“Siete tutti matti, non mi avrete mai”: la fuga del portiere Alex Manninger finisce su un binario nel silenzio di Salisburgo

Giramondo tra Premier e Serie A, Alex Manninger è morto a 48 anni travolto da un treno. Aveva lasciato il calcio per tornare a fare il falegname

La notizia della scomparsa di Alexander Manninger, travolto da un treno a 48 anni nei pressi di Salisburgo, ha lasciato un vuoto profondo nel mondo del calcio. Non se n’è andato solo un atleta capace di vincere in Premier League e in Serie A, ma un uomo che aveva fatto dell’affidabilità e della riservatezza il suo marchio di fabbrica. Nelle righe che seguono, ripercorriamo le tappe della sua straordinaria carriera e il profilo umano di un professionista d’altri tempi, capace di lasciare un segno indelebile in ogni piazza che ha visitato.

Il viaggio in Italia: da Firenze alla consacrazione con la Juventus

L’Italia è stata, per larghi tratti, la seconda patria calcistica di Manninger. Un legame iniziato nella stagione 2001/02, quando approdò alla Fiorentina in prestito dall’Arsenal. Fu il primo assaggio della Serie A, un’esperienza che aprì le porte a un lungo girovagare per la Penisola che lo vide protagonista con le maglie di Torino e Bologna. Tuttavia, è con il Siena che Manninger riuscì davvero a imporsi e a mettersi in luce come uno dei portieri più solidi del campionato. In Toscana trovò continuità e fiducia, diventando un pilastro della squadra e attirando, grazie alle sue prestazioni, le attenzioni dei grandi club. Nell’estate del 2008 arrivò la chiamata della Juventus. In bianconero Manninger visse quattro stagioni intense, collezionando 42 presenze complessive. Nonostante il ruolo di vice-Buffon, Alex si dimostrò una garanzia assoluta ogni volta che fu chiamato in causa, diventando un punto di riferimento per lo spogliatoio grazie al suo carisma silenzioso. Dopo aver contribuito all’inizio del ciclo vincente juventino, nel 2012 salutò Torino per proseguire la sua carriera all’estero, lasciando però un ricordo di professionalità e dedizione raramente eguagliato.

Un palmarès da protagonista internazionale: tra Londra e Torino

La bacheca di Alex Manninger non è quella di un semplice comprimario, ma il riflesso di una carriera vissuta ai vertici del calcio europeo. In totale sono cinque i trofei che impreziosiscono il suo percorso. Il primo grande capitolo fu scritto a Londra, con la maglia dell’Arsenal: con i Gunners Manninger riuscì nell’impresa di vincere una Premier League, una FA Cup e due Community Shield. In Inghilterra, Alex dimostrò di poter reggere la pressione di palcoscenici leggendari, confermandosi come un portiere di caratura internazionale. Il cerchio dei successi nei club si è poi chiuso in Italia, nel 2011/12, quando con la Juventus ha aggiunto al suo palmarès lo Scudetto, partecipando attivamente alla stagione che ha dato il via al leggendario ciclo vincente bianconero sotto la guida di Antonio Conte.

Il baluardo dell’Austria: 33 volte in Nazionale

Oltre ai successi con i club, Manninger è stato per anni un simbolo del calcio del suo Paese. Ha indossato per 33 volte la maglia della Nazionale austriaca, diventandone un ambasciatore straordinario. Il punto più alto della sua avventura con la selezione austriaca è stato la partecipazione agli Europei del 2008, un torneo vissuto da protagonista nella sua terra, che ha suggellato il suo status di icona sportiva nazionale.

Il dolore corre lungo l’Europa: il tributo dei club e dei compagni

La tragica scomparsa di Alex Manninger ha scatenato un’ondata di commozione che attraversa l’intero continente, unendo società rivali in un unico, sincero abbraccio alla famiglia. In Italia, il messaggio più viscerale arriva dal Siena, il club che lo ha visto protagonista per tre stagioni in Serie A. La società toscana lo ricorda come un simbolo capace di lasciare un “segno indelebile”, distinguendosi per doti umane rarissime oltre che per il talento tra i pali. Anche la Juventus ha voluto onorare l’atleta e l’uomo, sottolineandone l’umiltà e la dedizione: “Se n’è andato un uomo dai valori rari e una serietà professionale fuori dal comune”. Parole a cui fanno eco quelle di Giorgio Chiellini, oggi dirigente bianconero ma ieri suo compagno di mille battaglie: “Ci saluta un compagno esemplare e una persona di grande valore. Oggi è un giorno tristissimo”.

Da Liverpool a Firenze: un lutto senza confini

Il cordoglio non conosce bandiere. Il Liverpool, club dove Manninger ha vissuto l’ultima tappa della sua carriera inglese, si è dichiarato “profondamente addolorato”, unendosi al dolore dei familiari. Messaggi carichi di tristezza sono giunti anche dal Salisburgo, la squadra della sua terra, dal Torino e dal Bologna, piazze dove Alex aveva saputo farsi apprezzare per la sua silenziosa affidabilità. Il tributo più solenne si è consumato però a Firenze. In occasione della sfida di Conference League contro il Crystal Palace, la Fiorentina ha chiesto e ottenuto dalla UEFA di poter onorare l’ex portiere austriaco. È stato un momento di rara intensità: un minuto di silenzio che ha avvolto lo stadio e il lutto al braccio portato dai giocatori viola, un omaggio doveroso a quel ragazzo che nella stagione 2001/02 aveva condiviso lo spogliatoio proprio con l’attuale tecnico della Fiorentina, Vanoli. Un incrocio del destino che rende questo addio ancora più doloroso per il popolo viola.

Foto EPA

La libertà di un uomo “eretto”: il ritorno alle origini

C’è un’immagine che definisce Alex Manninger oltre i guantoni, ed è quella di una pialla e del legno. Prima di diventare un professionista, Alex era un falegname, un mestiere che non aveva mai dimenticato e che gli aveva insegnato il valore del sudore e della fatica. Una lezione che portava in campo ogni giorno e che lo aveva reso un punto di riferimento per allenatori come Antonio Conte, che lo volle alla Juventus proprio per trasmettere ai più giovani l’importanza del sacrificio. Nel 2017, dopo l’ultima stagione al Liverpool, Manninger aveva compiuto una scelta rara: chiudere con il calcio per tornare alla sua vecchia professione. Non si riconosceva più in un mondo fatto di “moda e business”. Senza nemmeno un profilo Instagram, cercava solo la pace e la semplicità. “Sono felice nella mia pace”, aveva raccontato pochi giorni fa alla Gazzetta dello Sport. Voleva una vita serena tra i suoi boschi e la sua falegnameria, lontano da un sistema di cui non sentiva più il bisogno di far parte.

Il ricordo dei compagni: “Siete tutti matti, non mi avrete mai”

Le testimonianze più toccanti arrivano proprio da chi con lui ha condiviso lo spogliatoio e ne ha ammirato la statura morale. Leonardo Bonucci ha ricordato con dolore il loro ultimo incontro: “Pochi mesi fa ci siamo visti e mi hai raccontato la tua nuova vita. È difficile accettare tutto questo”Ma è la lettera di Gigi Buffon a consegnarci il ritratto definitivo di un uomo che ha saputo restare libero.

“Hai scelto di rimanere indipendente dall’assuefazione del mondo del calcio, andando alla ricerca della tua felicità nelle cose semplici: la natura, la pesca, la famiglia”, scrive Buffon. “In un mondo spesso curvo e genuflesso, tu hai sempre rivendicato la tua libertà, mantenendo una postura eretta. Ci guardavi con quel tuo sorriso sornione, come a dire: ‘Siete tutti matti, non mi avrete mai'”.

Foto di Tonino Di Marco / ANSA

Alex Manninger se n’è andato lasciando l’immagine di un “perfetto secondo” che nella vita è stato un numero uno per integrità. Un portiere con la valigia che, dopo aver girato l’Europa e vinto trofei leggendari, era tornato a casa per ritrovare l’essenza delle cose, lontano dai pali, protetto dal profumo del legno e dal silenzio delle montagne austriache. Un tragico destino lo ha strappato ai suoi cari, ma ci lascia in eredità la lezione più importante: quella di un uomo che, dopo aver vinto tutto, ha avuto il coraggio di scegliere la libertà. Riposa in pace, Alex, nella tua pace.