Ottocentosettantuno milioni di dollari. Se serviva una prova che il calcio è uno dei principali motori economici del mondo, ce l’ha fornita recentemente la FIFA con la decisione di portare a un livello record il montepremi complessivo della prossima Coppa del Mondo. Questo numero racconta la crescita del calcio globale, ma soprattutto la trasformazione del torneo più seguito al mondo in una macchina economica sempre più potente.
Premi record e Mondiale a 48 squadre: quanto vale oggi la FIFA
La prossima Coppa del Mondo, in partenza l’11 giugno a Città del Messico, sembra destinata a passare alla storia. Sarà la prima edizione che vedrà partecipare 48 squadre, contro le 32 delle edizioni precedenti, e faranno il loro debutto diverse Nazionali esordienti. Oltre a questo, tuttavia, sarà anche il Mondiale con il montepremi più alto mai registrato, merito dei maggiori ricavi derivanti da diritti televisivi e sponsorizzazioni globali. In occasione dell’ultimo congresso a Vancouver, infatti, l’Esecutivo FIFA ha deciso l’incremento del 15% del montepremi complessivo che passa così dai 727 milioni di dollari stabiliti già lo scorso dicembre a 871 milioni (in Qatar, nel 2022, il montepremi stanziato arrivava a “soli” 440 milioni). Ogni squadra partecipante riceverà un contributo minimo di 2,5 milioni per la preparazione (non più 1,5) e di 10 milioni per la partecipazione alla fase a gironi (contro i 9 precedenti), e il montepremi individuale aumenterà man mano nel percorso fino ai 50 milioni che andranno alla Nazionale campione del mondo. L’aumento del montepremi è direttamente collegato all’aumento delle squadre partecipanti: più partite, infatti, permettono di allargare il range dei mercati coinvolti, il pubblico (che diventa ancora più globale) e, di conseguenza, i ricavi. Secondo le stime, anche i ricavi complessivi potrebbero raggiungere livelli record. Secondo le stime di Sports Value, la Coppa del Mondo FIFA 2026 potrebbe raggiungere ricavi totali per circa 9,35 miliardi di euro (56% in più rispetto a Qatar 2022 che aveva generato circa 6,01 miliardi di euro) derivanti soprattutto da diritti televisivi (stimati per 3,7 miliardi) e sponsorizzazioni (circa 2,4 miliardi) a cui si aggiungono i ricavi derivanti da stadi e accoglienza dei tifosi. Secondo il New York Post, solo le 8 partite (tra cui la finale) del MetLife Stadium in New Jersey, vicino New York, potrebbero generare 1,3 miliardi di dollari di reddito totale da lavoro oltre a 1,7 miliardi di dollari di spesa di partecipanti e fan. Del resto sembra che la finale del 19 luglio al MetLife sarà, anch’essa, destinata a segnare un record storico come la partita di calcio più costosa di sempre con biglietti che potrebbero sfiorare gli 11.000 dollari, ben lontani dai 1.600 dollari di Francia-Argentina del 2022 (sebbene sulla piattaforma ufficiale di FIFA Marketplace siano comparsi biglietti rivenduti per oltre 2 milioni di dollari l’uno). Questi numeri dimostrano come il Mondiale non sia più, semplicemente, un torneo sportivo. Al contrario, nelle ultime edizioni la FIFA ha costruito un vero e proprio modello economico dimostratosi sempre più solido, basato principalmente su diritti televisivi e sponsor oltre a diritti di marketing e vendita dei biglietti. Al centro di questo sistema c’è il calcio, lo sport che più di tutti al mondo riesce a concentrare audience, investimenti e attenzione mediatica. L’aumento dei premi, in tal senso, non è solo una redistribuzione della ricchezza generata ma il segnale, lampante, di una crescita strutturale importante. Ciò che la FIFA gestisce, nel 2026, non è una competizione ma una piattaforma globale capace di produrre valore su scala planetaria.
Come guadagna la FIFA: il modello economico del Mondiale
Quella costruita nei decenni dalla FIFA è una delle macchine economiche più performanti del settore sportivo. Sebbene la Fédération Internationale de Football Association si occupi dell’organizzazione di numerosi tornei, alcuni dei quali con cadenza annuale (come, ad esempio, la Coppa del Mondo FIFA U-17), a differenza delle leghe nazionali o delle competizioni per club, i suoi pilastri sono appuntamenti con cadenza più lunga capaci però di generare un valore economico enorme. In particolare, il cuore del sistema FIFA sono il Mondiale maschile, il Mondiale femminile (che si svolgerà nel 2027 in Brasile) e il Mondiale per Club (che da giugno 2025 si gioca ogni quattro anni). Questi eventi concentrati in cicli relativamente brevi generano ricavi miliardari ma, soprattutto, richiedono da parte della Federazione una spesa che potremmo definire limitata. I costi infrastrutturali, quindi quelli riguardanti gli stadi, i trasporti e la logistica, sono infatti in gran parte sostenuti dal Paese (o nel caso del prossimo Mondiale, dai Paesi) ospitante, soprattutto tramite investimenti pubblici. Per il Mondiale del 2022, ad esempio, il Qatar investì circa 220 miliardi di dollari per la realizzazione di nuovi stadi e un’ampia rete di trasporti. L’investimento, nelle migliori delle ipotesi, dovrebbe generare ritorni in visibilità, turismo e immagine globale, anche nel lungo termine una volta terminato il torneo. Il modello costruito dalla FIFA per il Mondiale, con costi relativamente contenuti, un’alta concentrazione di ricavi e il controllo diretto del prodotto, dunque, è quello di una superpotenza finanziaria il cui obiettivo, tuttavia, non è il guadagno diretto ma, in qualità di ente no-profit, il reinvestimento. La FIFA, infatti, investe circa il 90% dei ricavi complessivi nel calcio globale, alle Nazionali e ai club partecipanti con i montepremi, ai club con il Club Benefit Programme in qualità di ricompensa per il rilascio dei giocatori impegnati nelle competizioni mondiali, e ad associazioni nazionali e regionali e confederazioni con programmi specifici di sviluppo come il FIFA Forward.
Perché i premi del Mondiale sono anche uno strumento politico
L’aumento dei premi, sebbene ricollegabile all’aumento dei ricavi, non è solo una questione economica ma, ancor prima, una questione politica. Le federazioni nazionali, infatti, sono la base elettorale dell’organizzazione di Zurigo, e in tal senso ridistribuire le risorse equivale a costruire consenso. Come abbiamo accennato, il nuovo modello a 48 squadre aprirà la strada a Nazionali esordienti: i prize money, così, diventano una leva di potere in grado di rafforzare il legame con le federazioni, in particolare quelle meno ricche per cui il Mondiale rappresenta un’importante opportunità economica. La redistribuzione, in questo modo, diventa anche legittimazione e, da ultimo, consolidamento dell’influenza della FIFA nel sistema calcistico globale. D’altro canto, leggere l’aumento dei premi alle federazioni più piccole come un segnale di equità potrebbe essere prematuro. La redistribuzione è certamente un vantaggio ma non compensa gli squilibri strutturali del calcio mondiale: infrastrutture, sistemi di formazione e competitività restano, in definitiva, fattori difficilmente risolvibili con un solo evento, per quanto ricco e imponente. Gli squilibri preesistenti, va infatti considerato, permettono alle Nazionali più forti (tendenzialmente le più ricche) di avanzare con più facilità verso le fasi finali del torneo e, di conseguenza, verso i montepremi più alti. In questo modo le disuguaglianze, invece che attenuarsi, si consolidano e si amplificano. Da questo punto di vista l’aumento delle risorse non si traduce automaticamente in più equilibrio, piuttosto in maggiori differenze.
Il Mondiale come prodotto globale: business, tifosi e gentrificazione
Con l’innalzamento dell’asticella del torneo, non sono solo le disuguaglianze tra Nazionali ad accentuarsi, anche i tifosi ne fanno le spese. Abbiamo diverse volte parlato di gentrificazione del tifo e, se torniamo al tema dei prezzi dei biglietti, aggiungendo anche il tema dei costi di trasporti e hospitality, questo fenomeno è ancora più evidente. Il rischio è che le partite del Mondiale si trasformino, almeno nell’esperienza dal vivo, in un evento d’élite a cui difficilmente il tifoso medio può accedere. Le dinamiche di cui abbiamo spesso parlato in relazione al calcio locale e nazionale, nel caso della Coppa del Mondo FIFA raggiungono dimensioni globali: l’evento-partita assume sempre di più le caratteristiche di un prodotto globale che va oltre la competizione sportiva con l’obiettivo di massimizzare l’audience, l’engagement e il ritorno economico. L’espansione a 48 squadre, l’aumento delle partite e la crescita dei premi lo dimostrano. Il calcio è inserito in una strategia orientata alla scalabilità dove lo sport si avvicina ai grandi modelli dell’intrattenimento internazionale e la crescita è una condizione necessaria alla sopravvivenza. Non stupisce, dunque, che la FIFA non agisca più soltanto come organizzazione sportiva ma stia facendo sue logiche industriali per gestire uno dei prodotti più riconoscibili e redditizi del mondo.
