Progetto giovani, rose limitate, valorizzazione dei vivai, rivalutazione dei talenti di casa nostra e stadi nuovi: il calcio e l’innovazione in Italia decisamente non vanno di pari passo e anche le riforme create ad hoc non sortiscono gli effetti sperati.
Le rose di 30/35 giocatori erano diventate una consuetudine inutile per i nostri club, che si ritrovavano con ingaggi da pagare anche a giocatori mai utilizzati e fuori progetto: la soluzione a questo problema sembrava averla trovata la Figc, con la riforma voluta dal presidente Carlo Tavecchio, che dal 2015/2016 obbligava i club ad avere 25 giocatori in rosa, con 4 giocatori provenienti dal vivaio e altri 4 provenienti da altri vivai italiani (a eccezione del primo anno, cioè quello in corso, in cui sono bastati 8 giocatori formati in Italia).
La mossa doveva servire a limitare l’afflusso degli stranieri e valorizzare i vivai, ma decisamente non ha raggiunto l’effetto desiderato: secondo quanto riportato da Calcio e Finanza, in Serie A nelle prime 18 giornate sono scesi in campo solo 58 under 21, cioè il 12,4% del totale dei giocatori scesi in campo (467). Di questi 58, solo 27 sono italiani, cioè appena il 5,4%. E la situazione non migliora se guardiamo i minuti giocati: in media i giovani hanno calcato i campi per 448?, cioè il 27% del totale disponibile (dopo 18 giornate 1620?), mentre gli under italiani solo il 24% (396?). Tra le squadre, largo spazio ai ragazzi da parte di Bologna, Lazio, Milan ed Empoli, mentre meno di tutti ne hanno concessi Chievo, Inter e Juventus (nonostante una politica giovani molto attiva in sede di mercato). Nei primi sei mesi insomma, nulla è cambiato, con il nostro calcio che vive di timidi risvegli, ma che ancora deve percorrere una strada lunghissima per tornare ai massimi livelli.