L’Italia gioca già un po’ come Guardiola? L’eredità di Pep in Serie A

Dall’ipotesi Guardiola ct Italia a De Zerbi e Sarri: come il guardiolismo ha influenzato tattica, allenatori e cultura calcistica della Serie A

Man mano che passano i giorni, l’ipotesi che Pep Guardiola possa prendere la guida della Nazionale italiana si fa sempre più insistente, tra chi crede che possa davvero accadere e chi considera l’idea troppo irrealistica per realizzarsi. Chissà se sono state le dichiarazioni di Leonardo Bonucci ai Laureus World Sports Awards 2026 di Madrid o il nome di Enzo Maresca per la prossima stagione del Manchester City (con cui, tecnicamente, Guardiola è legato fino al 2027) ad alimentare questo scenario. Nulla è definito e lui non sembra intenzionato a parlare di futuro quando alla vigilia della semifinale di F.A. Cup dichiara di “vivere alla giornata”. In attesa di scoprire come andrà, nel frattempo i rumours alimentano un dibattito che va oltre le scommesse sul futuro: cosa significherebbe per il calcio italiano l’approdo di Guardiola alla guida degli Azzurri? Sarebbe facile pensare a una rivoluzione, ma, al contrario, potrebbe non cambiare nulla perché l’influenza del guardiolismo in Italia è arrivata ben prima di un eventuale Guardiola CT e una parte di Serie A già parla la sua lingua. Definito tra i migliori allenatori del mondo, il tecnico spagnolo ha inciso sul modo in cui il calcio pensa a sé stesso, influenzando persino l’idea del “bel giuoco”. Tra chi lo imita e chi ne prende le distanze, il “modello Guardiola” oggi non è solo uno stile ma un paradigma.

Il modello Guardiola: cos’è il guardiolismo e perché ha cambiato il calcio

Possesso palla, pressing e contro-pressing e, soprattutto, flessibilità e adattabilità: sono queste alcune delle caratteristiche che hanno reso lo stile del tecnico Pep Guardiola un modello ma anche e soprattutto una vera e propria filosofia. Se da una parte Guardiola è riconosciuto come uno dei massimi interpreti del tiki-taka, stile di gioco diffuso nel calcio moderno caratterizzato da lunghe serie di passaggi di palla ravvicinati per aumentare il possesso palla, dall’altra lo stesso tecnico ha negli anni sottolineato i limiti di questo stile di gioco. Questo perché il “modello Guardiola” va ben oltre il possesso della palla, ma si configura come un sistema complesso fondato sul gioco di posizione, sull’occupazione razionale degli spazi, sulle superiorità numeriche e posizionali, sul pressing come strumento offensivo e sulla figura dell’allenatore come architetto del gioco. È con lui, infatti, che il tecnico smette di essere un gestore e torna a essere un progettista. E come i migliori dei progettisti, uno dei punti chiave del suo stile è quello di adattarsi alle caratteristiche dei giocatori e della cultura calcistica locale. La sua storia lo dimostra, dal Barcellona che ha allenato tra il 2008 e il 2012, con il tiki-taka puro, al Bayern Monaco dei terzini invertiti (dal 2013 al 2016), fino al Manchester City dove il possesso sterile ha lasciato il posto a una maggiore verticalità, più adatta al campionato inglese, e a un maggiore pragmatismo difensivo con transizioni offensive più rapide per contrastare i blocchi difensivi sempre più compatti e aggressivi. Nel corso degli anni, grazie ai successi del suo stile, Guardiola ha così trasformato idee forse un tempo considerate sperimentali in una grammatica condivisa, rendendo normale ciò che poteva sembrare radicale.

Come il guardiolismo è diventato un modello globale

Quando si parla di Guardiola, infatti, non si parla più di innovazione ma di egemonia tattica. Ciò che distingue il suo stile non è l’aver portato i team alla vittoria ma aver generato una scuola di allenatori che attingono al “modello” non con semplici repliche ma implementando un ecosistema di principi. Come accade ai paradigmi dominanti, nel momento in cui diventano egemoni smettono di essere percepiti come rivoluzionari e in tal senso possiamo dire che oggi il guardiolismo di rivoluzionario non ha più nulla: le sue innovazioni sono diventate concetti quasi universali, tra costruzione dal basso, centrali registi, pressing organizzato e fluidità posizionale. Più che uno stile, il guardiolismo è diventato un criterio con cui il calcio valuta sé stesso.

Come Guardiola ha influenzato la Serie A e gli allenatori italiani

La trasformazione verso il guardiolismo non ha mancato neanche il calcio italiano, storicamente geloso delle proprie tradizioni tattiche. Anche nel caso nostrano, tuttavia, non parliamo di copie del modello Guardiola ma di una metabolizzazione dei suoi principi chiave e di una sperimentazione in chiave italiana. Uno degli allenatori italiani che più di tutti sembra avere qualcosa in comune con il tecnico spagnolo è Maurizio Sarri, dal 2021 alla guida della Lazio. Non a caso i due sono definiti “parenti tattici” per una visione del calcio basata sul dominio del gioco, il possesso palla e la costruzione dal basso, e nonostante due diversi percorsi di carriera hanno espresso in diverse occasioni la stima reciproca, dove Sarri ha definito Guardiola “il miglior allenatore del mondo” e Guardiola ha elogiato il Sarrismo del Napoli. Tra gli altri nomi che compaiono nella lista di allenatori che in qualche modo condividono punti di contatto con il guardiolismo ci sono Roberto De Zerbi, recentemente tornato in Premier League alla guida del Tottenham, e Thiago Motta, che con il Bologna ha secondo molti inventato una terza via tattica tra il gioco di posizione e quello di relazione. La lista, in un’interpretazione estensiva, potrebbe continuare perché è proprio nelle trasformazioni prima ancora che nelle imitazioni che si misura l’influenza di Guardiola in Serie A.

Anche chi si oppone a Guardiola dialoga con Guardiola

La consacrazione finale del guardiolismo come egemonia tattica, tuttavia, arriva non da chi ne assorbe i principi ma da chi, al contrario, prova a opporvisi. È qui che si nasconde la profondità di influenza del modello del tecnico spagnolo. Nel corso della sua carriera, infatti, Guardiola ha ricevuto elogi, certo, ma anche non poche critiche, alcune più personali (come l’accusa di arroganza), altre più tecniche. In un’intervista a El Mundo, ad esempio, Fabio Capello accusò Guardiola di “aver rovinato” il calcio perché, nel tentativo di copiarlo, il possesso palla si è trasformato in un’ossessione fino a far perdere al calcio la sua natura. L’allenatore rumeno Mircea Lucescu, recentemente scomparso, con cui Guardiola condivideva un passato al Brescia, aveva espresso simili opinioni sul carattere dello spagnolo in un confronto con José Mourinho. Ed è proprio con il portoghese che Guardiola condivide la sua rivalità più iconica, dove al suo gioco posizionale si contrappone il pragmatismo, la solidità difensiva e la gestione psicologica tipica del metodo Mourinho. In risposta al paradigma guardioliano, ancora, non manca il ritorno a modelli più verticali di gioco e a un calcio di transizioni, ritorni che, in qualità di anti-modello, vivono in relazione al modello. Anche il rifiuto al gioco di Guardiola, dunque, è un continuo confronto con il suo stile ed è questo che forse racconta il suo impatto meglio di qualsiasi vittoria o qualsiasi trofeo.

Guardiola ct Italia: rivoluzione o cambiamento già avvenuto?

L’idea che Guardiola possa occupare la panchina azzurra, bisogna dirlo, ha un fascino particolare. E sarebbe sbagliato pensare a una rottura, al contrario sarebbe il riconoscimento formale di un cambiamento che è già avvenuto. Il calcio italiano ha forse già iniziato a vivere all’interno di coordinate che il tecnico spagnolo ha contribuito a definire. Sebbene la Serie A l’abbia visto solo in qualità di giocatore e mai di allenatore, il suo linguaggio, in fondo, ha già cambiato il modo in cui il campionato pensa sé stesso.