Nel calcio ci sono regole scritte e regole non scritte. La principale regola non scritta che di domenica in domenica si rinnova su tutti i campi dalla Champions League e dalle competizioni internazionali fino alle partite dilettantistiche e di quartiere della Terza Categoria provinciale, è storica e si tramanda da generazioni: quello che accade in campo inizia e finisce in campo. Parole pesanti, apparenti “ingiurie”, “offese”, a volte persino qualche cazzotto. Ci sta, ovunque e da sempre: fa parte della tensione della partita, dello spirito della competizione, della trance agonistica che travolge la mente e il corpo dei protagonisti delle partite trasformandoli fino a farli uscire – spesso e volentieri – fuori di sé. Chiunque abbia praticato, o anche assistito, anche solo saltuariamente ad una qualsiasi competizione di qualunque sport comprende cosa significa: a volte si arriva ad offendersi persino tra amici nelle partite di calcetto del martedì sera, ma dopo cinque minuti e la doccia negli spogliatoi si va insieme come sempre a mangiare la pizza e bere una birra. Perchè quello che accade in campo inizia e finisce in campo. A tutti i livelli. Ovunque e da sempre: è una regola più importante persino di rigori e fuori gioco.
Non ci scandalizzano affatto le parole di Sarri ieri sera a Mancini. Anche perchè Mancini ha risposto immediatamente a tono con un “vecchio cazzone” che vale tanto quanto le offese dell’allenatore del Napoli. Uno a uno e palla al centro. Normalità agonistica di ogni partita di calcio. La vera anomalia è stata il post partita. E’ stata la reazione patetica di Mancini che avrebbe comunque dovuto tenersi tutto per sé, come fanno tutti i suoi colleghi, come fanno tutti i calciatori di ogni livello. Non solo: Sarri, da vero signore, dopo pochi minuti appena è finita la tensione della partita, appena è rientrato in sé dopo quella trance agonistica che l’aveva travolto, dopo quella doccia negli spogliatoi, è andato persino nello spogliatoio dell’Inter per chiedere scusa a Mancini. Che non ha accettato (!!!), come il più penoso dei bambini che va dalla mamma a piangere e accusare il fratellino più grande che gli ha rubato la caramella.
Un patetico piagnisteo che non ha nulla a che vedere con il mondo del calcio: e pensare che qualcuno nei giorni scorsi ha persino ipotizzato un futuro in Nazionale per Mancini nel dopo Conte. Dio ce ne scansi e liberi. Anche perché Mancini è l’emblema dell’allenatore viziato, coccolato e soprattutto enormemente sopravvalutato. Ha vinto tre scudetti con l’Inter quando l’Inter era una grandissima potenza economica di livello internazionale e in campionato giocava contro nessuno, ma ha sempre steccato in Europa tanto che è dovuto arrivare Mourinho per portare a Milano sponda nerazzurra la Champions. Poi è andato in Inghilterra dai ricconi (senza “hi“, mister non ci fraintenda!) del Manchester City che spendevano centinaia di milioni di euro ogni anno per vincere tutto, e ha portato a casa un solo scudetto (sofferto) in 4 stagioni, non è mai riuscito a superare neanche il girone di Champions ed è stato poi esonerato. Male anche al Galatasaray, senza dimenticare le prime due esperienze in carriera, con la Fiorentina e la Lazio, tutt’altro che esaltanti.
E’ questo Roberto Mancini, un ex calciatore (di grande livello) che è arrivato ad allenare più per il nome che per altro, e che non ha mai – neanche una volta per sbaglio! – fatto giocare bene una sua squadra, mai – neanche una volta per sbaglio! – fatto divertire i suoi tifosi, neanche quando – quasi per sbaglio, perché in quegli anni con qualsiasi allenatore non poteva essere altrimenti – è riuscito a vincere qualcosa (i tre scudetti con l’Inter).
Maurizio Sarri, invece, è l’esatto opposto di Mancini: figlio di operai toscani, nella vita è stato un dirigente di banca che la mattina lavorava e la sera allenava per passione. Non ha mai giocato in campionati professionistici, c’è ancora chi lo chiama “l’ex impiegato”. Ha iniziato ad allenare a Stia e Faella, in Seconda Categoria. Poi è “salito” in Promozione con Cavriglia e Antella, ottenendo due promozioni consecutive in Eccellenza. Ha iniziato a fare “sul serio” nel 2000, quando ha portato in tre stagioni la Sansovino dall’Eccellenza alla Serie C2.
Nel 2003 ha allenato per la prima volta nel calcio professionistico e ha vinto il campionato portando la Sangiovannese in serie C1. Poi il Pescara in serie B, l’Arezzo sempre in B, la breve parentesi con l’Avellino, l’Hellas Verona in C1, il Perugia in Lega Pro, il Grosseto in B, l’Alessandria e il Sorrento in Lega Pro fino al 2012 quando è arrivato ad Empoli dove ha trovato le condizioni ideali per esprimere le proprie convinzioni calcistiche. In serie B è stato protagonista di due campionati straordinari, ha lanciato tantissimi giovani talenti, ha vinto il secondo campionato, è arrivato con le proprie forze in serie A e la storia recente la conosciamo già tutti molto bene. E’ un allenatore-maestro dalla lunga gavetta che tutto quello che ha fatto se l’è dovuto sudare e conquistare; è un allenatore che non ha un nome sulle spalle che gli può consentire di essere viziato e coccolato, anzi quell’atteggiamento che a primo impatto può sembrare burbero con quella barba incolta e l’abbigliamento poco curato non lo fa spiccare per immagine ed apparenza. Infatti lui è un uomo di sostanza. Il passato da impiegato, da persona comune, da uno qualunque non l’ha certo aiutato ad inserirsi in questo mondo in cui però oggi dimostra di poter stare degnamente non solo da capolista (con pieno merito) in campionato (allenando un Napoli che l’anno scorso con gli stessi calciatori è arrivato quinto in classifica), ma anche fuori dal campo per gli atteggiamenti da signore anche subito dopo uno sfogo in cui gli era scappata una parola di troppo. Che nel calcio ci sta.
A dirlo è stato più volte proprio Mancini. Era il lontano 2000 quando Sinisa Mihajlovic chiamò “negro di merda” Patrick Vieira in un Lazio-Arsenal. Mancini disse: “Sinisa e Vieira sono due ragazzi intelligenti, credo che possano superare le tensioni e finirla. Nel corso di una partita l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e di grande nervosismo, credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca lì“.
Qualche anno dopo è successo un altro episodio analogo: era l’ottobre 2007 e l’Inter allenata proprio da Roberto Mancini era impegnata in una difficile trasferta sul campo della Reggina in Calabria. La settimana era stata caratterizzata dalla squalifica della curva Nord di San Siro a causa degli striscioni razzisti esposti dai tifosi nerazzurri proprio contro il Napoli. L’allenatore nerazzurro diceva: “sinceramente mi sembra accadano cose più gravi negli stadi. Gli sfottò ci sono sempre stati, non è razzismo. Quando insultano Materazzi non è la stessa cosa?“.
E allora, caro Mancini, quelle che hai denunciato come “offese razziste” di Sarri ieri sera non sono la stessa cosa? E’ stato solo un patetico piagnisteo, addirittura l’allenatore dell’Inter s’è voluto sostituire ai giudici affermando in TV che “Sarri non dovrebbe più allenare“. Eh certo, vuoi che in Italia continuiamo a far allenare uno che allena così bene, che ha risvegliato la vena realizzativa di Higuain, che ha trasformato Insigne in un campione, che sta facendo sognare una città intera, che ha il record di tutto in Europa League e nelle competizioni internazionali torna a far fare bella figura ad una squadra del nostro calcio, che diverte con un bel gioco, vincente e divertente? Non sia mai.
Chi non dovrebbe allenare più, ma non per decisioni extracalcistiche e giuridiche ma per scelte dei vari Presidenti, sarebbe proprio Mancini che non riesce a costruire un’azione palla al piede, che allena un’Inter di falegnami (voluti da lui, che rivendica con orgoglio la scelta di aver riportato in Italia Felipe Melo) e che senza le incredibili prodezze del portiere più forte del mondo avrebbe circa 20 punti in classifica e starebbe lottando per la salvezza con Carpi e Frosinone (dati alla mano).
Squalifica di Sarri o meno, Mancini si metta l’anima in pace: nonostante Handanovic non vincerà lo scudetto e non andrà in Champions League, anzi con quel gioco che si ritrova rischia seriamente di perdere anche il quinto posto che vale l’Europa League. In Europa non ci gioca perché l’anno scorso all’Inter ha fallito l’obiettivo che gli chiedeva la società e ha concluso la stagione con una media punti peggiore persino di quella del tanto vituperato Mazzarri, e adesso va a finire che non ci giocherà neanche il prossimo anno, andando incontro all’ennesimo esonero della sua carriera.
Certo, può vincere la Coppa Italia: ma soltanto per merito di Sarri. Altro che polemiche: dovrebbe ringraziarlo per quanto accaduto al San Paolo! L’unico vero errore del mister toscano infatti nella serata di ieri è stato quello di schierare le riserve lasciando in panchina sei “titolarissimi” fondamentali come Insigne, Higuain, Hamsik, Jorginho, Albiol e Ghoulam. E persino le riserve del Napoli se la sono giocata alla pari con l’Inter, per tutta la partita: una gara calcisticamente brutta, senza emozioni, senza che una abbia prevalso sull’altra, con l’Inter che poi nel finale è stata cinica e precisa e ha ottenuto il passaggio del turno eliminando quello che era il Napoli B. In fondo Sarri lo scudetto e una competizione europea se li sta giocando davvero. La Coppa Italia può anche lasciarla a quei ricconi (senza “hi”, sia chiaro!) che spendono il doppio del suo Napoli ma in classifica hanno già un abisso di punti da recuperare.