Dopo aver conquistato la maggioranza dei club in Serie A, 11 su 20, la “colonizzazione internazionale” del calcio italiano ha spostato il proprio sguardo su Serie B e Serie C. Scompare la figura del “presidente-mecenate” legato alla propria squadra locale mentre nelle province italiane prendono piede le logiche di business dei grandi fondi stranieri: investimenti a basso costo con importanti possibilità di guadagno. Se manca il legame con il territorio, tuttavia, la provincia resta indifesa e il calcio locale rischia di trasformarsi in una nuova forma di intrattenimento privo di anima.
Mappa della Serie B 2026: tutti i club in mano a investitori stranieri
La Serie B conta 6 club del tutto o in parte sotto proprietà straniera, in quattro casi statunitense (mentre in Serie A, degli 11 club di proprietà straniera, 8 battono bandiera a stelle e strisce). Dopo 80 anni di proprietà romagnola, nel dicembre del 2021 il Cesena aveva annunciato il passaggio di proprietà al gruppo americano della JRL Investments, società newyorkese in capo a Robert Lewis e John Aiello, che oggi ne detiene il 60%. Ai tempi il club romagnolo militava in Serie C prima della conquista della promozione alla fine della stagione 2023/24. Nel 2022, il Palermo si è unito al City Football Group, holding multinazionale con sede britannica fondata su iniziativa dell’Abu Dhabi United Group. La holding, che controlla l’80% delle quote rosanero, gestisce numerosi club in giro per il mondo tra cui, in ordine cronologico e di importanza, il Manchester City. Più travagliata, invece, la storia dello Spezia che in pochi anni, dal 2021 al 2025, ha affrontato numerosi passaggi di proprietà: nel 2021, dopo la promozione in Serie A, l’imprenditore Gabriele Volpi, che aveva guidato il club nel post-fallimento del 2008, aveva ceduto il club agli investitori americani guidati da Robert Platek; nel febbraio del 2025 la famiglia Platek ha poi ceduto al gruppo australiano FC32 Global Holdings Inc, guidato da Paul Francis, rimasto al comando per soli due mesi dopo l’ultimo passaggio alla RAM Spezia Holdings LP dell’investitore statunitense Thomas Roberts che oggi detiene il 100% delle quote. Sempre targata USA è la proprietà del Venezia, interamente acquisito nel febbraio del 2020 dal gruppo di investitori VFC Newco 2020 LLC. Dal dicembre del 2025, poi, la irlandese Brera Holdings PLC di Daniel McClory, detiene il 100% delle quote della Juve Stabia, sancendo l’uscita definitiva dell’ex presidente Andrea Langella che fino al giugno precedente deteneva ancora il 48% delle quote. Nel 2025 si è chiusa anche l’era Berlusconi del Monza con il passaggio dell’80% delle quote al fondo americano guidato da Brandon Berger Beckett Layne Ventures (BLV). La cessione del 20% delle quote rimanenti, ancora in mano a Fininvest, dovrebbe concludersi entro giugno del 2026. Più complessa, infine, la questione Sampdoria, dopo la fine della gestione di Massimo Ferrero passata alla società Blucerchiati, riconducibile all’imprenditore Matteo Manfredi. Come riportato nei documenti della FIGC, tuttavia, la holding che controlla la Blucerchiati è detenuta al 58% dalla Kick Off Ventures S.A. del singaporiano Joseph Tey Wei Jin. Contrariamente al trend in crescita, invece, lo scorso gennaio il Padova è ritornato in mano a un italiano: dopo quasi 7 anni di gestione straniera, Alessandro Banzato, patron di Acciaierie Venete, ha acquisito le quote di maggioranza dell’imprenditore franco-armeno Joseph Marie Oughourlian, proprietario tra gli altri del club francese Racing Club de Lens. Guardando al futuro, uno dei prossimi club di Serie B a passare sotto un proprietario straniero potrebbe essere il Bari. Con la fine della multiproprietà imposta dalla FIGC, infatti, la Filmauro della famiglia De Laurentiis, proprietaria del Napoli, dovrà cedere il club pugliese entro il 2028. Secondo alcune voci ci sarebbe un interesse da parte di alcuni investitori statunitensi, tra cui Jamie Dinan, socio di Alexander Knaster, socio di maggioranza del Pisa. Il fenomeno della proprietà straniera, poi, si sta diffondendo anche nei campionati minori. Nel 2023 il fondo d’investimento statunitense LBK Capital ha acquisito la Triestina, che milita in Serie C, cedendone il controllo a House of Doge, operatore legato al mondo delle criptovalute, nel settembre del 2025. Ancora dagli Stati Uniti, la holding North Sixth Group e il finanziere italo-statunitense Matt Rizzetta guidano il Campobasso Football Club. Nel 2024, invece, l’imprenditore argentino Javier Faroni ha acquisito la proprietà del Perugia, mentre nel 2022 il magnate italo-australiano Ross Pelligra ha rifondato il Catania Football Club. Ancora, nel 2025, dopo il fallimento della gestione statunitense di Joe Tacopina della SPAL, la proprietà, rifondata con il nome Ars et Labor Ferrara, è passata nelle mani di un gruppo di investitori argentini guidato dall’imprenditore Juan Martin Molinari. Infine, di recente anche nell’ambito della Serie D si è assistito a un ritorno “a casa” della proprietà dell’Olbia dopo che il fondo svizzero Swiss Pro Promotion ha ceduto il 100% delle quote alla torinese Prosoccer.
Business e calcio: perché i fondi USA investono in Serie B e Serie C?
Le motivazioni che spingono gli investitori stranieri a rivolgersi ai club dei campionati minori sono tutte afferibili a mere logiche di business. Acquistare un club nelle serie minori, infatti, ha un costo molto contenuto rispetto ai club di livello maggiore, in Serie A o nelle principali leghe europee, con una possibilità di guadagno elevata in caso, ad esempio, di promozione. La salita in Serie A, con i diritti televisivi e tutto quello che comporta, può infatti trasformare un club di seconda fascia in una proprietà di alto valore con possibilità di plusvalenza in caso di una nuova cessione. Non è un caso che sia sempre più rilevante la presenza degli statunitensi, affascinati proprio dal sistema di promozioni e retrocessioni dei campionati europei assente nelle principali leghe sportive negli Stati Uniti, sebbene dal 2028 la United Soccer League inaugurerà per la prima volta un sistema simile tra i suoi campionati professionistici. Ad attirare gli investimenti stranieri, poi, è anche il valore dei club minori sul territorio: l’acquisto spesso prevede il controllo di infrastrutture e stadi a esso collegabili, trasformabili in importanti centri di ricavo economico, senza contare l’apporto di un marchio storico, di una tifoseria appassionata e spesso di un buon tessuto imprenditoriale locale. Infine, la cadetteria offre ai fondi stranieri importanti opportunità per costruire vivai e laboratori di scouting in cui far crescere giovanissimi talenti a basso costo da poi rivendere a prezzi elevati. Una logica fortemente presente soprattutto nelle MCO, le Multi-Club Ownership.
Dal “presidente-tifoso” al fondo d’investimento: la crisi d’identità del calcio di provincia
Il passaggio delle proprietà dei club minori a fondi e investitori stranieri segna la morte del “presidente-tifoso”. Se prima il cuore pulsante del calcio minore era l’imprenditore locale, la tendenza a cui assistiamo vede il panorama cadetto assumere sempre più il valore di un asset da acquisire, risanare, ottimizzare, valorizzare e lanciare a più alti livelli. A deciderne le sorti non è più il proprietario puro ma la logica del fondo di Private Equity che dal suo investimento deve, prima o dopo, guadagnare. Il rischio principale è la gentrificazione del campanilismo, lo sfruttamento del valore storico e tradizionale della squadra di calcio per logiche di business, con i club che a poco a poco perdono la loro funzione di punto focale per la comunità e di luogo per l’aggregazione popolare per trasformarsi in brand da piegare alle logiche di marketing. Questa tendenza lascia il calcio di provincia vulnerabile alle intenzioni del fondo di investimento: se l’acquisto non si mostra redditizio, il club rischia di perdere la sua più importante fonte di sostentamento e la sua stessa esistenza è messa a rischio.
