Ancelotti: “Noi allenatori siamo delle teste di ca**o! L’unica finale persa è stata la mia più bella”

L'ex allenatore del Napoli Carlo Ancelotti ha messo in evidenza qual è la vera natura degli allenatori con un calcio senza tifosi

Lo ammette, tra il serio e il faceto, ma effettivamente tutti i torti non ha: “Ci hanno scoperto”, dice Carlo Ancelotti in esclusiva al Corriere dello Sport. “Il campionato si è chiuso con tante risse. La pandemia, i suoi effetti sul calcio, gli stadi vuoti e il volume dei microfoni tenuto bello alto hanno rivelato la vera natura di noi allenatori. Siamo delle teste di cazzo!“. Al di là di quest’ultima battuta, in effetti gli stadi vuoti hanno fatto riscoprire l’aria “vera” che si respira in campo. Quella fatta di tensioni, scaramucce, battibecchi, frecciate.

Lo spiega saggiamente, Ancelotti, che parla poi anche di finali Champions. “L’unica persa è stata quella giocata meglio, la più bella. Le altre, tutte più equilibrate. A Istanbul eravamo stati superiori al Liverpool, avremmo potuto chiudere il primo tempo 4 o 5 a 0, e non con tre gol di scarto come è avvenuto. Poi è andata come è andata. Quando siamo arrivati ai rigori sapevo già che avremmo perso. E pensare che avevo la miglior batteria di rigoristi possibile, Pirlo, Sheva, Kakà, Tomasson, Serginho, a differenza di due anni prima quando fui costretto a presentare tre difensori su cinque. Kaladze e Nesta oltre a Serginho».

Cosa serve per vincere la Champions? Incoscienza, fortuna e coraggio. Nel 2003 passammo i quarti battendo l’Ajax all’ultimo secondo e ci furono i due pari con l’Inter, 0-0 e 1-1. In Europa non è consigliabile difendersi? Ti difendi se sei meno bravo dell’avversario. Nel calcio non esiste un solo modo, una sola interpretazione vincente. Certo, incidono i valori tecnici e l’imponderabile, il pallone sfugge al calcolo”.

Per la Juve è diventata un’ossessione? Direi anche una fortissima motivazione. Le due cose viaggiano insieme. La Champions viene vissuta dal club come un notevolissimo investimento non solo emotivo. Io penso che quando si raggiunge una finale si sia già fatto il massimo, il resto è nelle mani di Dio. Sicuramente, l’imprevedibilità della ‘final eight’ può rivelarsi un vantaggio. Decisione in partita unica, tante finali, non una soltanto”.