Il calcio perde uno dei suoi ultimi romantici. Si è spento oggi, mercoledì 6 maggio, all’età di 69 anni Evaristo Beccalossi. Il leggendario fantasista dell’Inter, che avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio, è deceduto nella notte presso la clinica Poliambulanza di Brescia. Con lui se ne va un pezzo di storia nerazzurra, fatta di tunnel, assist illuminanti e una simpatia travolgente che lo aveva reso un’icona anche fuori dal campo.
Il “Driblossi” che faceva innamorare San Siro
Nato a Brescia nel 1956, Beccalossi è stato il simbolo dell’Inter a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. In sei stagioni a Milano (dal 1978 al 1984) ha collezionato 216 presenze e 30 gol, trascinando la squadra allo Scudetto del 1980 e a due Coppe Italia. Gianni Brera lo aveva ribattezzato “Driblossi” per la sua capacità quasi ipnotica di saltare l’uomo. Ma Evaristo era onesto prima di tutto con se stesso: “Quando arrivavo a San Siro i compagni non sapevano se avrebbero giocato in 10 o in 12: dipendeva solo da me”, ammetteva spesso con la sua inconfondibile ironia.
15 settembre 1982: gli 8 minuti che lo resero immortale
Nonostante i trofei, l’episodio che più di tutti lega il nome di Beccalossi alla cultura popolare italiana è legato a una notte di Coppa delle Coppe contro lo Slovan Bratislava. Una storia di “genio e follia” condensata in meno di dieci minuti:
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Il primo errore: Al minuto 7, Beccalossi calcia un rigore (“una mozzarella”, come la definì lui) che finisce fuori.
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Il secondo rigore: Pochi minuti dopo, l’arbitro fischia un nuovo penalty. Beccalossi, nonostante i dubbi e il tentativo di cedere la palla ad Altobelli, si ripresenta sul dischetto.
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Il dramma sportivo: Tira a sinistra, il portiere para. Sulla respinta calcia di nuovo: altra parata.
La rabbia fu tale che, una volta sostituito per un infortunio causato dalla tensione, Beccalossi sfondò due porte degli spogliatoi del Meazza.
Dal campo al teatro: il monologo di Paolo Rossi
Quella serata storta si trasformò in un capolavoro artistico grazie a Paolo Rossi. Il comico interista rese quei due rigori un monologo teatrale cult; un monologo su un calciatore che, a detta sua, giocava come un jazzista.
“Io ho assistito a un concerto di Evaristo Beccalossi. Diedero un calcio di rigore all’Inter. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e gridò: ‘Lo tiro io’. E io pensai: questo è un uomo vero. Mise la palla sul dischetto del rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai ‘uomo vero, ma sfigato, però capita’. Ma non capita quello che è successo dopo. 5 minuti dopo ridiedero un altro calcio di rigore all’Inter. Lui riguardò tutto lo stadio negli occhi. Mise la palla sul dischetto del rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai risbagliato… e risbagliò. E io pensai: ‘uomo vero sfigatissimo’. Non era una partita di calcio, era un concerto di sfiga.
“Un privilegio giocare con lui”: il dolore dei compagni e il tributo dell’Inter
La notizia della scomparsa di Evaristo Beccalossi ha squarciato il velo di festosità del mondo nerazzurro, fresco di scudetto, unendo in un unico abbraccio generazioni diverse di tifosi. Il club di Viale della Liberazione ha affidato al proprio sito un ricordo commosso, che va oltre la semplice cronaca sportiva per toccare le corde dell’anima: “Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile come i suoi dribbling, unico nel suo modo di trattare il pallone. Non lo calciava, lo accarezzava riempiendolo di coccole”.
Il ricordo dei campioni dello Scudetto 1980
Per i compagni che con lui hanno condiviso il fango e la gloria del dodicesimo Scudetto, “il Becca” non era solo il numero 10, ma il motore dell’allegria dello spogliatoio.
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Gianpiero Marini, visibilmente scosso, ricorda gli anni magnifici passati insieme: “Evaristo era un carissimo amico, ci ritrovavamo spesso a cena e lui, più di tutti, portava allegria. Era nato per fare il calciatore, un talento raro dotato di una classe e una fantasia difficili da trovare oggi. Secondo me, avrebbe potuto fare persino di più, tanto era immenso il suo dono”.
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Ivano Bordon, il portiere di quell’Inter leggendaria, si unisce al coro: “Oggi mi viene in mente il bel periodo passato insieme, sono stati anni bellissimi. La sua morte è una perdita per tutto lo sport italiano, non solo per noi interisti. Non serve aggiungere altro, dico solo: ciao Evaristo”.
La “leggerezza” di un uomo amatissimo
Anche il mondo dello spettacolo, rappresentato da Paolo Bonolis, ha voluto rendere omaggio alla memoria del fantasista: “Ci ha fatto divertire tanto, non solo come calciatore ma come persona. Era estremamente gradevole, simpatico e sempre leggero, esattamente come il calcio che proponeva in campo. Il suo carattere allegro si manifestava in ogni sua giocata”.
Un’icona oltre il tempo
L’Inter ha voluto sottolineare come il talento di Beccalossi fosse un “dono allevato con testardaggine”, ricordando i pomeriggi passati da bambino a calciare nel garage di casa per rendere il suo sinistro onnipotente. Un impegno che lo portò a essere amato anche per le sue pause, per quei momenti in cui “si assentava” dal gioco, perché tutti sapevano che, prima o poi, avrebbe dipinto una traiettoria impensabile. Il suo legame con l’Inter non si era mai spezzato, proseguendo anche dopo il ritiro tra i ranghi della Federazione e del club, sempre con la stessa missione: ispirare i ragazzi e farli crescere con quel pizzico di fantasia che oggi, con la sua scomparsa, rende il calcio un po’ più grigio. Con la morte di Evaristo Beccalossi, il calcio italiano perde quella poesia mancina capace di trasformare una domenica di fango in uno spettacolo d’arte. Come diceva Peppino Prisco: “Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui”.


