La Lega Pro dice no alle “Squadre B”: così rischiamo di bruciare i talenti

mastour“Le seconde squadre, in Italia non le vedranno mai, fino a quando ci sarò io alla testa della Lega è fuori da ogni discussione. Noi non facciamo maturare i salami per conto di altri: se vogliono che altri li maturino è necessario che paghino e profumatamente”. Le parole di Mario Macalli, presidente della Lega Pro alla Gazzetta dello Sport furono chiare e perentorie: niente squadre B.
Il modello spagnolo che con Real Castilla e Barcellona B ha portato alla luce giocatori del calibro di XaviIniestaPedro,BusquetsMataNegredoBorja ValeroCallejonMorataCasillasSergio Ramos non è visto di buon occhio in Italia, perchè danneggierebbe economicamente alcune realtà.

Diminuiscono allora le speranze di molte giovani promesse, che per arrivare in prima squadra saranno costrette a girare l’Italia in prestito, senza acquisire delle buone competenze tecniche e badando solo al conseguimento del risultato sportivo.
Molti giovani devono crescere, maturare, ma in Italia non c’è pazienza: l’unico obiettivo è il risultato a breve termine, da ottenere in tutti i modi e senza badare al sodo.

La lungimiranza non è mai stata una dote tipica di noi italiani, ma con questa mentalità abbiamo toppato due edizioni Mondiali, affidandoci ai miracoli e alle qualità tecniche di quei pochi giocatori leggermente sopra la media. Nessun modello di gioco, nessuna identità e fondamentali spesso sconosciuti: i giovani spesso non arrivano preparati alle grandi manifestazioni.
Non è solo un problema di talento individuale, il caso non ha distribuito i fenomeni tutti in Germania e in Spagna: il vero problema è la crescita. Iikay Gundogan, Marco Reus e Martin De Gea (per citarne 3 a caso) in Italia ancora giocherebbero in squadre di medio livello e non avrebbero acquisito questa consapevolezza.

Per far ripartire il nostro calcio è necessario un cambio di mentalità: basta pensare all’immediato, bisogna riuscire a guardare oltre i 12 mesi.