Brescia-Vicenza finisce e la tragedia si consuma. Quale sport? Quale calcio? Qui si parla solo d’inciviltà e di violenza in nome di un calcio malato che conosce solo chi pratica queste barbarie. Sono le 23.30 quando i 5 pullman del Centro Coordinamento Biancorosso si allontanano dello stadio del Brescia. All’imbocco dell’autostrada però scatta l’agguato. In una scarpata ci sono nascosti una sessantina di bresciani che attendono i bus e li assalgono al loro passaggio con petardi, pietre e spranghe.
Sul mezzo colpito c’è anche Giorgio che è alla sua seconda trasferta con suo figlio di 12 anni Andrea. Un padre ed un figlio che condividono le gioie e i dolori della squadra del cuore, i cori fatti insieme, i sorrisi e i rammarichi per quel gol sciupato. Una bella storia di un padre e un figlio che alla loro seconda trasferta vedono maturare una scena che nulla a che fare con quel calcio che avrebbero voluto vivere e sognare.
«È stato un agguato in piena regola — racconta papà Giorgio alla Gazzetta dello Sport — non c’è stato nemmeno il tempo di rendersi conto dei petardi. Hanno sfondato il finestrino accanto a mio figlio a colpi di sprangate. D’istinto l’ho preso e l’ho spostato verso il centro. Si toccava gli occhi, poi si è visto le mani sporche di sangue e si è spaventato ancora di più». «Papà, non ci vedo più», ha poi incalzato il bambino, la paura, la rabbia e la corsa in ospedale.
«Andrea sta bene. Piano piano si sta anche tranquillizzando». Adesso però tocca la parte più difficile come spiegare ad Andrea perchè succedono queste cose: «già stamattina – ha ammesso Giorgio – gli ho spiegato che in mezzo ai tifosi come noi c’è anche chi con lo sport non ha nulla a che fare».
Ricordando l’altra trasferta passata insieme al figlio Giorgio racconta: «un’altra atmosfera — ricorda Giorgio — quella sera Andrea si era fatto le foto con tutti i giocatori». L’ultima volta per Andrea quella di Brescia? Proprio no. Non ci si può arrendere a queste situazioni. La squadra vicentina si è anche adoperata per permette al dodicenne di vivere una partita da protagonista magari andando a salutare i suoi idoli negli spogliatoi.