L’Italia che ha tutto da perdere: l’infortunio di Mancini e l’ombra di Belfast sui Playoff

Emergenza in difesa per Gattuso: il k.o. di Mancini rievoca lo spettro del 1958 e la sfida psicologica di O'Neill pesa sui playoff Mondiali

  • Foto di Alessio Marini / ANSA
  • Foto di Ettore Griffoni / ANSA
  • Foto di Ettore Griffoni / ANSA
  • Foto EPA
/

Il calcio, a volte, non è fatto di schemi, ma di cicatrici. E quelle dell’Italia, in ottica Mondiale 2026, sono ancora aperte, profonde e terribilmente sensibili al tocco della sfortuna. La notizia dell’infortunio al polpaccio di Gianluca Mancini, occorso proprio mentre il countdown per il 26 marzo segna i giorni più critici, non è un semplice contrattempo clinico. È un brivido freddo che corre lungo la schiena di una nazione che da otto anni vive in un limbo di irrilevanza globale. Mancini, il “fedelissimo” di Gennaro Gattuso, rischia di marcare visita nel momento del bisogno, aggiungendosi alle assenze di Gabbia e Di Lorenzo. Ma oltre l’emergenza tattica, ce n’è anche una dovuta al fatto che l’Italia si avvicina al playoff contro l’Irlanda del Nord con il peso di una storia che, negli ultimi due atti, è scivolata nel tragico.

Foto di Ettore Griffoni / ANSA

Verso il Mondiale 2026: perché il playoff di Bergamo è l’ultima chiamata per l’Italia

Dopo la trionfale ma ormai sbiadita parentesi di Euro 2021, l’Italia si ritrova di nuovo davanti al bivio che ha già sbagliato due volte. Il secondo posto nel Gruppo I, alle spalle di una Norvegia solida, ci ha condannati alla lotteria dei playoff. Il regolamento è crudele: una semifinale secca a Bergamo il 26 marzo contro l’Irlanda del Nord e, in caso di vittoria, una finale il 31 marzo (in trasferta) contro la vincente di Galles-Bosnia. Mancare l’appuntamento con il Mondiale 2026 in Nord America non sarebbe solo un fallimento sportivo; sarebbe la certificazione di una crisi generazionale. L’ombra del 2017 a San Siro contro la Svezia e il dramma di Palermo nel 2022 contro la Macedonia del Nord non sono solo ricordi: sono fantasmi che scendono in campo con i giocatori, appesantendo ogni passaggio e rendendo ogni infortunio, come quello di Mancini, un presagio di sventura.

Il “Metodo O’Neill” e la scelta di Bergamo che fa discutere: perché l’Italia è “la squadra con tutto da perdere”

Le parole di Michael O’Neill non sono arrivate come una semplice dichiarazione pre-partita, ma come una sentenza pronunciata a bassa voce in un’aula di tribunale gremita. “L’Italia è la squadra che ha tutto da perdere”. In questa frase, gelida e chirurgica come il vento che sferza le banchine del porto di Belfast, è racchiusa l’intera condizione esistenziale degli Azzurri. O’Neill non ha solo parlato di calcio; ha tracciato il confine tra chi insegue un sogno e chi scappa da un incubo. Per i suoi “Green and White Army“, il playoff di Bergamo è una missione senza paracadute, un’occasione per diventare immortali senza il timore di sporcare la propria storia. Per l’Italia, invece, è un esame di maturità dove il voto minimo è la sopravvivenza, e l’insufficienza significa l’oblio.

Foto EPA

Il CT nordirlandese ha poi sapientemente girato il coltello in una ferita che ancora sanguina: la scelta della sede. Sottolineando con sottile ironia il “rifugio” di Bergamo, O’Neill ha messo a nudo la fragilità psicologica di un colosso che sembra aver smarrito la propria casa. Abbandonare la vastità monumentale di San Siro o la solennità dell’Olimpico per i 23.000 posti della scatola d’acciaio e passione del Gewiss Stadium è stato interpretato oltremanica come un atto di sottomissione alla propria paura. Non è più solo una questione di capienza, ma di spazio mentale: secondo la narrazione britannica, l’Italia ha cercato di “rimpicciolire” il palcoscenico per nascondere il tremore delle proprie gambe, preferendo il calore controllato di un’arena di provincia all’abbraccio — che può diventare soffocante — di un pubblico oceanico. O’Neill lo sa: in uno stadio dove il respiro dei tifosi cade dritto sul collo dei difensori, la pressione non si divide, si moltiplica. E l’infortunio di Mancini non fa che alimentare questa sensazione di un Golia che, per la prima volta nella sua storia centenaria, si guarda allo specchio e vede riflessa l’immagine di un Davide vulnerabile.

I Guerrieri dell’Ulster: oltre il confine di un’isola divisa dal destino

Per affrontare i “Green and White Army”, bisogna prima di tutto saper distinguere il battito di un cuore da quello di un altro. Troppo spesso, con una superficialità che sbiadisce la storia, tendiamo a confondere l’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda, quella Dublino color smeraldo che danza al ritmo della danza gaelica. Ma i nordirlandesi sono figli di un’altra tempesta. La loro è l’anima di Belfast, una città scolpita nel ferro dei cantieri navali e nel fumo delle industrie, dove il calcio non è mai stato un vezzo estetico, ma una forma di resistenza morale. La frattura che nel 1921 divise l’isola in due entità politiche lasciò un solco indelebile anche sul prato verde. Da allora, l’IFA (Irish Football Association) è rimasta la custode di un’identità unionista, profondamente legata alla corona britannica e a un modo di intendere la vita — e quindi il pallone — come un presidio da difendere a ogni costo. Se i “cugini” del Sud cercano la geometria e la fantasia, i nordirlandesi offrono al mondo la liturgia del sacrificio.

Foto EPA

È il calcio della classe operaia, dove ogni tackle scivolato ha la stessa dignità di un gol e dove il rettangolo di gioco viene vissuto come l’estensione naturale del molo di un porto: un luogo dove non è ammesso indietreggiare. Questa squadra non ha “spie” nel nostro campionato. Non troverete i loro nomi tra le stelle patinate della Serie A, perché il loro habitat naturale rimane il fango nobile della Premier League e la spietata intensità della Championship. Sono atleti forgiati da ritmi asfissianti, abituati a giocare novanta minuti con il fiato sul collo dell’avversario e il vento gelido dell’Atlantico nei polmoni. Per loro, l’assenza di tecnica pura viene colmata da una coesione mistica che li rende un blocco unico, una testuggine che aspetta solo il momento in cui il gigante di turno — in questo caso l’Italia di Gattuso — inizia a dubitare di se stesso. E poi c’è la memoria, che affonda le radici nel 1958, in una notte di Belfast che per il calcio italiano rimane l’inizio di un incubo. In quest’ottica, quel 2-1 che ci negò il Mondiale di Svezia non fu un incidente di percorso, ma la dimostrazione che l’orgoglio dell’Ulster può abbattere qualsiasi blasone. A distanza di quasi settant’anni, quel monito è ancora lì, sospeso tra le nebbie della storia: l’Irlanda del Nord non viene a Bergamo per fare da comparsa, ma per ricordarci che sulla mappa del calcio mondiale, loro hanno imparato a sopravvivere molto tempo fa.

Gli azzurri di Gattuso ai playoff: tra l’incubo di un nuovo fallimento e la voglia di riscatto 

L’Italia si trova oggi sospesa tra la gloria del suo passato a quattro stelle e l’abisso di una terza esclusione consecutiva. L’infortunio di Mancini è la metafora perfetta di questa fragilità: un polpaccio che cede proprio quando c’è da correre più forte. Tuttavia, il calcio offre sempre una via d’uscita. Se Gattuso riuscirà a trasformare la “paura di perdere” in “fame di esserci”, Bergamo potrebbe diventare il luogo della rinascita anziché del funerale sportivo. Dovremo essere più forti dell’Irlanda del Nord, più forti della provocazione di O’Neill e, soprattutto, più forti dei nostri stessi ricordi. Il 26 marzo non giocheremo contro undici uomini, ma contro un secolo di storia e otto anni di incubi.