Il calcio è una sfida: a volte vinci, a volte perdi e ci sono casi in cui pareggi. Ma ci sono sfide che nessuno di noi può vincere. Quelle malattie incurabili che lentamente ti spengono. Nel gioco del pallone il nemico più infimo si chiama SLA (sclerosi laterale amiotrofica). I calciatori rimasti vittima di questa terribile malattia sono stati tanti. Uno degli esempi più famosi è quello di Stefano Borgonovo, noto per la volontà di lottare, la voglia di combattere fino alla fine, fino a quel 27 giugno 2013. Di ruolo attaccante, ha vestito negli anni le maglie di Como, Sambenedettese, Fiorentina, Milan, Pescara, Udinese e Brescia. Dopo aver giocato anche per la Nazionale italiana, lascia il calcio giocato nel 1996. Inizierà quindi ad allenare ma dopo appena 5 anni di settore giovanile è costretto a smettere. Arrivano i primi problemi di salute. Nel 2008 l’annuncio pubblico della SLA. La moglie Chantal e i quattro figli si stringono attorno a lui in quel momento difficilissimo.
Iniziano quindi anni di inferno, per lui e per i suoi familiari. Costretto su una sedia a rotelle, pressoché immobile, e a parlare solo attraverso un sintetizzatore vocale. Ma Stefano non molla, combatte contro “La Stronza”, come la chiamava lui. Non voleva proprio piegarsi a qualcosa di invincibile. Nel 2008 dà vita alla Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, che sostiene la ricerca per vincere la SLA. Tanti i libri scritti e le partite benefiche giocate in suo onore. Particolare sostegno gli hanno spesso mostrato Fiorentina e Milan. Il 27 giugno 2013 Stefano è uscito di scena, sostituito tra gli applausi di tutto il mondo del calcio; una standing ovation che è continuata all’ingresso del feretro nella chiesa di Giussano, il suo paese natio. Roberto Baggio, legatissimo a Borgonovo disse: “Caro Stefano, l’impresa più bella che sei riuscito a costruire negli anni è stata quella di trasformare il veleno della malattia in medicina per gli altri. Ciao amico mio, onorerò per sempre la tua persona”. Se ne andò così Stefano Borgonovo, facendo molto più rumore di quanto non volesse fare in campo. Lì faceva parlare i piedi, il talento. Perché per lui non era importante vincere, ma giocare. E’ questo il sogno di ogni bambino e lui c’è riuscito, a giocare. Ma, purtroppo, non a vincere. Ma il suo ricordo, il suo esempio, il suo coraggio serviranno sicuramente ad altri, come disse quel giorno il Divin Codino.