Torino, il ricordo di mister Radice tra innovazioni tattiche e l’ultimo scudetto granata

Da Paolo Pulici a Patrizio Sala, da Filippo Galli al suo storico vice Romano Cazzaniga, allo Sporting Club di Monza in molti hanno testimoniato la loro gratitudine a Gigi Radice, il mitico allenatore dell’ultimo scudetto del Torino (1975-76). A Radice è stato dedicato il libro “Gigi Radice, il calciatore, l’allenatore, l’uomo dagli occhi di ghiaccio“, scritto da Francesco Bramardo e Gino Strippoli e in libreria grazia all’editore Priuli&Verlucca al costo di 11,90 euro. L’ex allenatore del Toro, che oggi ha 83 anni e soffre di una malattia neurodegenerativa, dopo aver vestito la maglia del Milan ha iniziato la sua carriera da allenatore proprio al Monza, per poi prendere la guida tra gli altri di Torino, Milan, Inter, Bologna, Cagliari e Fiorentina, portando per primo in Italia innovazioni come l’utilizzo della tattica del fuorigioco o il pressing a tutto campo. Strippoli ha affermato: “Nessuno finora aveva scritto un libro su Gigi Radice. Noi lo abbiamo fatto con rabbia perché sembrava un allenatore dimenticato, al quale non sono stati riconosciuti abbastanza i grandissimi meriti tecnici e tattici, nonché i grandi risultati raggiunti“. Ha replicato Francesco Bramardo, l’altro autore: “La nostra non è stata un’operazione commerciale, ma di cuore. È un libro sentito, un tributo a una persona ancora in vita ma che rischiava di essere dimenticata. Parla del Radice uomo, padre, calciatore e allenatore. Tutti campi in cui ha dimostrato di essere un grande“. L’uomo è stato raccontato anche da Paolino Pulici, uno dei due gemelli del gol protagonisti dell’ultimo scudetto granata: “Tra noi c’era un rapporto speciale. Ci legavano le origini brianzole, ma anche tanta affinità. Prima di ogni gara lui dava la mano a tutti, mentre a me dava una testata… era un po’ come se volesse passarmi direttamente il suo pensiero da testa a testa. Con lui ho sempre avuto un rapporto diretto, si discuteva ma non si litigava mai e mi diceva di fare quello che volevo. Gli importava solo che facessi gol“. Un pensiero toccante è giunto anche dal figlio Ruggero, che ha spiegato: “Forse mio padre non viene tanto ricordato perché non era un tipo social, anzi era piuttosto schivo e riservato, ma diretto e sincero. Il fatto che in tanti lo ricordino in maniera piacevole ed esaltino la sua coerenza e la sua correttezza mi inorgoglisce“.

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