Champions League, Marocchino sulle italiane: “Non siamo più furbi”

L’ex Juventus analizza le difficoltà europee di Inter, Juve e Atalanta: fisicità, mentalità e formazione giovanile al centro del dibattito

Domenico Marocchino è stato uno dei centrocampisti più tecnici del calcio italiano tra anni ’70 e ’80, protagonista soprattutto con la Juventus e con diverse esperienze in Serie A. Oggi opinionista e voce spesso fuori dal coro, è intervenuto a Radio Anch’io Sport su Rai Radio 1 lanciando un messaggio diretto: le italiane in UEFA Champions League devono essere “più furbe”. Un’espressione semplice, ma carica di significato.

Italiane in Champions: cosa manca davvero?

Il riferimento è al momento complicato di Inter, Juventus e Atalanta, chiamate a rimontare in Europa. Secondo Marocchino il problema non è solo tecnico o tattico. È strutturale e culturale. “Non siamo più scaltri”, ha spiegato. In Champions il dettaglio fa la differenza: gestione dei ritmi, lettura dell’arbitraggio, capacità di soffrire nei momenti chiave. Elementi che in passato rappresentavano un marchio di fabbrica del calcio italiano. Oggi il livello fisico medio in Europa è cresciuto e il margine di errore si è ridotto al minimo.

Il modello Norvegia: pochi abitanti, tanti campioni

Nel suo intervento, Marocchino ha citato la Norvegia come esempio virtuoso. Una nazione di poco più di cinque milioni di abitanti capace di produrre eccellenze in discipline diverse: dallo sci di fondo con Johannes Høsflot Klæbo, che ha vinto ben 6 medaglie d’oro su 6 competizioni cui ha preso parte nei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, al calcio con Erling Haaland, fino all’atletica con Jakob Ingebrigtsen. Il punto non è soltanto il talento individuale, ma la struttura che lo sostiene: crescita fisica, lavoro tecnico, programmazione a lungo termine.

Foto EPA

Educazione sportiva: la differenza nasce da bambini

Uno degli aspetti più citati quando si parla di modello nordico riguarda la formazione giovanile. In Norvegia, fino ai 13 anni, non esistono classifiche ufficiali o premi individuali nelle competizioni giovanili. L’obiettivo è partecipare, sperimentare, sviluppare competenze motorie e divertirsi. I ragazzi sono incoraggiati a praticare più sport, evitando una specializzazione precoce. Questo favorisce coordinazione, sviluppo fisico armonico e resilienza mentale. In Italia, invece, la pressione competitiva arriva molto presto: selezioni, graduatorie, aspettative. Un sistema che può produrre talento, ma che talvolta rischia di bruciare tappe e creare squilibri.

Fisicità, mentalità e futuro del calcio italiano

Il confronto non è una critica sterile, ma uno spunto. La Champions League oggi è il termometro più severo del livello di un movimento calcistico. Se le italiane faticano, il tema non può essere solo il mercato o l’allenatore di turno. La riflessione di Marocchino invita a guardare più in profondità: preparazione atletica, cultura della competizione, formazione dei giovani, capacità di adattarsi a un calcio europeo sempre più intenso. Essere “più furbi” significa forse proprio questo: unire tradizione tattica e modernità fisica, esperienza e innovazione. Perché la distanza dall’élite europea non nasce in una sera di Champions. Si costruisce – o si riduce – molto prima.