McTominay e la Scozia ai Mondiali: il calcio ha ancora bisogno di eroi nazionali

La banconota celebrativa dedicata al centrocampista del Napoli racconta il rapporto tra calcio, identità nazionale e simboli collettivi nell’era del calcio globale

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Dopo 28 anni dall’ultimo Mondiale, la Scozia celebra la qualificazione ai prossimi Mondiali in Nord America con una banconota celebrativa da 20 sterline dedicata a Scott McTominay. Sulla banconota della Bank of Scotland campeggia la rovesciata con cui il centrocampista ha aperto al terzo minuto la partita dello scorso 18 novembre, vinta 4-2 e valida per la qualificazione alla Coppa del Mondo. Il gol, entrato nella storia del calcio di una delle Nazionali più antiche d’Europa, oggi allenata da Steve Clarke, ha reso il centrocampista del Napoli il nuovo simbolo di un Paese alla ricerca dell’affermazione internazionale.

Il caso di McTominay dimostra come nel calcio contemporaneo, sempre più globale, commerciale e individualizzato, i calciatori possano ancora diventare simboli di orgoglio nazionale, appartenenza e identità culturale. Laddove il calcio dei club vede indebolirsi il rapporto tra tifosi e atleti, le competizioni per Nazionali sono ancora lo spazio dell’identificazione collettiva e degli eroi dello sport.

Quando i calciatori erano simboli delle nazioni

A rendere il calcio così popolare in Europa nel Novecento non è stata solo la sua natura meramente sportiva, le regole o le azioni, ma la sua capacità di diventare uno strumento di costruzione dell’identità collettiva. Tramite i suoi riti, il tifo organizzato e le memorie condivise, il calcio, in qualità di collante sociale e culturale, ha nel tempo trasformato individui isolati in comunità, definendo l’appartenenza di quegli stessi individui a un quartiere, a una città o a un’intera nazione. Un ruolo di prim’ordine in questa dinamica l’hanno avuto anche e soprattutto gli attori principali del calcio, a partire dai giocatori. La storia del calcio è infatti piena di nomi di grandi campioni che, durante la loro carriera, hanno incarnato il carattere, le aspirazioni e talvolta anche le tensioni sociali dei loro Paesi d’origine. Pelé ha rappresentato la grandezza culturale del Brasile, riuscendo a unire un popolo diviso da profonde disuguaglianze e portando la Seleção alla vittoria di tre Mondiali. Diego Armando Maradona, con la vittoria dei Mondiali nel 1986 contro l’Inghilterra subito dopo la Guerra delle Falkland, è stato il simbolo del riscatto dell’Argentina. E ancora, l’Olanda ricorda il Johan Cruijff del “calcio totale”, la Germania ha riconosciuto in Franz Beckenbauer la mentalità vincente di un Paese, mentre Zinedine Zidane ha simboleggiato il multietnicismo della Francia. Anche in Italia, nel corso dei decenni, non sono mancate le grandi figure del calcio: nel 1982, con la vittoria dei Mondiali in Spagna, Paolo Rossi divenne il volto della rinascita sia nazionale, subito dopo gli anni di piombo, sia personale, reduce da due anni di squalifica per uno scandalo di calcioscommesse per cui si era sempre dichiarato innocente. Prima di lui c’era stato il primo Pallone d’Oro italiano Gianni Rivera, dopo il “Divin Codino” Roberto Baggio, vicecampione del mondo a USA ‘94 (l’ultimo Mondiale negli Stati Uniti prima di quello che si aprirà il prossimo giugno), fino ai protagonisti del Mondiale del 2006, dal capitano Fabio Cannavaro all’estremo difensore Gianluigi Buffon. Alcuni di loro, oltre a essere simboli nazionali in quel Mondiale, si sono negli anni confermati anche come “bandiere” dei propri club di appartenenza, come Francesco Totti con la Roma o Alessandro Del Piero con la Juventus. In un contesto storico in cui i club mantenevano una forte dimensione territoriale e il legame tra calciatori e tifosi era più diretto, gli atleti rappresentavano il punto più alto dell’identificazione collettiva, arrivando a essere percepiti come parte “del popolo”, figure accessibili e radicate nella cultura locale. Con l’odierna globalizzazione del calcio, tuttavia, quell’idea di appartenenza sta andando gradualmente perdendosi.

Perché Scott McTominay è diventato il simbolo della Scozia

Da una parte, dunque, il processo di identificazione con i calciatori sta sfumando, dall’altra, tuttavia, il bisogno di figure autentiche e riconoscibili nel mondo del calcio permane. Ed è in questa dualità che si spiega la centralità simbolica assunta da Scott McTominay negli ultimi mesi. Nato a Lancaster nel 1996, McTominay entra nel centro di formazione del Manchester United a soli 6 anni per poi esordire in prima squadra nell’era di Mourinho nel 2017. Nel dicembre del 2020, durante la partita tra i Red Devils e i Leeds, diventa il primo giocatore della storia della Premier League a segnare una doppietta nei primi tre minuti di partita. Nel 2024 approda al Napoli allenato da Antonio Conte, diventando in poco tempo tra i giocatori chiave dei Partenopei. Sebbene sia nato in Inghilterra, le origini scozzesi del centrocampista lo hanno reso eleggibile per la Nazionale scozzese, che lui ha scelto, diventandone negli anni uno dei leader emotivi. Non è tanto lo status di superstar globale a eleggerlo simbolo della Scozia, quanto la sua capacità, almeno così forse viene percepita dai suoi connazionali, di rappresentare lo spirito competitivo e identitario del Paese: è un giocatore “vicino” ai tifosi, legato alla maglia della Tartan Army, che ha scelto. La sua rovesciata sulla banconota commemorativa da 20 sterline racconta bene il valore simbolico che il giocatore ha assunto all’interno dell’immaginario scozzese. Valore che lui stesso conosce, come si evince dalle sue parole:

“Calcare il palcoscenico più grande del calcio mondiale è il sogno di ogni giocatore e so quanto conti per i nostri tifosi. Momenti come quello appartengono a chi segue la squadra, perciò vedere il mio gol su una banconota scozzese è incredibilmente speciale”.

Perché la qualificazione ai Mondiali è così importante per la Scozia

Per comprendere ancora di più il valore di McTominay per la Scozia di oggi, bisogna anche ripercorrere la storia calcistica del Paese. Pur essendo una delle nazionali storiche del calcio europeo (la Scottish Football Association è stata infatti fondata nel 1873, 10 anni dopo la Football Association inglese), la Tartan Army manca dal grande palcoscenico internazionale da molti anni. L’ultima partecipazione ai Mondiali risale al 1998, quando la Tartan Army si fermò alla fase a gironi dopo un pareggio contro la Norvegia e due sconfitte contro il Brasile e il Marocco. Agli Europei, invece, gli annali contano una partecipazione nel 1992 e nel 1996 prima di una lunga assenza colmata nel 2021 e nel 2024, in tutti e tre i casi con lo stop al primo turno. Per un Paese dove il calcio è parte dell’identità nazionale, questa assenza prolungata ha assunto un valore generazionale e ha reso i rapporti con la vicina Inghilterra tesi anche sul piano sportivo, oltre che sul piano politico e culturale. La qualificazione ai Mondiali del 2026, dunque, è più di un successo sportivo: è la riaffermazione collettiva di un popolo, dei suoi simboli storici, come l’Hampden Park di Glasgow, iconico stadio della Nazionale, e dei suoi nuovi simboli, come McTominay e il resto della rosa scozzese (che conta, oltre al centrocampista, anche i militanti di Serie A Billy Gilmour, Lewis Ferguson e Ché Adams). La ritrovata credibilità internazionale del calcio scozzese, non va dimenticato, avrà anche un risvolto economico importante, soprattutto visto il range montepremi da record: la preparazione e la partecipazione alla fase a gironi valgono, da sole, oltre 12 milioni di euro.

Come il calcio globale ha cambiato i simboli nazionali

Il caso di McTominay e della sua celebrazione in Scozia dimostra come le profonde trasformazioni che hanno attraversato il calcio europeo negli ultimi 20 anni abbiano modificato anche il rapporto tra i tifosi e le figure simboliche dello sport. La globalizzazione, i ricavi commerciali e i club sempre più simili a brand internazionali che a semplici squadre di calcio hanno spostato il centro dell’attenzione dall’identità collettiva alla dimensione individuale e, soprattutto, commerciale. I grandi nomi del calcio di oggi sono molto spesso celebrities più che simboli, identità personali non sempre riconducibili a club o Nazionali di appartenenza, “marchi” resi riconoscibili a livello globale da social network, sponsor e partnership. In definitiva, atleti “lontani” dal territorio e ancora di più dalla tifoseria. Tuttavia, il caso di McTominay dimostra anche che il bisogno di figure capaci di rappresentare una comunità non è affatto scomparso e proprio nell’assenza e nella frammentazione trova la sua maggiore espressione. Le competizioni per Nazionali restano la roccaforte di questo bisogno, uno degli ultimi spazi di forte identificazione collettiva che il calcio dei club fatica a mantenere viva. Nelle competizioni internazionali il calcio torna a parlare un linguaggio collettivo che unisce territori, culture e generazioni diverse nel desiderio di poter riconoscersi in un elemento comune. Guardando alla Nazionale italiana, il cui ultimo Mondiale risale al 2014, dunque, è forse nella mancanza di simboli in grado di unire il Paese nella stessa dimensione emotiva e collettiva che bisogna guardare per tornare alla ribalta del calcio internazionale.