Diritti TV Serie A: addio allo “spezzatino”? All’orizzonte l’opzione monopolio e il Canale della Lega

Dalla fine della “no single buyer rule” all'esempio della Premier League e degli USA: come cambierà il modo di vedere il calcio nel 2026

Tra telecomandi, abbonamenti e piattaforme. Per quasi un decennio il tifoso italiano è stato prigioniero di una concorrenza che, invece di abbassare i prezzi, ha moltiplicato i costi. Nel 2026, tuttavia, il calcio italiano si prepara a rottamare la Legge Melandri e la “no single buyer rule” per dare il benvenuto al “Single Buyer”. È la fine dello “spezzatino” o l’inizio di un nuovo monopolio digitale?

Addio alla Legge Melandri: perché il monopolio conviene ai tifosi

Il calcio italiano potrebbe dire addio allo spezzatino dei diritti televisivi. La Legge Melandri, che dal 2008 regolamenta la commercializzazione dei diritti audiovisivi sportivi, in particolare la vendita centralizzata dei diritti TV del calcio, ha fino ad oggi imposto il divieto di acquisto esclusivo da parte di un solo operatore con lo scopo di evitare posizioni dominanti all’interno del mercato. Il limite antitrust, che nelle migliori delle intenzioni doveva garantire maggiore diffusione e pluralismo, nel tempo ha tuttavia comportato degli svantaggi non da poco per i tifosi. La tanto chiacchierata riforma dei diritti TV della Serie A, la cui entrata in vigore potrebbe essere prevista per il prossimo 1° luglio, al contrario, prevede che i diritti vengano venduti a un unico operatore, abolendo la “no single buyer rule” che ha caratterizzato il mercato fino a oggi. In realtà il cambiamento potrebbe non essere immediatamente visibile: gli ultimi accordi dell’attuale sistema a due piattaforme che vede protagoniste DAZN e Sky, infatti, garantiscono alle due piattaforme i diritti delle partite di Serie A (tutte le partite per DAZN, tre partite a giornata in co-esclusiva per Sky) fino al 2029, mentre fino al 2031 la Champions League rimarrà appannaggio di Sky e in parte di Amazon Prime. La fine della frammentazione potrebbe permettere ai tifosi di tirare un respiro di sollievo: nata per garantire la concorrenza, infatti, la frammentazione dei diritti si è rivelata un boomerang, costringendo gli utenti a sottoscrivere due o più abbonamenti diversi per vedere tutte le partite, pagando quindi più servizi. Secondo alcune stime, il costo a persona per vedere tutta la Serie A e la Champions League può sfiorare i 500/600 euro all’anno. L’orientamento della Lega Serie A e del Governo, con il decreto del ministro Abodi, è ora quello di permettere a un unico player di gestire l’intero pacchetto, almeno per la massima serie. La virata da una parte garantirà agli utenti un prezzo “calmierato”, con esclusiva totale a fronte di un canone unico e accessibile, e, dall’altra, mira ad aumentare gli attuali ricavi annui sui diritti e avvicinare così la Serie A ai più fruttuosi fratelli europei, prendendo ad esempio ancora la Premier League inglese.

Per quanto riguarda la distribuzione, invece, il piano prevede che il 50% dei proventi venga equamente diviso tra i club del campionato e il 50% restante distribuito proporzionalmente in base ai risultati sportivi ottenuti dopo il 1999/2000 e per la valorizzazione dei vivai, ovvero in base alla formazione e all’utilizzo dei giovani atleti italiani. Una distribuzione con player unico, che prevede meno costi di gestione per le piattaforme e meno dispersione per gli utenti, potrebbe anche mettere un freno alla pirateria secondo la logica che un prezzo unico e onesto allontani gli utenti dal “pezzotto” che secondo le stime costa al calcio italiano circa 300 milioni l’anno.

Il Canale della Lega Serie A: la lezione di business che arriva dagli USA

Se l’obiettivo principale della Lega è quello di aumentare i guadagni di vendita dei diritti televisivi, le migliori strategie potrebbero essere legarsi a un colosso tech e investire per attrarre la vendita dei diritti internazionali. Entrambe le opzioni, tuttavia, nascondono delle insidie: la prima garantirebbe al calcio italiano visibilità mondiale a patto di “piegare” i contenuti alle esigenze del colosso, la seconda avrebbe bisogno di “campioni globali” che attirino l’interesse di utenti dall’altro lato del mondo. Ci sarebbe una terza opzione per la Serie A: diventare essa stessa broadcaster, creando un proprio canale di distribuzione. Il “Canale Serie A” permetterebbe alla Lega di eliminare intermediari, rispondere in prima persona alle esigenze degli utenti e mantenere il controllo sul prodotto. Del resto gli esempi simili non mancano, nel calcio e non. Basta guardare agli Stati Uniti, dove nel 2003 la NFL ha lanciato il suo NFL Network (dal 1° aprile del 2026 passato sotto la proprietà e la gestione operativa di ESPN) o MLB Network, canale televisivo ufficiale della Major League Baseball lanciato il 1° gennaio 2009. Il sentiero già tracciato dalle grandi leghe americane sta conquistando interesse anche in Europa, con ancora una volta il contesto inglese a fare da apripista. Proprio lo scorso febbraio la Premier League ha annunciato la nascita della Premier League Plus, la nuova piattaforma di streaming diretta (direct-to-consumer) del campionato. Il lancio ufficiale avverrà a Singapore dalla stagione 2026/27 in collaborazione con l’operatore locale StarHub; se il test avrà successo, come dichiarato dal numero uno della Premier League Richard Masters, il modello potrebbe essere replicato anche in altri mercati internazionali. Replicare un simile esperimento in Italia avrebbe certamente dei vantaggi ma comporterebbe anche dei significativi limiti da superare. Il calcio italiano è ancora fortemente legato ai ricavi domestici e soprattutto manca di quel brand globale su cui il campionato inglese lavora ormai da molto tempo.

Apple TV+ e il modello MLS: il calcio italiano può sopravvivere allo “sport-entertainment”?

Che si tratti di affidare tutte le partite a un unico broadcaster o di creare un proprio canale, nella riforma dei diritti televisivi del calcio italiano bisogna tenere presente anche come, dai tempi della Legge Melandri ad oggi, sono cambiate le abitudini di consumo degli utenti. Se guardiamo agli attuali canali di distribuzione delle partite, infatti, è facile notare come questi abbiano trasportato le partite in una più ampia offerta di contenuti, che si tratti di sport eterogenei, come nel caso di DAZN, o altri generi, come Sky o Prime Video. Un unico operatore “solo calcio”, seppur a un prezzo più conveniente, potrebbe non trovare l’appoggio del tifoso generalista, abituato alla comodità di un’offerta multisport o multigenere. Si potrebbe così tristemente scoprire che la Serie A non ha, in fin dei conti, quel potere magnetico tale da giustificare la spesa: un calcio “nudo” richiederebbe una qualità tecnica altissima, un paradosso se consideriamo che un singolo operatore ha come diretta conseguenza un “single point of failure”. In tema di piattaforme multigenere, se la riforma dei diritti televisivi italiani andasse avanti, si vocifera che tra i player candidati potrebbe comparire la piattaforma Apple TV+ visto il suo recente interessamento verso il calcio. Negli Stati Uniti, grazie a un accordo decennale da oltre 2,5 miliardi di dollari, a partire dalla stagione del 2026 le partite della Major League Soccer saranno incluse nell’abbonamento standard di Apple TV+, non più con l’abbonamento MLS Season Pass: una mossa che, come detto, inserisce il calcio all’interno di un ecosistema digitale più vasto. Nelle nuove abitudini di consumo, dunque, la sfida per il calcio italiano è quella di offrire un prodotto verticale potentissimo senza far rimpiangere la varietà dei giganti dello streaming che offrono “tutto a tutti”. In questo 2026, il calcio italiano deve fare una scelta che non riguarda solo i ricavi dei diritti ma anche l’identità stessa del tifoso. In un mercato che corre verso lo “sport-entertainment” totale, la Serie A deve decidere se restare un rito isolato o diventare parte di un ecosistema globale. Il ritorno al monopolio promette risparmio e semplicità, ma obbliga il calcio a una sfida spietata: tornare a essere così bello da non aver bisogno di nient’altro intorno per essere acquistato.