A guardarlo bene sembra invecchiato tutto d’un colpo: volto tirato, sorriso spento e capelli in testa sempre più bianchi. “Allenerò per i prossimi 30 anni, ho capito che questo è il mestiere che voglio fare da grande”. Orgoglioso come sempre Pippo, come quando con la nove sulle spalle ha fatto innamorare quel popolo che, proprio per tanta grazia ricevuta, non lo ha mai abbandonato nemmeno oggi che di mestiere fa l’allenatore, nonostante l’epilogo stagionale sia tutt’altro che da raccontare ai nipotini.
Adesso che è finita Pippo, anche se nessuno lo ammetterà mai, è stata quasi una liberazione. Perché da gennaio in avanti tutto è stato più difficile, una lenta agonia che ha distrutto tutto e tutti, tranne l’amore che i tifosi gli hanno sempre riservato e sempre gli riserveranno in futuro. Perché San Siro non dimentica. E a mente fredda sa benissimo che le colpe dell’ennesima stagione horror non potranno mai essere tutte di Inzaghi.
Che i suoi errori li ha commessi, vero, ma come ampiamente pronosticabile in un allenatore alla prima esperienza e che a sua disposizione ha avuto una rosa costruita con ‘intuizioni’ dell’ultimo minuto, parametri zero e giocatori che il viale del tramonto lo hanno già imboccato da tempo. Parafulmine di una situazione che sembrava chiara da tempo: ha fatto da scudo a critiche, contestazioni e fischi, Pippo.
Che forse, unico errore, quella panchina (conoscendo meglio di chiunque altro l’ambiente che lo circonda) non l’avrebbe mai dovuta accettare. Ma l’amore acceca, offusca la menta fa sembrare tutto bello: e quello di Inzaghi verso il Milan è una passione viscerale. Che lo ha tradito sì, ma che Pippo proverebbe a rivivere altre cento e cento volte ancora, pur sapendo che no, non c’erano proprio le condizioni. Non è stato facile, ma a cuore non si comanda. Vero Pippo?