Triangolo Mondiale: Italia, USA e Iran tra sogni di gloria e gaffe diplomatiche. Ma Trump cade dalle nuvole mentre l’Italia sognava già ad occhi aperti

Dall'appello di Zampolli al silenzio della Casa Bianca: ore di pura illusione azzurra tra geopolitica e il mito del 1982, l'anno in cui l'Italia passò dal fango delle critiche al tetto del mondo

Mai come quest’anno abbiamo avuto la prova che il calcio, giocato a certi livelli, possa smettere di essere un gioco per diventare lo specchio della geopolitica mondiale. L’indiscrezione che nelle ultime ore ha fatto tremare i polsi ai tifosi azzurri e ai palazzi del potere, non sarebbe giusto definirla solo un “rumor da corridoio”: si tratta di una complessa operazione diplomatica che vede l’Italia, l’Iran e gli Stati Uniti protagonisti di un triangolo senza precedenti. Al centro di tutto, una sedia – quella della nazionale iraniana – che potrebbe restare vuota nel Girone G dei Mondiali 2026 e un’ombra lunga: quella del 1982, l’anno in cui il destino (e il campo) trasformarono una squadra contestata in leggenda.

Il “Piano Zampolli”: un sogno italiano (di cui Trump non sapeva nulla)

Tutto ha avuto inizio con una proposta dal sapore della provocazione e della “diplomazia del desiderio”, lanciata attraverso il Financial Times da Paolo Zampolli, l’uomo incaricato dal Presidente Trump di gestire relazioni “speciali” e strategiche in Italia. L’inviato speciale avrebbe rivelato di aver suggerito a Trump e a Gianni Infantino che l’Italia prenda il posto dell’Iran ai prossimi Mondiali. La logica di Zampolli è una miscela di prestigio storico e opportunità strategica:

Sono italiano e sarebbe un sogno vedere gli azzurri in un torneo ospitato dagli Stati Uniti. Con quattro titoli, hanno il prestigio necessario per giustificare la loro inclusione.

Ma dietro il pallone si nasconde la realpolitik: l’iniziativa di Zampolli servirebbe, infatti, a ricucire i rapporti tra Donald Trump e Giorgia Meloni, logorati dai contrasti successivi agli attacchi dell’inquilino della Casa Bianca contro Papa Leone XIV. Peccato che, mentre l’Italia intera già sognava, il destinatario principale cadesse dalle nuvole. Interpellato nello Studio Ovale, Trump ha risposto, alle domande in merito, con un distacco quasi spiazzante:

L’Italia al posto dell’Iran ai Mondiali? Non ci penso troppo… È una domanda interessante…

A riportare – ulteriormente – tutti sulla terra ci ha pensato il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, Marco Rubio, visibilmente irritato dalla fuga in avanti di Zampolli:

Non so da dove venga fuori tutto questo. Nessuna comunicazione proveniente dagli Usa ha detto agli iraniani che non possono venire.

Il problema, a detta di Rubio, non sarebbero gli atleti, ma la sicurezza:

In Italia la speranza è sempre l’ultima a morire: euforia collettiva e ossessione azzurra per il “Miracolo 1982” 

Prima che arrivasse la smentita da Washington, sono trascorse ore di pura euforia collettiva. Da quando la notizia ha iniziato a rimbalzare sui siti e sui social, il Paese ha smesso di guardare ai propri fallimenti sportivi – una tentazione dura a morire -, per abbandonarsi a un riflesso incondizionato: il parallelo con il Mondiale del 1982. In quell’estate leggendaria di quarantaquattro anni fa, la Nazionale di Enzo Bearzot viveva una situazione paradossale. L’opinione pubblica non si limitava a criticare il gioco: il clima era talmente tossico che i giocatori venivano additati come “venduti”, sospettati di scarso impegno e circondati da un sospetto infamante. Fu proprio per difendersi dal fango e dalle accuse di essere dei mercenari che la squadra scelse il primo, storico silenzio stampa. Dopo un girone iniziale disastroso, l’Italia sembrò “ripescata” dalla sorte grazie a un solo gol di scarto rispetto al Camerun. Eppure, proprio da quell’assedio morale e da quella qualificazione ottenuta per il rotto della cuffia, nacque l’epopea capace di annientare il Brasile di Zico e la Germania di Rummenigge. Il tifo italiano oggi si nutre della stessa speranza: l’idea che l’Italia dia il meglio di sé solo quando entra in scena nel caos, tra lo scetticismo globale e le macerie della diplomazia.

Sogno o umiliazione? Il Paese si spacca tra Dino Zoff e Mentana

Davanti a questa suggestione storica, l’Italia si è letteralmente spaccata in due, dando vita a un dibattito che scavalca i confini dello sport per diventare una questione di identità nazionale. Da una parte ci sono i pragmatici, coloro che vedono nel calcio una materia plastica dove il risultato finale lava ogni peccato originale. Il capofila non poteva che essere Dino Zoff, l’uomo che alzò al cielo la coppa nell’82 e che conosce meglio di chiunque altro la capacità di isolamento degli Azzurri:

Io la vedo positivamente, perché in fondo noi sappiamo trasformarci nel breve tempo. Certo non è edificante andare al Mondiale perché c’è l’Iran che non può andarci, ma quando sei lì poi ci si dimentica tutto.

Foto ANSA

Per Zoff, l’importante è esserci; il resto lo scriverà il campo. Dall’altra parte, però, si è alzato un muro invalicabile fatto di etica e orgoglio ferito. Enrico Mentana ha espresso il sentimento di chi non accetta scorciatoie, definendo l’ipotesi di entrare come “imbucati” al posto di una nazione in guerra come qualcosa di “squallido, ingiusto e offensivo per la nostra storia sportiva”. Un coro a cui si è unito con forza Mauro Berruto, deputato del PD ed ex CT della pallavolo, che non ha usato mezzi termini definendo l’intera vicenda un’operazione di “ipnosi collettiva” e “idiozia”, temendo che l’Italia possa piegarsi a un “bullismo istituzionale” orchestrato da Trump. Una posizione blindata anche dalle massime cariche dello sport italiano: il Ministro Andrea Abodi e il presidente del Coni Luciano Buonfiglio sono stati categorici nel ribadire che “bisogna meritarselo, ci si qualifica sul campo”, rifiutando l’idea di una Nazionale che torni grande grazie a una “rendita politica” o a un regalo diplomatico.

Mondiale 2026: tra le “Grandi” favorite e il limbo azzurro

Mentre l’Italia resta appesa all’articolo 6.7 del regolamento FIFA (tra Ranking, criteri geografici e l’ipotesi di un Super Playoff a quattro a ridosso dell’inizio della competizione), il resto del mondo ha già iniziato a fare i conti con le grandi favorite di questo nuovo format a 48 squadre. In pole position ci sono i campioni in carica dell’Argentina: un gruppo compatto e rodato che ha dominato le qualificazioni, pur con l’incognita della presenza di Leo Messi. Seguono le potenze europee: la Francia di Didier Deschamps, forte di una rosa completa e competitiva; la Spagna di Luis de la Fuente (nonostante le ultime ore di apprensione per l’infortunio di Lamine Yamal); e l’Inghilterra del nuovo tecnico Thomas Tuchel. Grandi aspettative anche per il Brasile di Carlo Ancelotti, e per outsider di lusso come la Germania di Nagelsmann, il Portogallo e la sempre ostica Croazia, che possono fare rispettivamente conto su Cristiano Ronaldo e Luka Modric. E noi? Noi, ancora una volta, restiamo tristemente appesi. Sospesi tra il rigore morale di chi preferisce restare a casa con dignità e il desiderio inconfessabile di chi, chiudendo gli occhi, vede già un’altra estate di luglio, un altro rigore decisivo e un’altra notte folle nata per caso. Siamo l’Italia: quella nazione che non sa qualificarsi, ma che non smette mai di sperare che il caos, alla fine, scelga proprio lei per compiere l’ennesimo miracolo.