La geografia del calcio europeo dei prossimi anni ha già preso forma. Il Comitato Esecutivo UEFA ha assegnato le sedi delle finali delle principali competizioni europee per club del 2028 e del 2029, completando un calendario che permette di sapere già dove si giocheranno le finali di Champions League, Europa League e Conference League fino alla fine del decennio. Tra grandi capitali del calcio e destinazioni meno abituali, la mappa disegnata dalla UEFA attraversa buona parte del continente. La Champions League farà tappa a Monaco di Baviera nel 2028 e a Barcellona nel 2029, mentre l’Europa League porterà le proprie finali a Bucarest e Belgrado. La Conference League toccherà invece Torino nel 2028 e Budapest l’anno successivo. Per l’Italia è un ritorno significativo: lo Juventus Stadium aveva già ospitato la finale di Europa League del 2014, ma da allora nessuna finale maschile UEFA a gara unica è stata disputata nel nostro Paese. Dietro l’annuncio delle sedi, tuttavia, si nasconde un processo molto più complesso della semplice scelta di uno stadio. Ospitare una finale europea significa mettere a disposizione della UEFA non soltanto un impianto adeguato, ma una città capace di accogliere decine di migliaia di tifosi, garantire sicurezza, trasporti, strutture ricettive, spazi commerciali e infrastrutture televisive. La finale è diventata essa stessa un grande evento internazionale e la competizione per ospitarla racconta molto dell’evoluzione economica e geografica del calcio europeo.
Dove si giocheranno le finali UEFA del 2027, 2028 e 2029
Il quadro delle prossime finali delle tre competizioni europee maschili è ormai definito. Nel 2027 la Champions League arriverà a Madrid, mentre Europa e Conference League si concluderanno rispettivamente a Francoforte e Istanbul. Per le due stagioni successive la UEFA ha scelto queste sedi:
| Competizione | 2027 | 2028 | 2029 |
| Champions League | Estadio Metropolitano – Madrid, Spagna | Munich Football Arena (Allianz Arena) – Monaco di Baviera, Germania | Camp Nou – Barcellona, Spagna |
| Europa League | Deutsche Bank Park (Waldstadion) – Francoforte, Germania | National Arena – Bucarest, Romania | National Stadium Serbia – Belgrado, Serbia |
| Conference League | Beşiktaş Stadium – Istanbul, Turchia | Juventus Stadium – Torino, Italia | Puskás Aréna – Budapest, Ungheria |
A queste assegnazioni si aggiungono quelle della Supercoppa UEFA, prevista alla Johan Cruijff Arena di Amsterdam nel 2027 e all’Astana Arena di Astana nel 2028, e della Women’s Champions League, che nel 2028 sarà ospitata dal Parc Olympique Lyonnais a Lione e nel 2029 dal National Stadium of Wales di Cardiff. La scelta è arrivata al termine di una vera competizione tra federazioni. Per le sole finali del 2028 e 2029, la UEFA aveva ricevuto dichiarazioni di interesse da 15 federazioni, con candidature distribuite tra tutte le principali competizioni per club. Le manifestazioni iniziali non erano vincolanti e le federazioni interessate avevano tempo fino al 10 giugno 2026 per presentare il dossier definitivo. Alcune corse erano particolarmente affollate. Per l’Europa League 2028, per esempio, tra le candidature iniziali figuravano Francia, Italia con Torino, Romania con Bucarest e Serbia con Belgrado; per la Conference League 2028 erano state indicate Lille, Budapest, Torino, una sede kazaka e Danzica.
Come viene scelta la sede di una finale UEFA
L’assegnazione comincia molto prima dell’annuncio ufficiale. L’iter, denominato UEFA Club Competitions Finals e regolato dai UEFA Bid Regulations, dura circa due anni e si compone di quattro grandi fasi. La fase iniziale prevede il lancio della procedura e la manifestazione d’interesse da parte delle federazioni nazionali, che possono individuare città e stadi da proporre per una determinata finale. Una volta ricevute le manifestazioni d’interesse, la UEFA invia alle sole federazioni interessate i Bid Requirements, ovvero un capitolato d’oneri con i requisiti richiesti. I soggetti coinvolti preparano quindi il Bid Dossier, nel quale vengono documentate le caratteristiche dello stadio e fornite le garanzie richieste sul piano organizzativo, infrastrutturale, commerciale e istituzionale, dalla sicurezza alla mobilità, fino alla disponibilità dell’impianto La UEFA esamina i dossier ricevuti e redige dei report tecnici per ciascuna candidatura, evidenziandone punti di forza ed eventuali fattori di rischio. I report vengono presentati al Comitato Esecutivo della UEFA i cui membri esprimono dunque la propria preferenza (tenendo conto di eventuali conflitti d’interesse) prima che la decisione finale venga ufficialmente annunciata. Il punto centrale è dunque che non sono direttamente i club o le città a concorrere: il soggetto formalmente candidato è la federazione nazionale affiliata alla UEFA, che presenta la propria proposta e assume una serie di impegni organizzativi. Le regole stabiliscono inoltre che, salvo particolari limitazioni legate alla singola competizione, tutte le federazioni UEFA possono presentare una candidatura purché non siano sospese o escluse dalle competizioni. Durante la valutazione della candidatura, la UEFA può effettuare anche visite sul posto per incontrare i soggetti coinvolti e verificare gli elementi rilevanti della candidatura, come ad esempio i flussi di evacuazione dello stadio, la distanza e i tempi di percorrenza dagli aeroporti commerciali, la capacità degli hotel a 4 e 5 stelle della zona e gli spazi dedicati ai villaggi ospitalità. La competizione, insomma, non riguarda soltanto quale città possieda lo stadio più grande. Un grande impianto è il punto di partenza, ma attorno allo stadio deve esistere un ecosistema capace di trasformare una singola partita in un evento internazionale.
Non basta uno stadio: cosa serve per ospitare una finale europea
Sul piano infrastrutturale, per partecipare al UEFA Club Competitions Finals, una città deve possedere uno stadio che rientri nella UEFA Category 4. La confederazione, infatti, classifica gli stadi europei in diverse categorie in base alle loro caratteristiche. La Categoria 4 rappresenta il livello più elevato della classificazione e impone standard superiori, aggravati in caso di candidatura agli eventi UEFA. In particolare, per ospitare una finale uno stadio deve avere:
- dimensioni del terreno di gioco di 105 metri per 68 metri con un’illuminazione minima di 2.000 lux in tutte le direzioni per garantire la trasmissione televisiva in Ultra HD/4K;
- una capienza netta senza riduzioni di almeno 60/70.000 posti a sedere per la Champions League, di 40/50.000 per l’Europa League e di 25/30.000 per la Conference League;
- ampi spazi dedicati ad autorità, celebrità, ospiti d’eccezione e sponsor, tra posti a sedere, parcheggi e aree per il Champions Village;
- ampie postazioni per i media, con sale stampe, studi televisivi, piattaforme per telecamere fisse, cabine di commento, postazioni interviste e parcheggio esterno per i pullman-regia;
- infine, sebbene non rientri specificamente nei requisiti della UEFA Category 4, lo stadio candidato deve poter contare su collegamenti aeroportuali adeguati e su una capacità ricettiva compatibile con le dimensioni dell’evento.
Quando si parla di una finale, le esigenze vanno molto oltre la classificazione tecnica dell’impianto. La città ospitante deve essere in grado di gestire l’arrivo contemporaneo delle tifoserie delle due finaliste, predisporre percorsi separati, organizzare fan zone e attività commerciali, garantire collegamenti con aeroporti e stazioni e mettere a disposizione un’offerta alberghiera adeguata. A ciò si aggiunge una macchina mediatica internazionale composta da broadcaster, giornalisti, fotografi e operatori provenienti da decine di Paesi che deve trovare spazio fuori e dentro lo stadio. È proprio questo a spiegare perché una finale europea sia sempre più una candidatura della città prima ancora che dello stadio. Un impianto tecnologicamente avanzato può non essere sufficiente se il territorio circostante non è in grado di sostenere per alcuni giorni il flusso generato dall’evento.
Dalle grandi capitali all’Est Europa: cambia la geografia delle finali UEFA
Per decenni le finali della principale competizione europea sono rimaste concentrate soprattutto nei grandi centri del calcio continentale. Il Wembley Stadium rappresenta il caso più evidente: nelle sue diverse configurazioni lo stadio londinese ha ospitato 8 finali di Coppa dei Campioni e Champions League, precisamente nel 1963, 1968, 1971, 1978, 1992, 2011, 2013 e l’ultima nel 2024. Lo Stadio San Siro di Milano e l’Olimpico di Roma ne hanno accolte quattro ciascuno, il primo nel 1965, 1970, 2001 e 2016, il secondo nel 1977, 1984, 1996 e nel 2009, al pari fino a ora dello Stadio Santiago Bernabéu di Madrid. Anche l’Heysel di Bruxelles, oggi denominato Re Baldovino, ha ospitato quattro finali: l’ultima risale al 1985, Juventus-Liverpool, tristemente nota per la tragedia che portò alla morte di 39 persone. Considerando tutte le competizioni UEFA della storia, invece, le aree urbane più sfruttate in assoluto sono quelle di Parigi e Milano. Anche osservando un periodo più recente emerge la centralità dell’Europa occidentale. Raggruppando le sedi in tre macroaree geografiche, delle 58 finali assegnate tra il 2005 e il 2029 considerando Champions League, Europa League e Conference League:
- 37 ricadono nell’area occidentale e delle Top Leagues (Germania, Spagna, Inghilterra, Italia, Portogallo, Francia, Paesi Bassi, Irlanda, Galles, Scozia, Svizzera e Svezia);
- 13 nell’Europa centrale, orientale e balcanica (Ungheria, Polonia, Romania, Russia, Ucraina, Serbia, Albania e Repubblica Ceca);
- 8 nell’area meridionale e transcontinentale (Turchia, Grecia e Azerbaigian).
La distribuzione, tuttavia, cambia sensibilmente a seconda della competizione:
- la Champions League continua a privilegiare grandi stadi e mercati consolidati con 19 finali su 25 in Europa occidentale;
- l’Europa League ha invece raggiunto più frequentemente rispetto alla Champions l’Europa centrale e orientale, con sedi come Bucarest, Varsavia o Belgrado, spingendosi inoltre fino a Baku (7 finali su 25 contro 16 in Europa occidentale);
- infine, la nascita della Conference League ha ulteriormente ampliato la mappa con 6 finali su 8 disputate tra l’area centrale, orientale, meridionale e transcontinentale. Tirana nel 2022 e Praga nel 2023 sono due esempi della capacità della terza competizione UEFA di portare una finale in federazioni che difficilmente potrebbero competere per ospitare l’atto conclusivo della Champions.
Le nuove assegnazioni sembrano proseguire questa doppia strategia. La Champions del 2028 e 2029 torna in due grandi templi calcistici come Monaco e Barcellona; nello stesso periodo l’Europa League arriverà prima a Bucarest e poi a Belgrado, mentre la Conference toccherà Torino e Budapest. La gerarchia sportiva delle competizioni finisce così per riflettersi anche nella loro geografia: la Champions rimane maggiormente legata alle grandi arene del continente, Europa e soprattutto Conference possono diventare invece strumenti per distribuire i grandi eventi su una porzione più ampia della mappa UEFA.
Finali UEFA tra logistica e sicurezza: i casi Baku e Parigi
Allargare la geografia significa però affrontare una delle questioni più delicate nella scelta delle sedi: l’accessibilità. Come detto, una finale non deve soltanto poter essere disputata in un impianto adeguato, deve soprattutto poter essere raggiunta e vissuta da decine di migliaia di persone provenienti da decine di Paesi. Il precedente più discusso rimane quello di Baku 2019, quando Arsenal e Chelsea si affrontarono nella finale di Europa League in Azerbaigian, la finale più a est della storia UEFA. L’evento si svolse nonostante fossero emersi evidenti problemi di logistica, in particolare le difficoltà nei collegamenti per i tifosi delle due squadre inglesi, e nonostante le tensioni politiche. Allora, infatti, il centrocampista armeno Henrikh Mkhitaryan non partecipò alla finale: l’Arsenal decise di non portarlo a Baku dopo le valutazioni sulla sua sicurezza legate alle tensioni tra Azerbaigian e Armenia. Tre anni dopo, la finale di Champions League tra Liverpool e Real Madrid allo Stade de France di Parigi mostrò come i problemi possano emergere anche nel cuore dell’Europa occidentale. I gravi disordini agli ingressi, con migliaia di tifosi rimasti intrappolati all’esterno dello stadio e aggrediti da soggetti esterni alla partita, e le difficoltà nella gestione dei flussi trasformarono Parigi 2022 in un caso di studio sulla sicurezza dei grandi eventi. Due esempi molto differenti che mostrano lo stesso problema: il valore di una candidatura non può essere misurato soltanto attraverso la qualità dell’impianto. Mobilità, gestione delle folle e capacità organizzativa sono parte integrante della finale.
Quanto vale una finale europea per la città che la ospita?
Se le federazioni competono per aggiudicarsi una finale è anche perché ospitarla significa ottenere una vetrina internazionale difficilmente replicabile. Per alcuni giorni migliaia di tifosi si riversano nella città, aumentando la domanda di hotel, ristoranti, bar, trasporti e servizi turistici. A ciò si aggiunge l’esposizione televisiva e digitale prodotta da uno degli eventi sportivi più seguiti dell’anno. Misurare l’effettivo ritorno economico è però più complesso. Le stime sull’impatto locale tendono a considerare la spesa generata dai visitatori, ma una città deve contemporaneamente sostenere costi per sicurezza, mobilità, pulizia, strutture temporanee e organizzazione. Esiste inoltre il cosiddetto displacement effect: parte dei turisti che avrebbe visitato normalmente la destinazione può scegliere di evitarla proprio a causa dell’affollamento e dell’aumento dei prezzi legati alla finale. Ai maggiori consumi nei settori turistici, dunque, si contrappongono costi organizzativi e di sicurezza per il territorio, a cui possono aggiungersi ulteriori condizioni economiche e fiscali legate all’organizzazione dell’evento. Il vantaggio non è dunque necessariamente riconducibile soltanto al guadagno immediato. Ospitare una finale significa anche marketing territoriale: per una città la partita diventa uno spot internazionale, associando per giorni il proprio nome a Champions, Europa o Conference League. Ed è forse proprio nelle città meno abituate ai grandissimi eventi che questo effetto può diventare particolarmente rilevante.
Torino 2028: il ritorno dell’Italia e il problema degli stadi
In questa geografia il caso italiano merita un discorso a parte. L’Italia possiede una delle tradizioni più importanti nelle finali europee. Come detto, San Siro ha ospitato la finale della massima competizione nel 1965, 1970, 2001 e 2016; l’Olimpico di Roma nel 1977, 1984, 1996 e 2009; il Juventus Stadium di Torino ha ospitato la finale di Europa League nel 2014, mentre lo Stadio Comunale ha ospitato la finale di Coppa delle Coppe nel 1970; anche il San Nicola di Bari è entrato nella storia con la finale del 1991 e l’Artemio Franchi di Firenze con la finale di Coppa delle Coppe del 1961. Se si considera poi il vecchio formato con la finale di Coppa UEFA giocata in doppia partita di andata e ritorno, anche città come Napoli, Verona, Genova e Parma sono state protagoniste, non in qualità di sede “neutrale”, della storia del calcio europeo. Dal 2005 l’Italia ha ospitato quattro finali a gara unica, meno di Germania, Spagna e Turchia ma in egual numero rispetto a Inghilterra e Portogallo (e più della Francia). Eppure proprio l’Italia offre uno degli esempi più significativi di quanto sia diventato difficile competere per l’organizzazione dei grandi eventi. Milano era stata individuata per ospitare la finale di Champions League del 2027, ma l’incertezza sulla disponibilità di San Siro, legata ai possibili lavori sull’impianto, ha impedito di fornire le garanzie richieste dalla UEFA. Nel settembre del 2024 la UEFA ha annunciato di aver rifiutato l’assegnazione a Milano: dopo una prima proposta della FIGC di candidare l’Olimpico di Roma (idea poi accantonata per le difficoltà nel presentare un dossier alternativo blindato in tempo utile), la confederazione ha riaperto il bando a cui si sono candidate Madrid e Baku. La scelta finale è ricaduta infine sulla capitale spagnola. Il caso milanese è diventato così uno dei simboli delle difficoltà infrastrutturali che continuano a condizionare la capacità italiana di competere per i grandi eventi calcistici. Il tema riguarda anche Euro 2032, che l’Italia ospiterà insieme alla Turchia e per il quale la questione degli stadi resta centrale. Il contrasto è evidente. Il calcio italiano e i suoi stadi iconici non possono vivere solo di prestigio: per ottenere una finale moderna servono certezze infrastrutturali, organizzative e progettuali. È per questo che Torino 2028 assume un significato che va oltre la Conference League.

Lo Juventus Stadium, inaugurato nel 2011 e già sede della finale di Europa League del 2014, riporta una finale UEFA maschile in Italia 12 anni dopo l’ultima Champions disputata a San Siro nel 2016.
Una finale UEFA non si assegna soltanto a uno stadio
La scelta delle sedi delle finali non è quindi un dettaglio organizzativo deciso anni prima della partita. Dietro ogni assegnazione convivono infrastrutture, capacità economica, sicurezza, turismo, interessi commerciali e volontà di distribuire i grandi eventi tra le federazioni UEFA. Le decisioni per il 2028 e il 2029 sembrano mostrare proprio questo equilibrio. Da una parte ci sono Monaco e Barcellona, grandi capitali del calcio europeo alle quali viene affidato il trofeo più prestigioso. Dall’altra Bucarest, Belgrado, Torino e Budapest allargano la geografia delle altre competizioni e trasformano Europa e Conference League in occasioni per portare il grande calcio in mercati differenti. Per l’Italia, il ritorno di Torino rappresenta allo stesso tempo una buona notizia e un promemoria. La storia calcistica continua ad avere un peso simbolico enorme, ma non garantisce più automaticamente l’accesso ai grandi eventi. Nel calcio contemporaneo una finale non si assegna soltanto a uno stadio: si assegna a un sistema capace di ospitarla. Ed è forse questa la chiave più interessante delle nuove scelte UEFA. La mappa delle finali del futuro non racconta soltanto dove verranno alzate le prossime coppe, ma quali città e quali federazioni sono oggi in grado di trasformare 90 minuti di calcio in un evento globale.