Tra addii annunciati, ultime partite e omaggi negli stadi, con la fine della stagione 2025/26 si chiude anche la carriera di molti dei protagonisti del calcio degli ultimi anni. Da James Milner, simbolo di longevità e continuità nel calcio inglese, fino a Niklas Süle e ad altri giocatori che hanno deciso di chiudere la propria esperienza agonistica, gli addii di questa stagione raccontano una trasformazione profonda del rapporto tra i calciatori e la loro professione. A motivare i ritiri non sono più solo il declino fisico e l’impossibilità di competere ai massimi livelli. Dietro, infatti, si nascondono sempre più spesso fattori economici, psicologici e culturali che raccontano, meglio di qualsiasi statistica, l’evoluzione del calcio contemporaneo e della società tutta.
I grandi addii della stagione 2025/26
La fine della stagione calcistica non è solo resoconti e programmazione, ma anche addii. Come ogni anno, infatti, insieme alla fine dei campionati sono arrivati anche gli annunci dei calciatori che hanno deciso di ritirarsi dal calcio agonistico, in alcuni casi chiudendo in modo naturale carriere lunghe e straordinarie, in altri, a sorpresa, mettendo la parola fine a un’età relativamente giovane. Tra i nomi più in vista c’è quello di James Milner, il recordman della Premier League con 658 presenze nel massimo campionato inglese tra l’esordio nei Leeds nel 2002 e le ultime tre stagioni nel Brighton. A 40 anni, tra gli atleti più longevi del calcio europeo, il centrocampista chiude la sua carriera con un palmarès d’oro che conta, tra gli altri, tre titoli da Campione d’Inghilterra (due con il Manchester City e uno con il Liverpool) e una Champions League con il Liverpool nel 2019. A spingere il portiere danese Kasper Schmeichel all’addio, invece, è un infortunio alla spalla che, come da lui dichiarato, gli impedisce di “tornare ai massimi livelli”. Il 39enne vanta una Premier League vinta con il Leicester City di Claudio Ranieri nel 2016, 120 presenze con la Nazionale danese e una Scottish Premiership vinta con il Celtic al termine dell’ultima stagione. Inizia una “nuova tappa”, come lui stesso dice, anche lo spagnolo César Azpilicueta: il 36enne ex leggenda del Chelsea (con cui ha vinto, tra gli altri, due campionati inglesi e una Champions League) ha vestito le maglie di alcuni dei club più blasonati d’Europa, tra cui l’ultimo, il Sevilla Fútbol Club. Dalla Spagna, lascia il calcio agonistico anche Iñigo Lekue: come annunciato dal suo club, l’Athletic Bilbao con cui ha militato per 11 stagioni, l’addio a 33 anni arriva dopo il mancato rinnovo del contratto in scadenza al termine di questa stagione. In giovane età, a soli 30 anni, arriva invece l’addio di Niklas Süle, difensore del Borussia Dortmund. Con sole 12 partite giocate nell’ultima stagione, dietro l’annuncio c’è un infortunio al ginocchio. Ancora dal campionato inglese, in particolare dall’Ipswich Town fresco di promozione in massima serie, dice addio il 40enne Ashley Young: nella stagione 2020/21 aveva militato nell’Inter, vincendo lo Scudetto. Vanta un titolo di Campione d’Italia anche il gallese Aaron Ramsey, 35 anni, che tra il 2019 e il 2022 ha militato nella Juventus con cui ha vinto lo Scudetto nel 2020. Il ritiro arriva dopo la rescissione del contratto con la squadra messicana Pumas UNAM lo scorso ottobre. A fermare, a soli 34 anni, il brasiliano Oscar è stato invece un problema al cuore che lo aveva costretto allo stop già lo scorso novembre: il centrocampista del San Paolo ha indossato, tra il 2012 e il 2016, la maglia del Chelsea con cui ha vinto la Premier League nel 2015. Questi sono alcuni dei calciatori che hanno annunciato il loro ritiro, a questi si aggiungono anche Dimitri Payet, Sergio Romero (portiere tra gli altri anche di Sampdoria e Venezia), Giacomo Bonaventura (ex di Atalanta, Milan e Fiorentina), Nicolas Nkoulou (ex del Torino e vincitore della Coppa d’Africa nel 2017) e Miralem Pjanić (ex di Roma e Juventus). Questi calciatori hanno segnato il calcio europeo dell’ultimo decennio e non solo, sono stati protagonisti di una generazione che ha attraversato alcune delle trasformazioni più profonde della storia recente di questo sport. Per questo, i loro ritiri non rappresentano solo la fine di una storia individuale ma anche la chiusura di un capitolo collettivo per tifosi e club. Accanto ad alcuni addii prevedibili, tuttavia, stagione dopo stagione emergono anche casi di giocatori che decidono di lasciare il calcio anticipatamente, una tendenza sempre più frequente e motivata da diversi fattori.
Perché alcuni calciatori si ritirano prima del previsto
La motivazione principale di molti ritiri è, com’è facile immaginare, l’età. Quando si parla di ritiri anticipati, invece, le cause principali sono infortuni o condizioni fisiche e atletiche che non permettono di continuare la carriera agonistica al massimo. Nel calcio contemporaneo, tuttavia, il ritiro anticipato non è sempre e necessariamente il risultato di un problema fisico insormontabile. Sempre più atleti, infatti, decidono di interrompere la propria carriera per altre ragioni. Uno degli aspetti più rilevanti, ad esempio, riguarda la pressione psicologica e mediatica vissuta dagli atleti. Come abbiamo visto in precedenza, oggi i calciatori vivono immersi in un ecosistema mediatico permanente estremizzato dai social network. Le analisi in tempo reale, i commenti, le contestazioni di esperti e appassionati possono nel tempo spingere molti giocatori a riconsiderare le proprie priorità, in alcuni casi preferendo ritirarsi dall’agonismo. La stessa pressione può arrivare anche dalla paura degli infortuni: nonostante i progressi della medicina moderna e l’allenamento predittivo, infatti, il carico fisico dei giocatori è sempre più difficile da sostenere tra tornei per club, tornei per Nazionali, tournée commerciali e rapporti con gli sponsor. Il rischio di compromettere la propria salute, dunque, può diventare un elemento decisivo. La decisione di ritirarsi può arrivare anche, a sorpresa di tutti, all’apice della carriera: in alcuni casi si tratta di una scelta ponderata per lasciare “da vincente”, come dimostrano i casi del passato di Marco van Basten, Zinédine Zidane, Eric Cantona e Toni Kroos. Infine, in molti casi un ruolo non di scarsa importanza lo riveste la crescente presenza di opportunità professionali alternative, nel mondo del calcio e non. Non è inusuale, oggi, per un calciatore o ex tale dedicarsi ad attività imprenditoriali, progetti mediatici, collaborazioni commerciali a lungo termine che, di fatto, rappresentano delle seconde carriere.
Il calcio moderno allunga le carriere ma consuma più velocemente gli atleti
Tra il fenomeno dei ritiri anticipati e, all’estremo opposto, l’allungamento delle carriere, il calcio moderno vive un paradosso. Oggi i club mettono a disposizione dei calciatori strumenti all’avanguardia che permettono di allungare sempre di più le possibilità di carriera. Grazie a programmi di nutrizione personalizzati, monitoraggi biomeccanici, preparazione atletica avanzata e programmi di recupero estremamente sofisticati, i giocatori over 35 in campo non rappresentano più un’eccezione. Allo stesso tempo, tuttavia, il carico fisico e mentale sugli atleti diventa sempre meno sostenibile. L’aumento delle partite, la velocità del gioco e la competizione globale rendono più difficile mantenere elevati standard di rendimento per lunghi periodi. Gli atleti possono restare competitivi più a lungo, ma allo stesso tempo sono sottoposti a un consumo fisico e psicologico costante. La durata di una carriera, in questo scenario, non dipende più soltanto dalle condizioni fisiche ma anche dalla capacità di rispondere alle richieste di un sistema che diventa sempre più esigente. Il paradosso tra allungamento delle carriere e ritiri anticipati non riguarda soltanto il calcio ma il mercato del lavoro nel suo complesso. Se da una parte l’allungamento dell’aspettativa di vita e il miglioramento delle condizioni di salute consentono carriere professionali sempre più lunghe, dall’altra cresce il numero di persone che scelgono di cambiare lavoro, ridurre gli impegni professionali o anticipare l’uscita dal mercato del lavoro quando possibile. Le ragioni richiamano da vicino quelle che emergono nel mondo dello sport: pressione costante, ricerca di un migliore equilibrio tra vita privata e professionale, timore del burnout e disponibilità di opportunità alternative. In entrambi i casi, il successo non viene più misurato esclusivamente dalla durata della carriera, ma anche dalla capacità di preservare il proprio benessere fisico e mentale nel lungo periodo.
Cosa ci raccontano gli addii della stagione 2025/26
Gli addii che accompagnano la fine della stagione 2025/26 non raccontano soltanto l’evoluzione del calcio, ma riflettono trasformazioni che attraversano l’intera società contemporanea. Da sempre sport popolare e specchio del proprio tempo, il calcio assorbe e riproduce dinamiche che oggi riguardano il mondo del lavoro, il rapporto con il benessere individuale e il significato stesso del successo professionale. Se in passato il ritiro coincideva quasi esclusivamente con il declino fisico e con la fine naturale di un percorso lavorativo, oggi la decisione di lasciare il calcio può dipendere da una pluralità di fattori: salute mentale, equilibrio tra vita privata e professionale, desiderio di intraprendere nuovi progetti o semplice ricerca di una maggiore qualità della vita. È una tendenza che richiama quanto accade anche al di fuori dello sport, dove sempre più persone mettono in discussione l’idea di una carriera lineare e continua, scegliendo di cambiare settore, ridurre i ritmi di lavoro o ridefinire le proprie priorità. In questo senso, il calcio contemporaneo rappresenta un osservatorio privilegiato dei cambiamenti culturali in atto. Da un lato offre strumenti che permettono di prolungare le carriere come mai era accaduto prima; dall’altro espone gli atleti a livelli di pressione, visibilità e competitività sempre più elevati. Il risultato è che il ritiro non viene più percepito necessariamente come una sconfitta o come una resa al tempo che passa, ma come una scelta consapevole all’interno di un percorso professionale più ampio. Gli addii dei protagonisti di questa stagione, dunque, raccontano qualcosa che va oltre il calcio. Parlano di una società in cui identità e lavoro non coincidono più completamente, in cui la realizzazione personale assume forme diverse e in cui anche la conclusione di una carriera può trasformarsi nell’inizio di una nuova fase di vita.






