Il calcio italiano torna a fare i conti con la multiproprietà dopo il no del ministro Abodi a ulteriori deroghe all’articolo 16-bis. La multiproprietà nel calcio, tuttavia, ad oggi non è più soltanto la storia di un presidente che si trova a gestire contemporaneamente due società dello stesso campionato. Negli ultimi anni, infatti, il fenomeno ha assunto una dimensione internazionale, trasformandosi in quello che viene definito Multi-Club Ownership, o MCO: gruppi di investimento, società e imprenditori che controllano o detengono partecipazioni in più club distribuiti tra campionati e Paesi diversi. Il modello porta con sé alcuni dei nomi più importanti del calcio europeo. Il City Football Group controlla o detiene partecipazioni in una rete internazionale di società che comprende Manchester City, Girona e Palermo, oltre ad altri club; il gruppo Red Bull ha costruito un sistema che comprende, tra gli altri, Lipsia e Salisburgo; Eagle Football ha riunito sotto la stessa proprietà realtà come Lione e Botafogo, mentre BlueCo ha affiancato al Chelsea lo Strasbourg. La logica alla base di queste operazioni può essere molto diversa: sviluppo dei giovani, scouting internazionale, espansione commerciale, condivisione di competenze e infrastrutture. Ma quando due club appartenenti allo stesso gruppo puntano alla qualificazione per la stessa competizione europea emerge una domanda molto più delicata: quanto sono realmente indipendenti due società che hanno lo stesso proprietario o lo stesso investitore alle spalle? È qui che entra in gioco la regolamentazione UEFA. E soprattutto un’espressione che negli ultimi anni è diventata centrale: “decisive influence”, ovvero la capacità di esercitare un’influenza determinante sulle decisioni di un club.
UEFA: il problema non è soltanto chi possiede il club
Il regolamento UEFA per le competizioni 2026/27 non si limita a stabilire che un soggetto non possa essere proprietario di due club contemporaneamente impegnati nelle competizioni europee. L’obiettivo dell’articolo 5, infatti, è l’integrità della competizione, ecco perché stabilisce che un club partecipante non possa, direttamente o indirettamente, detenere quote o partecipazioni di un altro club partecipante, essere coinvolto nella sua gestione o avere qualsiasi potere sulla sua amministrazione o sulle sue prestazioni sportive. La stessa regola vale per le persone fisiche e giuridiche: nessuno può essere contemporaneamente coinvolto nella gestione, nell’amministrazione o nell’attività sportiva di più club partecipanti alle competizioni UEFA. Il punto centrale della norma non è tanto la capacità economica o di gestione di un individuo o entità su più club partecipanti, quanto la capacità di “control or influence”, controllo o influenza. Il controllo può derivare, per esempio, dal possesso della maggioranza dei diritti di voto o dalla possibilità di nominare o rimuovere la maggioranza degli organi di amministrazione. In tal senso, il regolamento include un criterio molto ampio, vietando la possibilità di esercitare “by any means a decisive influence in the decision-making of the club”. Il divieto, dunque, non si esaurisce nella percentuale di azioni possedute: un investitore potrebbe non avere formalmente la maggioranza assoluta e continuare, in determinate circostanze, a esercitare un’influenza sufficiente perché la UEFA consideri compromessa l’indipendenza del club e, di conseguenza, l’integrità della competizione.
Che cos’è la “decisive influence”
Il divieto di multiproprietà previsto dal regolamento UEFA, dunque, non riguarda solo la proprietà pura ma, in senso più ampio, la cosiddetta “decisive influence”, l’influenza decisiva, ovvero la capacità di incidere in maniera determinante sulle decisioni di uno o più club. Nel 2024 la First Chamber del Club Financial Control Body, il CFCB, ha pubblicato una serie di indicatori utilizzati per valutare la possibile esistenza di una decisive influence. Gli indicatori riguardano quattro aree principali: partecipazione azionaria, diritti di voto, interdipendenza finanziaria, cooperazione tecnica e di mercato. Sul piano azionario, il CFCB indica come elemento rilevante, tra gli altri, il possesso del 30% o più delle azioni o dei diritti economici o di voto di un club, oppure il possesso di almeno il 10% accompagnato dalla condizione di essere il maggiore azionista. Anche la struttura finanziaria può diventare determinante: tra gli elementi considerati figurano, per esempio, il fatto che un soggetto rappresenti almeno il 30% dei ricavi operativi del club o fornisca una parte significativa del suo finanziamento. Nell’ambito della governance, avere una posizione negli organi direttivi, poter nominare o rimuovere una parte significativa dei componenti del board, scegliere figure chiave come il CEO o il direttore sportivo oppure avere diritti di veto sulle decisioni strategiche sono tutti elementi che possono contribuire alla valutazione. Infine, per l’area della cooperazione tecnica e di mercato, il CFCB indica tra gli elementi rilevanti il trasferimento, definitivo o temporaneo, di tre o più giocatori tra due club nella stessa stagione, direttamente o attraverso soggetti collegati, insieme alla condivisione di database di scouting o accordi commerciali e tecnici congiunti. Valutando questi quattro ambiti, la UEFA vuole andare oltre la struttura societaria così come appare sulla carta, valutando anche il modo in cui i club operano concretamente. Anche quando nessuno degli indicatori viene formalmente superato, infatti, la UEFA può procedere con una valutazione complessiva basata sulla sostanza e non soltanto sulla forma. In altre parole, può esistere una decisive influence anche de facto, senza un controllo societario formalmente maggioritario.
Il blind trust: quando la proprietà deve diventare indipendente
Come detto, il regolamento UEFA 2026/27 stabilisce che nessun soggetto può avere controllo o influenza su più di un club partecipante a una competizione UEFA e considera anche il coinvolgimento contemporaneo nella gestione, nell’amministrazione o nell’attività sportiva dei club. Un esempio significativo è arrivato nel 2024 con Manchester City e Girona, entrambi di proprietà del City Football Group (che possiede il 100% del Manchester City e il 47% del Girona) ed entrambi qualificati alla Champions League, e con Manchester United e Nizza, legati al gruppo INEOS di Sir Jim Ratcliffe, entrambi destinati all’Europa League. In entrambi i casi il CFCB aveva aperto dei procedimenti per verificare il rispetto delle norme sulla multi-club ownership, decidendo infine di intervenire sulla governance dei club e autorizzare la partecipazione ai tornei. Il City Football Group aveva accettato di trasferire temporaneamente le proprie quote nel Girona a un blind trust indipendente vigilato dalla UEFA, quindi limitando fortemente l’influenza diretta, la rappresentanza nel consiglio di amministrazione e i finanziamenti del CFG sul club spagnolo durante i tornei. Inoltre, era stato imposto il divieto assoluto di effettuare qualsiasi tipo di trasferimento di mercato tra i due club, di utilizzare sistemi comuni di scouting o database, e di stringere accordi di cooperazione tecnica o commerciale. Stesse procedure erano toccate ai club del gruppo INEOS, con il trasferimento delle quote del Nizza all’interno di un blind trust indipendente e il blocco dei trasferimenti dei giocatori. L’obiettivo del blind trust è proprio quello di separare in modo effettivo il proprietario dal processo decisionale, risolvendo i conflitti d’interessi derivanti dalla multiproprietà. In una struttura di questo tipo il trustee indipendente, o amministratore terzo, assume il controllo delle decisioni del club e agisce esclusivamente nel suo interesse. L’investitore non può continuare a esercitare la propria influenza attraverso il board, diritti di veto o altre forme di controllo. Il blind trust, tuttavia, non diventa una sorta di lasciapassare permanente per le MCO. Al contrario, come specificato dal CFCB, si tratta di una soluzione eccezionale applicata alla stagione coinvolta che non viene automaticamente utilizzata nelle stagioni successive. Il nodo delle multiproprietà, dunque, anche in caso di applicazione del blind trust, resta. Il calcio italiano ne ricorda un esempio lampante: quando nel 2021 la Salernitana conquista la promozione in Serie A, il conflitto di interesse con la Lazio, anch’essa di proprietà di Claudio Lotito, diventa evidente. Invece di vendere il club, Lotito presenta alla FIGC una proposta di blind trust che tuttavia viene rifiutata per mancanza di reale indipendenza, mentre l’iscrizione in campionato dei granata viene congelata. Il presidente modifica così la struttura del trust, andando incontro alle rigide richieste della federazione, tra cui l’obbligo di vendita entro il 31 dicembre del 2021. Il caso Lotito, che si è risolto con la vendita in extremis della Salernitana a Danilo Iervolino, ha portato a un ulteriore irrigidimento delle norme anti-multiproprietà in Italia. A partire dal 1° luglio 2028, infatti, nessun soggetto potrà detenere partecipazioni di controllo, dirette o indirette, in più di un club professionistico italiano (ovvero militante in Serie A, Serie B e Serie C).
Quando la regola entra in campo: il caso Crystal Palace-Lione
Non tutti i casi di multiproprietà in ambito UEFA si sono risolti con l’applicazione di un blind trust. Se il caso City-Girona mostra come una struttura MCO possa essere modificata per permettere a due club di partecipare contemporaneamente alle competizioni UEFA, infatti, il caso Crystal Palace-Lione mostra cosa può accadere quando la situazione non viene risolta entro i termini previsti. Il Eagle Football Group di John Textor deteneva in minoranza il 43,9% delle quote del Crystal Palace e una quota di controllo del 77% nel Lione. Alla fine della stagione 2024/25, entrambi i club si erano qualificati in Europa League, tuttavia il CFCB stabilì che non erano conformi alle regole MCO alla data di riferimento del 1° marzo 2025 e a nulla valsero i tentativi di Textor di “congelare” le proprie quote nel Crystal Palace in attesa di venderle formalmente all’imprenditore Woody Johnson (che oggi possiede il club inglese). Considerando i piazzamenti nei campionati nazionali, dunque, il Lione venne ammesso all’Europa League, mentre il Crystal Palace venne spostato in Conference League. Successivamente il Court of Arbitration for Sport a cui il club inglese fece ricorso stabilì che al momento rilevante Textor aveva partecipazioni in entrambi i club ed era membro del board con decisive influence su entrambi. Il caso mostra che la UEFA non considera sufficiente intervenire dopo la data stabilita dal regolamento, al contrario la verifica viene effettuata sulla situazione esistente al momento previsto dalle norme. Inoltre, mostra una messa in pratica dei meccanismi messi in atto in caso di violazione, ovvero quando più club non soddisfano i criteri, soltanto uno può essere ammesso alla competizione interessata, secondo una serie di criteri sportivi.
FIFA e UEFA: due livelli della stessa questione
Se la UEFA e le federazioni nazionali come la FIGC affrontano il problema delle multiproprietà dal punto di vista dell’integrità delle competizioni, la FIFA affronta il problema anche da un’altra angolazione. Il tema della decisive influence entra in campo solo nelle competizioni per club direttamente organizzate dalla FIFA. Il regolamento del Mondiale per Club 2025, infatti, aveva un Article 10 – Multi-club ownership, con una formulazione molto simile a quella UEFA che ha portato all’esclusione del León dopo il caso Pachuca. Il Regolamento FIFA sullo status e i trasferimenti dei calciatori, tuttavia, guarda alla multiproprietà in relazione al calciomercato e all’integrità del sistema dei trasferimenti. A livello FIFA, il regolamento sullo status e i trasferimenti dei giocatori interviene soprattutto sul rapporto tra indipendenza dei club e influenza di terzi. La regolamentazione FIFA vieta i trasferimenti tra club affiliati a cifre irrealistiche (o comunque lontane dal Fair Market Value) per aggirare i paletti del Fair Play finanziario o per generare plusvalenze fittizie nonché i cosiddetti “contratti ponte”, ossia il tesseramento di un calciatore tramite un club del gruppo per poi trasferirlo a un club affiliato per aggirare tasse, visti o restrizioni di tesseramento nazionali. Le maggiori limitazioni imposte dal regolamento riguardano invece i prestiti internazionali e prevedono un tetto massimo di prestiti internazionali a stagione, il divieto di sub-prestito e il limite di tre calciatori prestati allo stesso club estero. Laddove la UEFA deve invece garantire che due società collegate non compromettano l’integrità delle proprie competizioni, la FIFA interviene anche sul sistema globale dei trasferimenti e sull’indipendenza dei club in determinate decisioni. I due livelli possono naturalmente sovrapporsi, soprattutto quando una rete di club utilizza trasferimenti, prestiti, scouting condiviso o altre forme di collaborazione.
Dalla multiproprietà alle MCO: il calcio diventa una rete di club
I casi di conflitti di interessi visti e gli interventi di FIFA, UEFA e federazioni nazionali aiutano a capire perché parlare semplicemente di “multiproprietà” rischia oggi di essere riduttivo. Il modello della Multi-Club Ownership si è ormai affermato nel calcio internazionale: un unico gruppo costruisce una rete di società distribuite geograficamente e sportivamente. Per gli investitori, infatti, possedere più società permette di costruire un vero ecosistema calcistico internazionale di tipo reticolare: un sistema che facilita non solo la formazione degli atleti ma anche la condivisione di competenze tecniche, dati, strutture, metodologie di allenamento e conoscenze dei diversi mercati. Per i club più piccoli, inoltre, appartenere a un gruppo internazionale può significare accesso a capitali, infrastrutture e competenze che altrimenti sarebbero difficili da ottenere. Ed è anche per questo che le MCO hanno continuato a diffondersi nonostante l’attenzione crescente delle autorità sportive. Il problema, tuttavia, non è necessariamente l’esistenza della rete, che ha i suoi vantaggi. Il problema nasce quando la rete della MCO diventa una questione molto più ampia della semplice proprietà delle quote, influenzando l’indipendenza dei club. Ai quesiti che sorgono quando si parla di MCO la UEFA sta cercando di rispondere attraverso un sistema che non guarda più esclusivamente alla percentuale di partecipazione azionaria, facendo affidamento alla decisive influence: individuare quelle situazioni in cui il controllo può esistere anche al di là della maggioranza formale. I casi degli ultimi anni mostrano quanto sia difficile tracciare una linea definitiva. Nel frattempo il modello delle MCO continua a crescere e a diventare dominante, ma è sul confine tra proprietà e indipendenza che si giocherà il suo futuro.