Il campione del futuro potrebbe formarsi in una delle accademie del City Football Group. Non è un’ipotesi lontana: il Manchester City ha recentemente annunciato l’apertura del suo 38esimo progetto giovanile nel mondo, il Manchester City North Texas FC, nuovo tassello dell’espansione negli Stati Uniti. Dietro lo sviluppo di questa academy, però, non c’è solo sport, ma una strategia più ampia di posizionamento internazionale. È il segnale di un calcio che non è più soltanto industria globale, ma uno spazio di competizione tra Stati.
Il “calcio-Stato”: quando il calcio diventa strategia geopolitica
Il calcio moderno è legato alle logiche di business: non è un’opinione ma, come abbiamo visto da diversi punti di vista, un fatto. Eppure il profitto non è l’unica infrastruttura su cui si regge ormai questo sport. A muovere il calcio globale, o meglio le operazioni che lo modificano, sono molto spesso obiettivi di lungo periodo che includono posizionamento internazionale, diversificazione e influenza strategica. Lo dimostrano, in tal senso, i fondi sovrani la cui influenza è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni. I fondi sovrani (o Sovereign Wealth Funds) sono fondi controllati da uno Stato alimentati da surplus di bilancio. Negli ultimi anni questi fondi hanno allargato il loro spazio di azione andando a includere in modo sempre più strutturale lo sport professionistico come asset strategico. A differenza degli investitori privati, tuttavia, questi attori non agiscono solo per logiche di profitto ma mirano a sfruttare lo sport come soft power per migliorare il proprio posizionamento geopolitico e valorizzare il brand Paese. Il calcio europeo è da diverso tempo al centro delle operazioni dei fondi sovrani, soprattutto provenienti dalla Penisola Arabica, che includono acquisizioni dirette di club, sponsorizzazioni strutturali e investimenti in piattaforme media e infrastrutture sportive. Ne sono esempio l’acquisizione del Newcastle United FC, militante in Premier League, da parte del Saudi Public Investment Fund (PIF) nel 2021 (tra i principali attori del calcio globale, proprietario anche di quattro squadre saudite) o, ancora prima, del Paris Saint-Germain da parte del Qatar Investment Authority (QIA è anche investitore del network globale di canali sportivi beIN Sports). In Italia, l’influenza dei fondi sovrani in Serie A è ancora per lo più indiretta, come vedremo, ma la massima serie continua ad attirare attenzioni internazionali grazie alla storicità del brand e alle potenzialità di crescita. Quando parliamo di interesse dei fondi sovrani per il calcio non ci riferiamo solo a club e atleti. Il focus si estende all’intero sistema: accademie, diritti televisivi, competizioni di rilievo. Nel cosiddetto “calcio-Stato”, questi si trasformano in strumenti per costruire relazioni, presidiare mercati e rafforzare la presenza globale del Paese agendo su un piano geopolitico oltre che di reputazioni (come visto, invece, nel caso dello sportwashing).
City Football Group e multi-club ownership: il modello globale
Uno dei casi più avanzati di influenza dei fondi sovrani nel calcio globale è quello del City Football Group, holding multinazionale britannica fondata nel 2013 su iniziativa di Abu Dhabi United Group for Development and Investment, società di investimento di proprietà dello Sceicco emiratino Mansour bin Zayed Al Nahyan. Il cuore della holding è il club inglese Manchester City a cui, negli anni, sono stati aggiunti numerosi club in numerosi Paesi fino a formare una vera e propria galassia calcistica, fenomeno oggi comunemente chiamato Multi-club ownership (MCO).
Il CFG è proprio uno dei principali MCO del mondo che include il già nominato Manchester City, il New York City Football Club negli Stati Uniti, il Melbourne City in Australia, il Yokohama Marinos in Giappone, il Montevideo City in Uruguay, il Girona Futbol Club in Spagna, il Shenzhen Xin Pengcheng in Cina, il Lommel in Belgio, il Troyes in Francia, l’Esporte Clube Bahia in Brasile e, in Italia, il Palermo Football Club. L’azione dei fondi sovrani non si limita, come detto, ai club delle massime (o quasi) leghe calcistiche del mondo ma anche all’ambito delle accademie, dei progetti giovanili e in generale della formazione dei futuri campioni. Anche in questo caso CFG ne è esempio: il lancio della Manchester City North Texas FC negli USA è solo l’ultima espansione della City Football Academy di Manchester che coinvolge 38 città in 14 Paesi per un totale di 40.000 partecipanti l’anno. I progetti giovanili non seguono solo la logica dello sviluppo del talento, con tutto quello che ovviamente ne può conseguire, ma puntano al radicamento territoriale nei mercati strategici. Gli Stati Uniti, che a breve saranno tra i Paesi ospitanti dei Mondiali 2026, oggi sono certamente uno snodo centrale per il calcio globale. Rafforzare la propria presenza in questo contesto, per la holding e per il fondo, significa intessere e consolidare relazioni economiche, mediatiche e istituzionali di primo livello.
Arabia Saudita, Qatar e gli ecosistemi del calcio globale
I club che entrano nella sfera d’azione dei fondi sovrani e delle MCO smettono di essere entità isolate per entrare a far parte di una rete interconnessa fatta di know-how, branding e opportunità commerciali e di crescita. Veri e propri ecosistemi. Il City Football Group incarna già oggi una strategia sistemica già consolidata, mentre altri attori stanno seguendo traiettorie simili. L’Arabia Saudita, tramite il PIF, ha trasformato il Newcastle in un asset centrale di una strategia più ampia, accompagnandolo allo sviluppo della Saudi Pro League e all’assegnazione dei Mondiali 2034. Allo stesso modo, il Qatar ha costruito attorno al PSG un ecosistema che include media, sponsorizzazioni e grandi eventi. Queste operazioni non sono interventi isolati, né mere azioni volte al profitto: si tratta al contrario di progetti coordinati in cui il calcio diventa nodo di una rete che include anche turismo, infrastrutture, intrattenimento e, da ultimo, diplomazia e geopolitica.
Il calcio come strumento di relazioni internazionali
In questo contesto, il calcio va ben oltre la sua natura sportiva e supera anche la sua funzione commerciale. Entrare negli spazi del calcio, stadi, eventi, competizioni, vuol dire entrare in spazi privilegiati dove costruire relazioni internazionali con attori economici, politici e istituzionali. Proprio lo sport fornisce la possibilità di sviluppare una rete di connessioni che difficilmente potrebbe svilupparsi con la stessa efficacia in altri ambiti. Il risultato è una forma di diplomazia informale in cui il calcio funziona come una piattaforma globale capace di facilitare accesso e influenza. Questo, tuttavia, apre diversi interrogativi. Il primo riguarda come possa essere regolamentato l’ingresso dei fondi sovrani, soprattutto quando le norme UEFA e FIFA sono state, nel tempo, pensate per regolamentare un sistema dominato principalmente da proprietà private. La multiproprietà (che ad esempio in Italia è vietata dalle norme FIGC), i conflitti di interesse e la trasparenza delle strutture societarie sono tutti elementi che andranno tenuti in considerazione per adattare le attuali norme al ruolo sempre più rilevante degli attori statali, utilizzando gli strumenti necessari per dominare la trasformazione senza, al contrario, subirla.
Serie A e capitali esteri: tra opportunità e dipendenza
Un altro punto critico da tenere in considerazione è quello economico. Per il calcio europeo l’ingresso dei capitali esteri è sicuramente una risorsa fondamentale per mantenere e sostenere la competitività dei club all’interno delle leghe. Dall’altro lato della medaglia, l’ingresso di nuovi attori, in particolare quelli legati a logiche statali o parastatali, apre diversi interrogativi sulla governance e sull’autonomia stessa del sistema calcistico. La dinamicità che deriva dall’ingresso di investimenti internazionali rischia, se non governata, di trasformarsi in vulnerabilità. In questo scenario, il calcio europeo si trova di fronte a una trasformazione che va oltre la semplice evoluzione economica. L’ingresso dei fondi sovrani non ridefinisce solo gli equilibri competitivi, ma cambia la natura stessa del sistema. Il calcio non è più soltanto uno spettacolo globale, ma una piattaforma attraverso cui gli Stati costruiscono presenza, relazioni e influenza. La domanda, a questo punto, non è se questa trasformazione sia in atto, ma quanto profondamente sia già entrata nel gioco.
