Sassuolo, Acerbi a tutto tondo – Da un po’ di stagioni è uno dei punti di forza della difesa del Sassuolo, ma nella propria vita ha dovuto affrontare grandi sfide per tornare a dire la sua nel calcio che conta. Stiamo parlando di Francesco Acerbi, che ha rilasciato una lunga intervista per l’edizione odierna de ‘La Gazzetta dello Sport’, raccontando alcuni aneddoti legati al periodo in cui ha dovuto vincere la sfida più importante, quella contro il cancro: “Sono diventato fan di Masterchef durante la chemio: lo guardavo per farmi venire fame, se un piatto mi ispirava mettevo in mezzo mio fratello: ‘Chicco, vai a comprare gli ingredienti: ci proviamo’. Avevo già avuto un maestro (di cucina, ndr) a Reggio Calabria, il mio coinquilino Lorenzo Burzigotti. Da allora mi arrangio, e senza i consigli della mamma: per spiegarmi una ricetta ci mette sei ore e le metto giù il telefono”.
Sassuolo, Acerbi a tutto tondo – Poi Acerbi si sofferma sul suo più grande rimpianto da calciatore, ovvero quello di essere passato dal Milan nel momento sbagliato: “Dopo i video di Weah e le partite in curva da tifoso, il Milan diventò obiettivo un giorno a Pavia, seduto sul divano davanti alla tv. Inquadrarono la panchina rossonera e la tribuna vip di San Siro e mi dissi: ‘Io voglio giocare lì’. Due anni dopo ero lì, ricordo l’abbraccio con mia mamma dopo la firma in via Turati: ‘Ce l’ho fatta’. Ce l’avevo fatta pur non essendo un santo, tant’è che mi avvisarono subito: ‘Tu abiterai a Gallarate’. Mi sentivo arrivato: ‘Ma allora posso continuare a fare la stessa vita…’. E sparai: ‘Starò qui dieci anni’. Con la testa di adesso avrei potuto – sottolinea il difensore -, ma vivevo nel mio mondo fatto di alibi, 4-5 chili sovrappeso: mi scivolava addosso tutto, anche le frasi di Allegri e di Galliani, che pure sapeva come parlarmi e non avrebbe voluto mandarmi via. Avevo già perso in partenza. Ma nonostante tutto il Milan non è un ricordo doloroso, se ci ripenso mi dico ‘Ma che peccato’ come quando feci il viale di Milanello per l’ultima volta. Sì, ero ancora acerbo: di cognome e di fatto”.











