Mondiali 2026, Nazionali senza confini: oltre il 23% dei giocatori rappresenta un Paese diverso da quello di nascita

Ben 289 calciatori su 1248 vestiranno la maglia di una Nazionale diversa dal Paese di nascita. Un fenomeno alimentato da mobilità globale, legami familiari e criteri di eleggibilità FIFA

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Se il calcio internazionale è in continuo cambiamento, le 48 Nazionali che parteciperanno ai Mondiali 2026 prossimi al fischio di inizio ne offriranno una fotografia molto dettagliata, a partire dai componenti delle rose. Oltre il 23% dei calciatori che vedremo in Nord America, infatti, rappresenta una Nazionale diversa dal Paese in cui è nato. Il dato, influenzato in parte anche dal nuovo format a 48 squadre, riflette fenomeni centrali della società contemporanea come migrazioni internazionali, mobilità professionale, famiglie multiculturali e cittadinanze multiple, a dimostrazione che oggi l’identità calcistica è il risultato di percorsi personali e familiari complessi che attraversano confini geografici e culturali. Il calcio, ancora una volta, si conferma uno specchio dei cambiamenti della società globale.

Oltre il luogo di nascita: come funziona l’eleggibilità nelle Nazionali

Come funziona il criterio di eleggibilità FIFA per le Nazionali? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la possibilità per un calciatore di rappresentare una Nazione non dipende esclusivamente dal Paese in cui è nato. Secondo le ⁠Regole FIFA di idoneità nazionale, l’eleggibilità si basa su alcuni principi chiave. Per essere convocabile, il giocatore deve possedere la cittadinanza dello Stato a cui fa capo la federazione e non può cambiare rappresentativa se ha già giocato una gara internazionale ufficiale di categoria “A”, interamente o parzialmente, per una Nazionale. Esistono, però, delle eccezioni. Se l’atleta possiede due passaporti o acquisisce una seconda cittadinanza, può giocare per una nuova federazione se: è nato sul territorio della federazione, uno dei genitori biologici è nato sul territorio della federazione, uno dei nonni biologici è nato sul territorio della federazione, o se ha vissuto continuativamente per almeno cinque anni sul territorio della federazione dopo il compimento del 18esimo anno di età. Il cambiamento di Nazionale in via definitiva, inoltre, può avvenire solo se rispetta specifiche regole, dette di “cap-tying”: l’atleta non deve aver giocato più di tre partite ufficiali di livello “A” con la prima Nazionale e non oltre il 21esimo anno di età, le presenze non devono essere state maturate nelle fasi finali di una Coppa del Mondo o di un torneo continentale e, infine, devono essere trascorsi almeno tre anni dall’ultima presenza ufficiale. Nel caso di debutto nelle Nazionali giovanili, l’atleta non viene considerato vincolato alla Nazionale a patto che non possieda già la seconda cittadinanza, in quel caso viene richiesto un iter di “trasferimento”. All’apparenza questi criteri potrebbero sembrare severi, al contrario la riforma con cui sono stati introdotti tra il 2020 e il 2021 ha rappresentato un passo verso la flessibilità con l’obiettivo di tutelare gli atleti più giovani. Se fino agli anni ‘60, infatti, l’eleggibilità FIFA era totalmente deregolamentata (bastava possedere il passaporto del Paese per giocare con la sua Nazionale), nel 1962 venne introdotto il vincolo a vita (o “cap-tying”) secondo il quale un solo minuto giocato per un Paese bastava a vincolare il calciatore a quella maglia. Nel 2004 la FIFA varò una ulteriore stringente riforma per mettere un freno al mercato delle cittadinanze sportive, introducendo il legame di sangue o residenza (inizialmente per due anni, poi estesi a cinque nel 2008) e la deroga per i debuttanti under 21 solo se avevano giocato esclusivamente nelle Nazionali giovanili. Proprio quest’ultimo criterio, tuttavia, creò il fenomeno dei cosiddetti “one-cap wonders”, giovani atleti fatti esordire per vincolarli alla maglia e mai più convocati. La riforma del 2020 (entrata in vigore nel 2021) ha messo un freno a questo fenomeno, stabilendo le regole per il “trasferimento”, a tutela delle giovani promesse.

Perché i giocatori scelgono una Nazionale diversa da quella di nascita

Nel corso degli ultimi decenni, parallelamente all’aumento della mobilità globale e alla crescente globalizzazione della società, le norme di eleggibilità FIFA hanno assunto un’importanza fondamentale. I dati lo dimostrano: durante la prima Coppa del Mondo del 1930 solo il 5% degli atleti era nato in un Paese diverso da quello che rappresentava, ai Mondiali del 2018 in Russia la percentuale era dell’11,2% e nel 2022 in Qatar di 16,5%. Ai Mondiali del 2026 in Nord America, oltre il 23% dei giocatori (precisamente 289 su 1248) vestirà una maglia diversa dal Paese in cui è nato: il numero più alto della storia. A influenzare il dato è, in prima battuta, il nuovo format che vede la partecipazione di 48 squadre e non più 32, ma non solo. Oggi la scelta di un giocatore di rappresentare una Nazionale è il frutto di aspetti sportivi, personali, familiari e identitari. Tra le principali motivazioni ci sono i legami ancestrali, la migrazione naturale e la migrazione legata al calcio. Nel primo caso, molti atleti scelgono di rappresentare il Paese di nascita dei propri genitori o nonni, anche se non ci hanno mai vissuto, facendo una scelta identitaria prima ancora che sportiva. Nel 2022 ad esempio, il 71% dei giocatori nati all’estero si è qualificato proprio grazie al legame familiare, mentre il 22% si è qualificato per migrazione naturale, ovvero il trasferimento in giovane età per motivi non legati al calcio. Fenomeni generali come flussi migratori e seconde generazioni, dunque, influenzano il calcio globale, oltre a fenomeni più specifici, come ad esempio lo scouting sempre più globale delle federazioni, soprattutto quelle africane, caraibiche e nordamericane, alla ricerca di atleti cresciuti nelle accademie europee. Per alcuni calciatori scegliere una maglia diversa può essere una scelta legata alla carriera, preferendo una Nazionale che può offrire maggiori opportunità internazionali e maggiore spazio.

Le Nazionali più multiculturali del Mondiale 2026

Ai Mondiali che stanno per iniziare, 289 calciatori su 1248 rappresenteranno un Paese diverso rispetto a quello di nascita. Il fenomeno riguarda la maggior parte delle Nazionali qualificate, con differenze significative. In alcuni casi, infatti, si tratterà di eccezioni, come il Belgio che conta nella sua rosa Amadou Onana, nato in Senegal, o la Spagna, con cui giocherà Aymeric Laporte, nato in Francia. In altri, la presenza di giocatori nati all’estero è più evidente: Messico e Paraguay contano cinque atleti; gli Stati Uniti 6, il Canada e la Scozia 7 (tra cui Scott McTominay, nato in Inghilterra); Australia, Croazia, Ghana e Nuova Zelanda 8; Costa d’Avorio e Iraq 9; Turchia 10; fino ai casi più eclatanti. Il Senegal conta ben 12 calciatori nati all’estero, la maggior parte in Francia, e il Qatar 14 (provenienti da 10 Paesi diversi), così come Capo Verde. Ancora: 15 giocatori della Tunisia provengono da altri Paesi, 16 per Algeria e Haiti, 17 per Bosnia e Marocco, e 20 per la Repubblica Democratica del Congo. C’è poi il caso più eccezionale di tutti, quello del Curaçao. Il Paese caraibico parteciperà per la primissima volta nella sua storia alla Coppa del Mondo e per l’occasione ha convocato 25 giocatori su 26 provenienti dall’Olanda. Solo 8 Nazionali saranno composte da calciatori nati sul territorio: Austria, Brasile, Colombia, Repubblica Ceca, Panama, Arabia Saudita, Sudafrica e Svezia. Di queste, tuttavia, 7 sono allenate da ct stranieri (tra cui Carlo Ancelotti alla guida del Brasile), ad eccezione della Repubblica Ceca, allenata da Miroslav Koubek. Nella lista di atleti che giocheranno per un Paese diverso da quello di nascita compaiono anche tre italiani: Giuliano Simeone vestirà i colori dell’Argentina, Marcus Thuram giocherà per la Francia, mentre Alessandro Circati rappresenterà l’Australia. Dei 289 atleti che hanno scelto di vestire la maglia di un Paese diverso, poi, ben 76 provengono dalla Francia: una dimostrazione di come sistema calcistico francese abbia fatto della valorizzazione del talento uno dei suoi principali punti di forza. Se a questi 76 si aggiungono i 23 atleti francesi (su 26) convocati con i Les Bleus, l’8% dei giocatori di questo Mondiale parlerà francese. Tra i principali Paesi “esportatori” compaiono anche Olanda (41), Germania (32), Inghilterra (23), Belgio (14) e Svezia (9).

Come i giocatori nati all’estero influenzano il livello delle Nazionali

Le rose dei convocati dimostrano come alcuni Paesi abbiano costruito, negli ultimi decenni, delle società multiculturali variegate e integrate. La Francia, al netto del suo sistema di accademie calcistiche, ne è un esempio lampante, così come il Nord Europa, la Germania e l’Inghilterra, dove le seconde e terze generazioni costituiscono una componente strutturale della società prima e del sistema calcistico dopo. Questa evidenza, d’altro canto, sembra destinata a influenzare fortemente i risultati di questa e delle prossime competizioni internazionali. Molte Nazionali africane, come Marocco, Senegal, Algeria e Nigeria, ad esempio, hanno costruito negli anni squadre altamente competitive grazie a giocatori cresciuti nei settori giovanili di Francia, Belgio, Spagna e Germania, beneficiando dei legami con le diaspore europee. Nel 2022, ad esempio, il Marocco ha raggiunto la semifinale dei Mondiali in Qatar contando 13 atleti su 26 nati fuori dal Paese. Alle nuove potenze calcistiche africane si aggiungono anche le nuove realtà di Canada, Stati Uniti e Australia, Paesi caratterizzati da forti flussi migratori. Al contrario, molti Paesi una volta dominanti nel contesto internazionale “perdono” giocatori preziosi. In questo 2026, ad esempio, l’Inghilterra avrebbe potuto contare nella sua rosa giocatori del calibro di Michael Olise, Antoine Semenyo, Erling Haaland, McTominay, Wan-Bissaka e Reyna. Allo stesso modo, Germania, Spagna e Francia perdono il talento di Calhanoglu e Yildiz, Nico Paz, Hakimi e Brahim Diaz, e Koulibaly, Mahrez, Sarr e Mendy.

Dal calcio alla società: identità sempre più fluide e transnazionali

Come già osservato in relazione ad altri fenomeni, gli atleti che scelgono di rappresentare Paesi in cui non sono nati non sono altro che lo specchio della società contemporanea. Secondo le principali organizzazioni internazionali, infatti, il numero di persone che vivono in un Paese diverso da quello di nascita continua a crescere. Le nuove generazioni sviluppano frequentemente identità multiple, influenzate dalla cultura familiare, dal contesto in cui crescono, dai percorsi educativi e professionali e dalle reti sociali globali. In questo scenario, il concetto stesso di appartenenza diventa più articolato rispetto al passato. Non si tratta necessariamente di sostituire un’identità con un’altra, ma di convivere con più riferimenti culturali contemporaneamente. Il calcio offre una rappresentazione visibile di questo cambiamento: laddove le Nazionali continuano a essere simboli di appartenenza collettiva e orgoglio nazionale, le storie dei loro protagonisti mostrano come le identità moderne siano sempre meno legate a confini rigidi e sempre più costruite attraverso percorsi personali complessi. Per questo, oggi, la Coppa del Mondo non è più soltanto una competizione sportiva globale ma la fotografia di un mondo sempre più interconnesso, in cui identità, cittadinanza e appartenenza assumono forme nuove rispetto al passato.