C’è stato un momento preciso, dopo il triplice fischio dell’Olimpico, in cui la tattica di Gasperini e i movimenti di Cambiaghi hanno smesso di esistere. In quel silenzio irreale che ha avvolto Testaccio e l’Eur, la realtà è stata sostituita dal mito. In quest’ottica, l’eliminazione della Roma dall’Europa League 2026 non è stata una partita persa, ma un’esecuzione rituale. Il tifoso giallorosso, oggi, non sta analizzando la difesa a tre; sta cercando di capire chi sia il Bruto che ha sferrato l’ultima coltellata. Benvenuti alle Idi di Marzo del calcio moderno, dove la sfortuna non è un incidente, ma una divinità avversa.
Il meccanismo di difesa del tifoso contemporaneo e l’Elogio della Sfiga: Erasmo da Rotterdam in curva Sud
Nel 1509, il filosofo e teologo olandese Erasmo da Rotterdam scrisse un libro intitolato “Elogio della Follia”. Se oggi fosse vivo, forse non lo troveremmo nelle biblioteche, ma all’Olimpico a gridare contro l’arbitro. In fondo, Erasmo diceva una cosa che ogni tifoso contemporaneo dovrebbe tatuarsi sul braccio: la felicità sta nell’illudersi. Senza un briciolo di sana follia, la vita (e il calcio) sarebbero insopportabili. Provateci voi a essere patiti di calcio “normali” e logici: se lo foste, di fronte a una sconfitta già scritta, spegnereste la TV per andare a dormire e preservare un minimo il vostro fegato. E invece no. Per la propria squadra del cuore si resta lì, folli e sognatori, convinti che un rimpallo magico possa, fino all’ultimo, cambiare la storia. Nel nostro umanissimo tifo contemporaneo, usiamo la “Sfiga” come una maschera benevola: incolpare il destino ci permette di continuare ad amare una squadra che ci spezza il cuore ogni giovedì. Senza questa capacità di ignorare la realtà e di inventarsi un alibi perfetto, il calcio sarebbe solo un freddo calcolo matematico. E noi, invece di essere esseri umani che soffrono e gioiscono, saremmo solo dei freddi spettatori davanti a uno schermo. Ecco perchè ammettere che il Bologna sia stato superiore sarebbe un esercizio di fredda logica che il cuore giallorosso non può permettersi. Molto meglio l’Elogio della Sfiga. Trasformare il palo o il rimpallo nel “Fato cinico e baro” che permette al tifoso di restare integro. La squadra non ha fallito, è stata vittima di una congiura astrale. È un meccanismo di sopravvivenza ancestrale: se cadiamo perché il destino è scritto, allora la nostra grandezza resta intatta, soltanto rimandata.
La psicologia del “contesto avverso” come ultima forma di romanticismo sportivo
C’è un filo invisibile che lega i Visigoti di Alarico che saccheggiano l’Urbe e il Bologna che strappa il pass per la finale. Per il tifoso della Roma, l’avversario è sempre un “barbaro” che interrompe la magnificenza dell’Impero. Il campo di Trigoria diventa il Foro, e l’eliminazione europea viene vissuta come il Sacco di Roma. Questa lettura stravagante serve a nobilitare il dolore: non siamo usciti contro una “provinciale di lusso”, siamo caduti sotto il peso di una congiura cosmica che non vuole vedere la Capitale sul trono che le spetta. Sia chiaro, non è un peccato solo romano. Guardiamoci intorno: il calcio oggi è l’unico posto dove l’obiettività è considerata un tradimento. Non è un caso che nel post-partita si parli solo di pali, rimpalli e decisioni arbitrali millimetriche. È il trionfo dell’antropocentrismo ferito. L’uomo-tifoso crea un nemico invisibile — il “Contesto” — per non dover guardare negli occhi il vuoto tecnico. Gridare alla sfortuna è un atto di fede: significa credere che esista un ordine superiore, anche se ci è contrario. È l’ultima forma di romanticismo sportivo.
Addio Europa League 2026: cosa resta dopo il “Sacco di Roma” del Bologna
Mentre le ceneri di questa Europa League ancora fumano, resta una certezza: il romanismo non morirà per un’eliminazione, perché si nutre proprio di questo martirio. Abbracciando e personificando la “Sfiga” come una divinità, il popolo giallorosso ha già iniziato il processo di canonizzazione di questa sconfitta. Diventerà un “eppure quel palo…”, un “se solo quel pallone fosse entrato…”. È la bellezza tragica di chi sa che se Roma non è stata costruita in un giorno, di certo non può essere distrutta in un minuto di recupero. Resta l’orgoglio di chi cade con la toga addosso, convinto che il prossimo anno gli Dei, forse, saranno più clementi. La Roma è fuori, il dolore è reale, ma il mito è salvo. E domani, come sempre, daremo di nuovo la colpa al destino.




