Oggi vi raccontiamo una storia, una storia di sofferenza ma anche di passione unica, una di quelle storie che per forza di cose arrivano dal nostro Sud. Immaginate una squadra che per nove lunghe stagioni è tra le protagoniste della serie A, che sfiora più volte l’Europa, fa sognare i propri tifosi, riempie lo stadio ogni domenica e si lustra dei riflettori delle dirette TV internazionali. Poi, nel 2009, succede qualcosa di molto strano e la favola sembra finire, anche se in realtà il vero punto di rottura si verifica l’anno successivo quando in serie B questa squadra di provincia del sud manca la promozione nonostante i massicci investimenti della società, riesce a salvarsi sul campo grazie ad un proprio gioiello chiamato Simone Missiroli, ma si ritrova a fine stagione nei guai fino al collo dal punto di vista economico. Siamo nel 2010, inizia la crisi del calcio e del mercato, la società non riesce più ad ottenere le plusvalenze che ne avevano garantito l’esistenza fino a quel momento nonostante continuasse a sfornare giovani talenti dal proprio settore giovanile. Poi nel 2014 proprio nell’anno del Centenario il tracollo e la retrocessione addirittura dalla B in Lega Pro, dopo 19 stagioni consecutive sempre tra serie A e serie B.
Stiamo parlando della Reggina, la Reggina di Lillo Foti, uno dei dirigenti calcistici più longevi del calcio italiano. Il precipizio non è ancora finito: quest’anno dopo una serie di vicissitudini più che altro extra calcistiche come il dramma di Daniel Leone e l’assurda penalizzazione di 4 punti (poi restituiti) che nello scorso autunno avevano fatto crollare la squadra dopo un buon inizio, il blackout e l’ultimo posto in classifica per mesi e mesi infiniti. A gennaio la situazione sembrava disperata: per tre partite consecutive in campo sono scesi i ragazzini della Berretti di 16 e 17 anni e hanno anche eroicamente conquistato una vittoria contro il Martina Franca e due pareggi contro Casertana in trasferta e Paganese al Granillo. Perché se c’è una cosa che la Reggina non ha mai perso, quello è il cuore. Poi sono arrivati Belardi, Cirillo e Aronica, tre grandi ex a cui s’è affiancato anche Di Michele: a 37, 38 e 39 anni hanno voluto dimostrare ancora una volta di amare questa maglia e dedicarsi al 100% per salvare la squadra e quindi anche il club, che non potrebbe resistere ad un’altra retrocessione stavolta in D e rischierebbe il fallimento evitato in extremis la scorsa estate.
Ma il volto più bello di tutta questa storia è il pubblico, la città. Sfidiamo qualsiasi altra piazza, in situazioni del genere, dopo due retrocessioni consecutive e ultimi in classifica in Lega Pro, staccati, con un piede e mezzo in serie D, a comportarsi come stanno facendo a Reggio Calabria. Ieri al Granillo erano più di 3.000 sugli spalti a sostenere la squadra. Nel secondo tempo per oltre 35 minuti ogni volta che il Melfi aveva il pallone tra i piedi veniva sommerso da fischi che avrebbero tramortito anche una big. Il Granillo è tornato una bolgia nel momento più difficile della stagione. La Reggina ha dominato, ma non riusciva a segnare: sei occasioni clamorose da gol, in un modo o nell’altro i lucani se l’erano sempre cavata grazie soprattutto alle prodezze del proprio portiere Pietro Perina. Ma la squadra insisteva. Sembravano indemoniati, fino alla fine. Era un crescendo di occasioni e azioni nel finale, quando il risultato era ancora bloccato sull’1-1. Era già successo nel girone d’andata prima contro la Lupa Roma, quando al 94° Insigne aveva sbagliato il rigore della vittoria stampando il tiro sul palo, e poi contro l’Aversa Normanna, quando sempre al 94° era stato Armellino a trovare il gol del 2-1 che però veniva annullato per fuorigioco inesistente. Chissà che campionato avrebbe fatto la Reggina con una di quelle due vittorie, ma ormai è acqua passata… Ieri il 2-1 è arrivato, con Di Michele, al 92° su assist straordinario di Balistreri che è arrivato in cielo per “spizzare” di testa un pallone che sembrava perso e regalarlo all’attaccante romano. Era il 92°, era 1-1, la squadra non riusciva a segnare ed era sempre più ultima in classifica. Eppure i 3.000 sugli spalti ci credevano ancora. Che non avrebbero vinto quella partita stradominata non ci potevano credere, e hanno sostenuto i ragazzi in campo fino all’ultimo secondo. E’ stato utile per i tre punti e per ritrovarsi tutti uniti. Il pubblico del Granillo è uno dei più numerosi dell’intera Lega Pro: su 60 squadre, solo 5-6 riescono a fare più spettatori della Reggina nei tre gironi, con la differenza che le altre lottano per andare in B e la Reggina deve evitare la D. Sembra un altro miracolo come quello del Bari un anno fa, con la differenza che i residenti del capoluogo pugliese sono il doppio di quelli della città calabrese dello Stretto. Però l’allenatore è lo stesso: Roberto Alberti. Reggina e Bari, legate da un filo d’affetto grazie allo storico gemellaggio che vede le tifoserie unite insieme a quella di Salerno. Salerno appunto: il prossimo impegno della Reggina sarà all’Arechi sabato pomeriggio alle 16:00. Da Reggio si stanno già organizzando in tantissimi, sono attesi in centinaia, almeno 200 forse anche di più, per continuare a sostenere la squadra nella rincorsa salvezza in uno stadio in cui non ci saranno barriere perchè Reggio e Salerno sono da sempre un’unica cosa. I campani lottano per la promozione in serie B e sono la super-corazzata del torneo, sugli spalti solo abbracci ma in campo sarà ancora una volta battaglia. E la Lega Pro regala storie di sofferenze e miracoli che solo il Sud sa raccontare. A prescindere da come andrà a finire. Perchè a Reggio Calabria sta succedendo qualcosa di straordinario.