Napoli, la figlia del patron dell’Empoli Corsi racconta il Sarri privato: tutto campo e…

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Napoli, la figlia del patron dell’Empoli Corsi racconta il Sarri privato – Dopo la vittoria casalinga di domenica scorsa contro il Crotone, domani il Napoli è atteso dalla insidiosa trasferta di Empoli, con l’obiettivo di portare a casa altri tre punti in ottica secondo posto in campionato. Per il tecnico azzurro Maurizio Sarri sarà un match dal sapore speciale, visto che prima di sedere sulla panchina del Napoli, aveva guidato proprio i toscani. A questo proposito ci sono da registrare le dichiarazioni rilasciate ai microfoni de ‘Il Mattino’ da Rebecca Corsi, figlia del Presidente dell’Empoli Fabrizio Corsi, nonché responsabile marketing del club toscano. Rebecca racconta come tra lei e il tecnico si fosse creato un rapporto umano molto profondo, oltre a quello lavorativo, e così è

Corsi (LaPresse - Jennifer Lorenzini)
Corsi (LaPresse – Jennifer Lorenzini)

stato per tutta la famiglia Corsi: “Come famiglia siamo molto legati a Maurizio e lui è molto legato a noi. Credo anche che se non fosse stato all’Empoli, oggi Sarri non sarebbe arrivato a Napoli. Qui ha vissuto delle stagioni indimenticabili per tutti e gli è sempre stata data carta bianca per poter lavorare alla sua maniera, senza pressioni o preoccupazioni. Maurizio è un professionista: ha i suoi credo e le sue convinzioni, e lavorare con lui non sempre è stato facile – svela la Corsi –. E’ un allenatore che pensa soprattutto al campo. Mio padre organizzava spesso cene a casa con lui e dirigenti e ogni volta si faceva una fatica incredibile a convincerlo a uscire da casa. Anche solo per due ore. Non voleva mai smettere di concentrarsi sulla prossima partita. Una volta mi disse Rebecca, dici a tuo padre che non ce la faccio, e a quel punto l’ho tranquillizzato e gli ho detto di stare a casa e riposare”.

Napoli, la figlia del patron dell’Empoli Corsi racconta il Sarri privato – Infine Rebecca racconta un’aneddoto molto particolare che riguarda Sarri e il suo rapporto con le panchine“L’ho sempre abbracciato in maniera totalmente familiare, come se abbracciassi uno zio. Semplicemente lo adoro: con lui mi sono sempre divertita non solo calcisticamente parlando, ma anche umanamente. Il primo anno di serie A arretrammo le panchine per rendere lo stadio all’inglese e a lui questa cosa proprio non andava giù, si sentiva troppo lontano dal campo. E allora, prima delle partite, tentava di avvicinarle. Si faceva aiutare dagli addetti al campo e le spostava di un metro e mezzo sperando che non ce ne accorgessimo”.