La storia di Han Kwang-Song: tra il sogno e il controllo del regime

Han Kwang-Song: l’Odissea del primo calciatore nordcoreano in Serie A

Forse, pensando alla Corea del Nord, ad alcuni verrà in mente il celebre k-drama Crash Landing on You, una storia d’amore impossibile tra una ricca imprenditrice sudcoreana e un rigido ufficiale nordcoreano. La serie tratta, con l’escamotage del romanticismo, una delle questioni più dolorose e significative del nostro tempo: la netta divisione tra i due mondi della Corea del Nord e della Corea del Sud. Un confine che separa non solo due nazioni, ma due filosofie di vita, due modi di pensare, di sognare, di esistere e che, in realtà, considerato il carattere fortemente globalizzato della Corea del Sud, sembra separare a tutti gli effetti la Corea del Nord dal resto del mondo. Ma mentre in quella storia i protagonisti sono personaggi da copione, nel mondo del calcio (anche e soprattutto) italiano, c’è un’altra storia, una vera, che vale la pena ricordare, nonostante il buco nero in cui ha rischiato e rischia tutt’oggi di finire.

Il sogno di un ragazzo di Pyongyang: il calcio a livello mondiale

Si pensi a un giovane ragazzo di Pyongyang, capitale della Corea del Nord, cresciuto in un regime che definisce ogni sua scelta, ogni suo passo. La sua vita è scritta da leggi ferree, da una cultura che non ammette deviazioni. Ma in mezzo a quella rigidità, un desiderio si fa largo nel suo cuore: il calcio a livello mondiale. Un sogno che arde silenzioso, che sfida il suo stesso mondo. Il suo nome è Han Kwang-Song, classe 1998, e forse qualcuno lo ricorderà come il primo calciatore nordcoreano che abbia mai giocato in Serie A. Tuttavia, la sua storia è molto più complessa e inquietante di quella di un semplice talento calcistico. È la storia di un uomo diviso, di un sogno che lo ha trasformato, è un’Odissea che parla di speranza, di sofferenza e di una divisione che, alla fine, non si può mai superare senza pagare un prezzo altissimo. È una storia che si conclude con l’epico nostos, il viaggio di ritorno al termine del quale – non senza diverse tribolazioni – il protagonista torna a casa, ma mai nello stesso modo in cui l’ha lasciata.

La selezione e la prima tappa del viaggio: La Fundacion Marcet

È il 2013, e Han Kwang-Song ha 15 anni, quando gli viene offerta un’opportunità che sembra rispondere direttamente ai desideri nascosti nel suo cuore: il regime nordcoreano decide di selezionare 18 giovani calciatori per formarsi all’estero e lui riesce a farsi scegliere per partire alla volta della Spagna, dove si allenerà presso la Fundacion Marcet di Barcellona, un’accademia calcistica dove affinare il proprio talento. Questo “accordo” tra il regime e la Fundacion Marcet è emblematico: è da questo momento che ha inizio una sorta di guarigione, un processo di liberazione ben esemplificato dalle parole del presidente dell’accademia di Barcellona sui giovani giocatori nordcoreani:

Non potevano accettare di perdere. Avevano capito che la norma era vincere. Per questo motivo abbiamo dovuto insegnare loro che perdere e commettere errori è fondamentale nel processo di apprendimento. Settimana dopo settimana, hanno cominciato a cambiare mentalità. I giocatori che se ne sono andati erano completamente diversi da quelli che erano arrivati.”

L’evoluzione di quei ragazzi, tra cui Han Kwang-Song, non è stata solo tecnica ma anche culturale e psicologica e li ha portati a scoprire il valore della libertà di pensiero e di azione, del fallimento come opportunità di crescita. In quest’ottica, le parole del giovane “mi sento a casa qui” e i sorrisi sfoggiati nelle poche foto in cui è potuto apparire, possono esser visti sotto una luce un po’ più calda.

L’approdo in Italia: l’accoglienza del Cagliari e la serie A

Nel 2017 Han Kwang-Song approda in Serie A, vestendo la maglia del Cagliari, squadra che lo accoglie con entusiasmo. Il suo esordio è straordinario: segna un gol che lo rende subito protagonista. La Juventus lo osserva da vicino, così come Liverpool e Manchester City, e la sua carriera sembra destinata a decollare. Per un ragazzo cresciuto a Pyongyang, l’Italia rappresenta un mondo completamente diverso, ma anche qui la libertà ha un prezzo. Ogni movimento del ragazzo, ogni parola, è osservata e, come rivelato in seguito da alcuni suoi ex compagni di squadra, viene addirittura fisicamente seguito da alcuni agenti assegnatigli. Han Kwang-Song non può rilasciare interviste, non può partecipare a programmi televisivi e la sua carriera, nonostante il talento che ha mostrato, è ostacolata da un sistema che lo usa come strumento di propaganda, da una Corea del Nord che vuole mostrare al mondo una facciata di apertura.

Un brusco risveglio: la fine della carriera europea e le sanzioni internazionali

Dopo un breve prestito alla Juventus U23, nel 2020, Han Kwang-Song è costretto a lasciare la sua carriera europea e a trasferirsi in Qatar, ma le circostanze politiche e le sanzioni internazionali lo privano della possibilità di continuare a giocare. Il suo contratto con l’Al-Duhail viene, infatti, rescisso quasi subito, come risultato delle sanzioni ONU e del divieto ai cittadini nordcoreani di lavorare all’estero. La ratio dietro il provvedimento era evitare che inviassero in patria soldi che potessero essere investiti dal regime di Kim Jong-un nelle spese in campo militare, nucleare e chimico. Questo colpo fatale per la sua carriera calcistica segna l’inizio di una nuova prigionia, ma molto più difficile da affrontare: quella della politica globale.

La quarantena forzata e il rientro in patria per essere “rieducato”

Nello stesso periodo, a causa della pandemia COVID-19, i confini della Corea del Nord vengono chiusi, e Han Kwang-Song rimane bloccato in Cina, dove trascorre forzatamente circa due anni allenandosi da solo presso l’ambasciata nordcoreana. Durante questo periodo, la sua esistenza diventa un vero e proprio mistero per il mondo esterno. Solo dopo la riapertura dei confini, al ritorno in patria, il giovane calciatore viene accolto nella squadra April 25 Sports Club, un club militare che funge anche da strumento di propaganda per il regime, ma di lui – a maggior ragione – continua a sapersi poco e niente. La carriera internazionale di Han Kwang-Song con la nazionale nordcoreana riprende nel 2024, ma non prima di aver affrontato un periodo di “rieducazione” e con un ruolo ormai limitato a quello di simbolo del potere.

La storia di Han Kwang-Song tra sogno, controllo e divisione

La storia di Han Kwang-Song non è un caso isolato; è una storia che ci parla di come i sogni possano essere infranti non solo dalle circostanze, ma da un sistema che usa e abusa del talento umano per mantenere il proprio potere. Basti considerare che il calcio in Corea del Nord viene usato come mezzo per proiettare un’immagine di forza e successo internazionale, che le partite internazionali vengono trasmesse con mesi di ritardo, e – fatto ancora più inquietante – che spesso i volti dei giocatori sudcoreani vengono censurati o oscurati, come nel caso di Lee Kang-in durante la Coppa del Mondo per Club. L’epilogo del viaggio del giovane Han Kwang-Song è emblematico di quella divisione profonda tra due mondi di cui abbiamo già parlato, ma è anche la storia di un uomo che, alla fine, non è mai riuscito a sfuggire davvero alla sua patria, alla sua identità imposta, al regime che lo ha usato come strumento di propaganda. Nel contesto internazionale, rappresenta una delle storie più affascinanti e inquietanti del calcio. Il fascino esercitato dalla Corea del Nord, con il suo mistero, con la sua segretezza, è qualcosa che non può essere compreso facilmente. Eppure, storie come quella di Han Kwang-Song ci spingono a riflettere sulla divisione, sul prezzo che si paga per vivere liberi e sulle difficoltà che ogni individuo affronta quando viene spinto a vivere sotto il controllo di un sistema che nega la sua libertà, persino nel perseguimento di un sogno “semplice” come quello di giocare a calcio.