopo un mese e mezzo è ancora un oggetto misterioso.

Insomma, le colpe sono di tutti, a tutti i livelli. Certo è che nessuno si sarebbe mai aspettato, a 11 giornate dal termine del campionato, che la Roma rientrasse negli spogliatoi accompagnata dal coro “Andate a lavorare” intonato dall’Olimpico.

Per l’ambiente romanista, la speranza è che questo crollo verticale possa rappresentare una lezione, principalmente di umiltà, la prima qualità che questa squadra ha dimostrato di non avere. A partire dal suo tecnico, la cui posizione, ora, non può e non deve certo considerarsi salda.