Zeman, un disastro su tutti i fronti, ma meglio separarsi a giugno

zemanSono ore frenetiche nella Capitale, dopo le dichiarazioni al tritolo di Sabatini rilasciate nel pomeriggio di ieri, in cui è stato ammesso come la dirigenza stia seriamente pensando all’esonero di Zeman. Nessuno si aspettava che la cosa venisse resa pubblica, ed in molti sono stati colti da stupore nel sentire l’allenatore boemo messo così drasticamente in discussione. Ma sarebbe la ricetta ideale esonerare Zeman in corso d’opera? Di dubbio ce n’è più di uno, dato che cacciare un tecnico a campionato in vigore non sempre è cosa buona e giusta. Soprattutto se la squadra dovesse essere affidata – come si vocifera – ad uno dei due ex Panucci o Zago con nessuna esperienza come allenatori.

Zeman, poi, ha un gioco tutto particolare e suo e la squadra, per quest’anno, è modellata e plasmata su di esso. Cambiare, di punto in bianco, ogni cosa, in maniera così netta, potrebbe non essere particolarmente produttivo per l’ambiente. Certo è che il campionato della Roma è stato sin qui disastroso. Ad oggi abbiamo sentito tanti bei discorsi da parte del tecnico giallorosso, che ha più volte emanato proclami da terzo posto. A tali dichiarazioni d’intenti non ha poi fatto riscontro adeguata realtà sul campo da gioco. Troppe le scelte discutibili adottate da Zeman, eccessivamente ancorato ad idee che mal si conciliano, evidentemente, con gli obiettivi di una formazione che punta alla qualificazione in Champions League.

Di Zeman si è sempre detto che è un maestro di calcio, che è nella storia della tattica grazie al suoi gioco offensivo, ed in effetti qualcosa di importante l’ha pure prodotto nei suoi anni a Foggia oppure, per fare un altro esempio, lo scorso campionato cadetto in quel di Pescara. Ma ci sono dei casi in cui serve determinata malleabilità, in cui è necessario scendere a compromessi di gioco pur di avere dei ritorni in termini di risultato: eppure Zeman non è di questo parere, visto che i suoi progetti non sono andati a buon fine, in virtù della quasi morbosa voglia di non voler mai recedere dalle proprie idee. C’è chi lo chiama coraggio, ma c’è poco di cui aver coraggio in questi casi. Quello che conta è il bene della squadra, e se per il bene della squadra bisogna ricorrere ad un metodo di gioco meno spettacolare, sarebbe opportuno comportarsi di conseguenza, invece che ostinarsi a proseguire su strade che hanno come unico risultato quello di subire rimonte evitabilissime: Bologna docet.

Ma non è solo questione di tattica. La scelta di Zeman di entrare in rotta di collisione con De Rossi è a dir poco incomprensibile. E’ palese come l’allenatore, che viene tanto apprezzato come uomo di alta onestà intellettuale, si sia legato al dito le dichiarazioni rilasciate da Daniele durante un concitato post partita: in quel momento De Rossi espresse tutte le sue remore nei confronti dell’operato del tecnico boemo, che da allora in poi lo ha visto, forse, come un nemico interno alla squadra, senza considerare che uno come l’eterno ‘Capitan Futuro’ può fare solo il bene della Roma, purchè messo in condizione, come qualunque altro calciatore di questo mondo. Ed invece, nel corso dei mesi, sono arrivati commenti al vetriolo di Zeman, che prima ha accusato il suo centrocampista di scarso impegno ed egoismo, e poi l’ha pubblicamente dipinto come la riserva di Tachtsidis: roba che neppure nelle sit-com si potrebbe ascoltare. Così facendo, Zeman ha danneggiato un patrimonio immenso della Roma, e questo non è certo motivo di vanto.

Che dire, poi, del teatrino relativo al portiere? La scorsa stagione la Roma ha speso 7,5 milioni di euro per strappare alla concorrenza Maarten Stekeleburg, estremo difensore di indubbio valore classe 1982. All’olandese non si può certo caricare addosso le responsabilità dei numerosi goal subiti tra la scorsa stagione e quella attuale: non è colpa sua se è incappato in due allenatori che hanno puntato su moduli speculari che, tra le altre cose, hanno in programma quella di subire tanti di quei tiri ai quali, forse, neppure Jascin e Buffon messi assieme avrebbero potuto rimediare. Ma la scelta meno comprensibile di Zeman è stata quella di farsi acquistare Mauro Goicoechea, misconosciuto portiere uruguagio, prediletto per via della sua abilità con i piedi. Premesso che tale abilità con gli arti inferiori del corpo di quest’ultimo ancora non la si è vista, si è piuttosto notato quanto insicuro ed impacciato sia il suddetto tra i pali. Ma si può, sul serio, affidare la porta di un club di Serie A ad un elemento simile? C’è dietro l’orgoglio, la testardaggine o un po’ di confusione?

E che non si venga a dire che la Roma non ha una rosa all’altezza delle avversarie, perchè ci scappa da ridere. Chi può vantare in Serie A un centrocampo con dentro elementi del calibro di De Rossi, Pjanic, Florenzi e un attacco che annovera gente come Osvaldo, Totti, Destro e Lamela. E la stessa difesa, da molti considerata non buona senza dovute argomentazioni, è tra le migliori dell’intero campionato: Balzaretti è uno dei più validi interpreti del ruolo, Marquinhos fa già la differenza a soli 18 anni e Castan è un difensore brasiliano di buon rendimento. Deficitaria è la fascia sinistra ma Ivan Piris, degno erede di Josè Angel, l’ha richiesto espressamente Zeman. Ecco, se proprio vogliamo ascrivere un merito a Zeman, gli va dato atto di aver lanciato Marquinhos e Florenzi e consacrato il talento di Lamela: troppo poco, però, per una squadra come la Roma. Per cui, matrimonio forzato sino a  fine stagione e poi, forse, meglio il divorzio…