Oronzo Pugliese, l’allenatore che ispirò Lino Banfi. Pagato con le arance, spargeva sale in campo

Si rinnova il classico appuntamento con la nostra rubrica "L'uomo del giorno". Protagonista di oggi è Oronzo Pugliese, allenatore scomparso nel 1990

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Oronzo Pugliese è stato un allenatore d’altri tempi: focoso e genuino. Nato a Turi, provincia di Bari (e non poteva essere altrimenti visto il cognome), inizia a giocare a calcio. Non ha tanta fortuna, una carriera legata soprattutto al Siracusa (sette stagioni. Nel 1947 appende le scarpe al chiodo e da allenatore avrà decisamente risultati diversi. Il Leonzio è la prima società a dargli fiducia, nei dilettanti siciliani. A fine mese veniva pagato con una cesta di arance. Opportunità più importanti, però, non tardano ad arrivare; allena il Messina a più riprese, vincendo un campionato di Serie C, quindi la Reggina, che porta dalla IV Serie alla Serie C, il Siena, che porta a un passo dalla Serie B, quindi il Foggia, squadra con la quale vince la Serie C al primo anno e viene promosso in Serie A nel 1963-64. Viene premiato con il “Seminatore d’Oro” come miglior allenatore del campionato cadetto. Con i Satanelli scrive le pagine più belle della sua carriera da allenatore. Urla, incita i giocatori correndo con loro lungo la fascia e infiamma il pubblico.

L’impresa più famosa è legata alla Grande Inter di Helenio Herrera. Il 31 gennaio 1965 il Foggia di Oronzo Pugliese batte 3-2 i nerazzurri. Per il Foggia segnarono Lazzotti e Nocera, quest’ultimo autore di una doppietta. Marcatori nerazzurri Peirò e Suarez. Curioso e particolare l’episodio avvenuto prima di quella partita: Helenio Herrera decise di portare la squadra a San Giovanni Rotondo, in vista da Padre Pio. Secondo il racconto di Giuliano Sarti, ex portiere nerazzurro, in un documentario, il frate avrebbe detto al gruppo nerazzurro: “In casa nostra non potete vincere, ma lo scudetto sarà vostro”. E in effetti per l’Inter arrivarono la sconfitta contro il Foggia e a fine stagione la conquista del tricolore. Da quel momento in poi sarà lui il mago, il “Mago di Turi”.

Allena poi la Roma. Stagioni altalenanti ma entra nel cuore dei tifosi per la sua passione e per la sua scaramanzia. Prima di ogni partita sparge il sale intorno alla panchina e dietro la porta avversaria, per cacciare via la sfortuna; non a caso Lino Banfi riprenderà questa scena ne “L’allenatore nel pallone”, il cui protagonista, Oronzo Canà, è ispirato proprio a Pugliese. Nella Capitale lancerà anche il giovanissimo e promettente Fabio Capello. Negli ultimi anni guida Fiorentina, Bari, Bologna e Crotone. Ebbe un ictus, visse gli ultimi anni in carrozzella. Il calcio era la sua vita. Prima di una partita con il Milan, disse al mediano che doveva marcare l’avversario più temuto: “Se alla fine sul tavolo dello spogliatoio non trovo un orecchio di Gianni Rivera, non ti faccio più giocare!”. Si spegne nella sua Turi nel 1990.

Celebri alcune sue frasi e le gaffe dettate dall’umile origine contadina. “Undici gambe abbiamo noi, undici gambe hanno loro”. Rimane negli annali anche una sua dichiarazione riguardo le provocazioni ricevute dai tifosi del Milan durante la partita persa dal Foggia per 1 a 0. Inventando di sana pianta un proverbio, risponde ai giornalisti “quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, il pesce grosso brucia!”.

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