Tra Premier League e Champions: perché l’Arsenal è il simbolo del calcio costruito nel tempo

Dal progetto Arteta alla crescita di Saka e Ødegaard: così l’Arsenal è diventato uno dei club più solidi e riconoscibili del calcio europeo

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Il 2026 è l’anno dell’Arsenal? A sole due giornate dalla fine del campionato, mentre guida la classifica di Premier League, inseguito dal Manchester City, e in attesa della finale di Champions League contro il PSG del prossimo 30 maggio, la consacrazione sembra dietro l’angolo. Dopo anni di ricostruzione e graduale crescita, il club londinese torna al centro del calcio europeo come una delle squadre più riconoscibili e competitive del calcio globale. Un risultato arrivato con un percorso fatto di progettualità strategica a lungo termine, continuità tecnica e investimenti mirati. In un calcio votato alla velocità, la storia recente dei Gunners appare quasi controcorrente ma dimostra che esiste ancora spazio per la pianificazione.

L’Arsenal contro la cultura dell’immediato

Come abbiamo già visto in precedenza parlando del nuovo mercato degli allenatori, il calcio moderno si muove verso una cultura dell’immediato che privilegia il risultato rapido rispetto alla pianificazione a lungo termine con effetti importanti su gestione dei club, formazione nei vivai e analisi stessa del gioco. Lo vediamo, ad esempio, negli esoneri continui degli allenatori, spesso a distanza di pochi mesi, nelle campagne acquisti aggressive dove si fa ampio uso dei prestiti, nelle pressioni mediatiche costanti e nelle aspettative altissime. Il risultato è che i progetti tecnici hanno sempre meno tempo per concretizzarsi e la stabilità è diventata un’eccezione. In questo scenario, che vediamo nel calcio italiano come nel resto del calcio europeo, i successi di questa stagione dell’Arsenal assumono un significato particolare. Prima dell’arrivo dell’allenatore Mikel Arteta alla fine del 2019 in sostituzione di Unai Emery, infatti, il club londinese attraversava una forte instabilità tecnica e identitaria. L’ingresso del tecnico spagnolo ha inaugurato una stagione di profondo rinnovamento che, certamente, non è stato immediato. I primi anni della sua direzione, infatti, sono stati accompagnati da risultati altalenanti, al di sotto delle aspettative, esclusioni dalla Champions League o eliminazioni premature e non poche critiche, soprattutto in riferimento alle tattiche di gioco e alla formazione della rosa dei giocatori. Se, come ormai siamo abituati a vedere sempre di più, Arteta fosse stato esonerato dopo i primi risultati deludenti, forse oggi non assisteremmo all’ascesa dei Gunners. La società, infatti, ha deciso di mantenere continuità dando fiducia a un progetto che richiedeva una lunga fase di transizione e tempo per costruire una nuova identità. Quello che vediamo oggi non è l’Arsenal del pre-Arteta, è una delle corazzate dominanti del calcio europeo.

Mikel Arteta e il valore della continuità tecnica

Nel calcio che predilige la velocità, il caso di Mikel Arteta all’Arsenal mostra come la continuità tecnica possa diventare un investimento strategico. Nel corso degli anni, infatti, il tecnico ha costruito in modo progressivo un sistema di gioco oggi riconoscibile e coerente. Partendo dal ripristino della disciplina interna della primissima fase e adottando un pragmatico 3-4-3 per proteggere una difesa fino ad allora troppo fragile, il tecnico si è poi concentrato sul ringiovanimento della rosa affidandosi all’Academy del club e introducendo atleti funzionali.

In questa seconda fase di transizione ha deciso di replicare il calcio posizionale ereditato dal Manchester City di Guardiola applicando un 4-3-3 fluido con il terzino invertito.

La fase successiva ha segnato la svolta definitiva verso un’evoluzione tattica votata al pragmatismo, riducendo i rischi e puntando a neutralizzare le transizioni avversarie. Raggiunta la piena maturità strategica, il gioco dei Gunners oggi si basa su costruzioni dal basso, difesa solida, cura maniacale dei calci piazzati, pressing organizzato, occupazione e controllo razionale degli spazi e una grande intensità senza palla. Contro l’immediatezza citata prima, Arteta ha dunque lavorato su un’evoluzione graduale costruita stagione dopo stagione. Ciò dimostra il valore della continuità tecnica, diventata parte integrante della strategia sportiva del club.

Giovani, scouting e sostenibilità: come l’Arsenal ha costruito la sua rosa

Uno degli aspetti più interessanti del progetto di Arteta all’Arsenal è sicuramente la costruzione della rosa. La strategia adottata ha messo da parte l’acquisizione di grandi nomi e gli acquisti “di opportunità”, preferendo al contrario lo sviluppo di una squadra basata sulla compatibilità tecnica, di età e di prospettiva futura. Il simbolo per eccellenza di questa strategia è forse l’inglese Bukayo Saka, passato da giovane talento dell’Academy a stella dell’Arsenal e della nazionale inglese (con cui è diventato vicecampione d’Europa nel 2021 e nel 2024). Attorno a lui il club ha costruito un nucleo giovane e strutturato in cui spiccano nomi come Gabriel Magalhães, William Saliba, Gabriel Martinelli, Martin Ødegaard, Declan Rice, David Raya e Kai Havertz. L’obiettivo non era solo aumentare il valore individuale della rosa (basti pensare che il valore di mercato di Saka è passato dai 7 milioni di euro del 2019 ai 120 milioni di euro attuali), ma creare un sistema di squadra sostenibile e coerente a lungo termine. In questo progetto hanno avuto un ruolo centrale scouting e data analysis, con l’Arsenal che ha integrato la data science al mondo del calcio in maniera pionieristica. I tre pilastri fondamentali dell’utilizzo dei dati dei Gunners sono il reclutamento dei giocatori, la match analysis tattica e la prevenzione degli infortuni. Nell’ambito dello scouting, alle relazioni qualitative degli osservatori tradizionali il club associa l’uso di piattaforme in-house con precisi filtri predittivi che scansionano costantemente migliaia di giocatori nel mondo per analizzare non solo elementi base come gol e assist ma anche il valore incrementale di ogni singola azione sul campo. Metriche e modelli predittivi hanno contribuito, ad esempio, all’acquisto di nomi come Magalhães e Ødegaard. Dal punto di vista della sostenibilità, infine, considerando i margini economici significativi della Premier League (il campionato più ricco d’Europa), la costruzione della rosa non si è tradotta in un’assenza di spesa quanto, invece, in una gestione più razionale degli investimenti che non cede a logiche impulsive o di convenienza.

L’Arsenal come brand globale del calcio moderno

Alla crescita tecnica e sportiva dell’Arsenal, si è accompagnata anche la crescita del club come brand globale dello sport, trasformandolo in uno dei prodotti mediatici più forti del calcio europeo. Allo stesso modo è aumentato anche il potenziale commerciale e comunicativo che valgono al club un posto stabile nella top 10 della Deloitte Football Money League. Nella stagione 2024/25, secondo i dati finanziari pubblicati dal club, l’Arsenal ha registrato ricavi record per 902 milioni di euro (14,5% in più rispetto ai 788 milioni della stagione precedente), guidati dai diritti televisivi (318,9 milioni), ricavi commerciali (307,6 milioni), matchday (179,9 milioni) e ricavi legati alla gestione dei calciatori (95,5 milioni). Nell’ambito della Premier League, il primo campionato per diffusione e ricavi, l’Arsenal ha costruito l’immagine di una squadra giovane, esteticamente riconoscibile e fortemente legata a una narrazione di crescita e rinascita. Il progetto tecnico si è così trasformato in un asset economico e mediatico, coadiuvato da social media, contenuti digitali e connessione con la community internazionale. Oltre alla progettualità a lungo termine, dunque, i Gunners dimostrano come competitività sportiva e forza del brand siano sempre più interdipendenti.

Perché il modello Arsenal è difficile da replicare

Il modello Arsenal, dunque, è il modello perfetto da replicare? Sarebbe semplice rispondere di sì ma la verità è diversa. Se da una parte il club londinese dimostra che la costruzione nel lungo periodo può funzionare, dall’altra evidenzia anche come questa costruzione abbia bisogno di basi solide su cui fondarsi. Un progetto tecnico pluriennale, infatti, necessita di stabilità societaria, disponibilità economica e spazio per assorbire le stagioni di transizione. Elementi che ben pochi club possono vantare. Se guardiamo alla nostra Serie A, ad esempio, è facile rendersi conto che la disponibilità alla costruzione lenta scarseggia, schiacciata da pressione economica e mediatica che a loro volta portano a esoneri continui, oscillazioni strategiche e instabilità del mercato. L’Arsenal ha accettato l’idea che la crescita richiedesse tempo e oggi è uno dei club più solidi del calcio europeo. Un’idea facile da accettare ma difficile da mettere in pratica.