Il calcio anni ’80, da tanti nostalgici definito il più bello, avvincente e romantico in Italia, veniva chiaramente vissuto in maniera diverso rispetto ad ora. Niente Internet, niente social network, molte meno informazioni sui calciatori esteri, ancor di più se provenienti dal Sud America. E così accade che i tifosi si aspettano Zico, ma arriva un (fino a quel momento) meno conosciuto Paulo Roberto Falcao. Nulla a che fare con la ‘giocoleria’ brasiliana. Era elegante, sì, ma anche molto pratico e concreto. Tutta sostanza, si direbbe. Ma a Roma non lo conoscevano e lo accolgono, in quell’agosto del 1980, con scetticismo. Volete mettere la delusione per il mancato arrivo di Zico a cui aggiungere un calciatore che nessuno aveva mai visto giocare?
Scetticismo ma discreta presenza all’aeroporto, i tifosi giallorossi erano comunque numerosi al suo arrivo. E a lui basta poco per far ricredere tutti. Un esordio così così, contro il Como, ma poi una lenta ascesa. Falcao era un ‘uomo ovunque’, un regista completo. Definito da Graziani e Pruzzo, suoi compagni, un ‘giocatore universale’ o un ‘allenatore in campo’. Sfiora lo Scudetto con la Roma nell’81, lo vince due anni dopo, è il secondo della storia capitolina. La stagione susseguente, arriva ad un passo dalla vittoria della Coppa Campioni. A Roma esulta il Liverpool in finale dopo i calci di rigore. Falcao non lo tira, in tanti lo criticano. Lui avrebbe dovuto tirare il quinto della lotteria, ma gli inglesi vincono dopo aver tirato il quarto. Il brasiliano lascia Roma nell’85 in seguito ad alcuni dissidi con il presidente Dino Viola legati al contratto. Chiude la carriera al San Paolo. Diverse esperienze come allenatore, tutte poco fortunate. Oggi compie 66 anni.
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